E ora qualcosa di completamente diverso
1 Aprile Apr 2014 1330 01 aprile 2014

I dati IRPEF: quando dimenticare è una colpa

Si è data molta visibilità ai dati sulle dichiarazioni IRPEF presentati dal Ministero delle Finanze per l'anno 2012.

Giornali e commentatori hanno dedicato spazio all'analisi dei dati raccontando di un paese che si sta impoverendo, diventando via via sempre più ineguale. Purtroppo, spesso il loro lavoro si è limitato a riportare la fotografia già scattata nel comunicato stampa del Ministero. Per esempio, hanno "scoperto" che il reddito medio della Calabria, la regione più povera per il Ministero, è il 60% del reddito della Lombardia, la regione con il più alto imponibile. Non proprio una novità!

Eppure, leggendo la relazione del Ministero e qualche sporadico commento un po' più informato, emergono altri dati interessanti sulle tipologie di contribuenti. Per esempio, il 90% della popolazione dei dichiaranti (41mln di persone) non raggiunge i 36.000 lordi annui o che il 5% più ricco dichiara un monte reddito pari al 22.7% del totale che è pari a € 817,805,299,038. Cioè, mentre la società agonizza, 2 milioni di persone da sole si spartiscono € 185,641,802,881.63 (circa €90.000 a testa) mentre i restanti 39 milioni si spartiscono € 632,163,496,156.37 (circa €16.000 a testa): e questa differenza emerge dai dati delle dichiarazione dei redditi delle persone fisiche, senza contare i redditi d'impresa o altre forme di rendita che in un paese con rilevanti livelli di evasione fanno la differenza. E sarebbe interessante osservare anche come i redditi d'altro tipo si leghino alle dichiarazione delle persone fisiche, e quali persone fisiche.

Senza entrare nel merito del problema dell'evasione fiscale, piace ricordare che poco meno di 36 milioni di contribuenti (l'86.7% del totale) appartiene a categorie con scarsa possibilità di evasione: lavoratori dipendenti, pari al 50.2% del totale dei contribuenti, e pensionati, pari al 36.5% del totale. Insomma, la lotta all'evasione, se ben condotta e veicolata, farà pur perdere 10 mln di voti, come ha detto l'ex ministro Vincenzo Visco al Fatto quotidiano, ma ne potrebbe far guadagnare 36 mln. Basta volerlo.

Eppure tanto stupore sulle condizioni economiche nel nostro paese non dovrebbe colpire chi fa un po' di esercizio di memoria.

Neanche 3 mesi fa, la Banca d'Italia ha presentato i dati sui bilanci delle famiglie italiane nel 2012, un indagine più ampia di quella delle dichiarazione dei redditi dal momento che considera l'intera popolazione italiana (non solo i contribuenti) e guarda anche ai dati relativi a quanto reddito non viene dichiarato, oltre che alla ricchezza totale.

I dati del Ministero si discostano poco da quelli emersi dell'indagine della Banca d'Italia, che evidenzia ancora di più i livelli di diseguaglianza sia a livello di classe, che di regione, che di età. L'immagine che emerge è più completa e ben più drammatica di quanto si possa immaginare . Tanto per ricordare un passaggio dello studio della Banca d'Italia: “Il 10 per cento delle famiglie più ricche possiede il 46,6 per cento della ricchezza netta familiare totale (45,7 per cento nel 2010). (…) La concentrazione della ricchezza, misurata in base all’indice di Gini, è pari al 64 per cento, in aumento rispetto al passato (era il 62,3 per cento nel 2010 e il 60,7 nel 2008)”.

Si potrebbe sintetizzare con "nulla di nuovo sotto il Sole": il punto, però, è che non è banale ricordare che non c'è nulla di nuovo sotto il Sole! Anzi, la consapevolezza che c'è qualcosa di statico nei dati che ogni anno vengono presentati sarebbe già un passo avanti nella discussione sul tema della diseguaglianza e della tassazione.

Insomma, ogni 3/4 mesi un ente pubblico di primaria rilevanza ci ricorda che il nostro sistema economico è iniquo e ingiusto. E ancor più spesso ci viene ricordato che i consumi non decollano, che gli investimenti sono al palo, che le imprese soffocano, che la crisi morde.

Eppure, (quasi) tutti i commentatori politici ed economici riportano i dati forniti come se fosse osservassero il bosone di Higgs, e la loro sorpresa si trasmette ai loro lettori/ascoltatori. I poveri ignari che si affidano ai grandi studiosi invece di ricordarsi che una situazione del genere è fotografata da anni e per cambiarla, più che la ripresa del PIL, servirebbero alcune norme che semplificassero il rapporto fra fisco e contribuenti e che portassero ad una maggior redistribuzione della ricchezza, leggono stupefatti, a volte arrabbiati, come se fosse qualcosa di ineluttabile, un castigo divino. Invece, basterebbe un po' di memoria per superare l'indifferenza, per riprendere le redini del discorso su come vogliamo che si organizzi, economicamente, la nostra società.

E' sempre facile prendersela con i politici, ma quando avremo cura di ricordare che questi smemorati, soprattutto se colpevolmente smemorati, come gli indifferenti possono fare più danni di un cattivo amministratore?

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