Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
3 Aprile Apr 2014 1141 03 aprile 2014

Piccoli teatri crescono?


La compagnia di "Senza Stelle", regia Andrea Ciommiento

La cultura, a Roma, è una faccenda ingarbugliata: nonostante le foto di Mr. Obama davanti al Colosseo le cose vanno male.

E la Roma teatrale, poi, vive sospesa tra implosione e esplosione. L’esplosione è quella di una intera fascia di popolazione che nella cultura vive, o vorrebbe vivere: ormai “disperati a tutto”, smollati a loro stessi, pieni di problemi e privi di tutele. Ragazzi, ragazze, ma non solo: una intera fascia di venti-cinquantenni spesso affrontati più dalle camionette della polizia che dalle politiche culturali o di welfare.

L’implosione è quella delle “grandi” strutture, vittime di crisi politiche ed economiche, che si traducono in una grave mancanza di prospettive e di certezze gestionali.

Il Teatro di Roma sta patendo un momento di grande difficoltà: i lavoratori fortunatamente resistono, ma si è scatenata la caccia al “nuovo direttore”, dopo la nomina di Ninni Cutaia, attesa e salutata a festa, ma durata lo spazio di un flash. Dichiarato “incompatibile” dallo stesso ministero che lo aveva indicato, Cutaia ha dovuto lasciare il posto in cui si era appena insediato e il ruolo di direttore, nel momento in cui stava dando già segnali estremamente promettenti di rilancio dello Stabile capitolino. Ora, si cerca un nuovo “manager” ovunque (ma chi lo cerca? Il Cda o il Comune? La Regione o il Ministero? E soprattutto chi deciderà stavolta?) rischiando di dimenticare che la città ha espresso, negli ultimi tempi, notevoli professionalità, di livello europeo, sia in ambito artistico che in ambito organizzativo-gestionale. Dare il teatro a un “romano” – non lo dico per orgoglio giallorosso – potrebbe confermare e sancire la qualità di molti percorsi di chi, da Roma, ha preso le mosse: e sarebbe un gran segnale.

Intanto, mentre Atene piange, Sparta non ride (o viceversa): del Palladium, dopo la defenestrazione della Fondazione Romaeuropa, non si sa nulla. Io, almeno non so nulla.

Così come non so delle sorti del teatro India chiuso per lavori; dell’Angelo Mai sgombrato; del Valle Occupato (ma almeno quello resiste e fa attività!). Poco si sa dello stato di salute di importanti sale come il Quirino e l’Eliseo.

Così, in tanto disagio, mentre il Vascello sembra ritrovare vivacità, resistono, è il caso di dirlo, alcune piccole sale: l’Argot o il Tordinona, ad esempio.

Oppure alcuni piccolissimi spazi, come il nuovissimo Teatro Kopò, sulla Tuscolana.

Diretto con entusiasmo e passione dalla giovane Francesca Epifani, affiancata da uno staff a sua volta giovanissimo, il Kopò (omaggio divertente a Copeau) è molto accogliente, e ha una programmazione intrigante. Abbiamo visto, qui, lo spettacolo Ficcasoldi, della Compagnia Ragli, che avevamo già notato in fase di studio. Il lavoro affronta il tema intenso e tragico della cosiddetta “ludopatia” – il gioco fa male, c’è scritto sulle macchinette, pensate che follia semantica – svelando intrecci criminali e riciclaggio che si celano dietro la gestione delle slotmachine.

Il gruppo ha vivacità da vendere, e alcune buone intuizione sceniche: lo spettacolo ha momenti di grande intensità, e dà il meglio nelle soluzioni più grottesche, feroci, mentre si perde un po’ nello spaccato “sociale” verista, nel racconto quotidiano e di coppia che tratteggia il ritratto del giocatore fallito, troppo “febbrile” e manierato. Però vale la pena tenere d’occhio la Compagnia Ragli: Dalila Cozzolino, Marco Foscari, Marco Usai, in scena, affiancati da Rosario Mastrota, che ha curato la regia. Li aspettiamo alle prossime prove.

Altro spazio interessante, sull’Ostiense, è il Teatro dei Conciatori: non nuovissimo, ma certo nuovo palcoscenico che apre volentieri a proposte originali anche inedite.

È il caso di Senza Stelle, scritto e diretto da Andrea Ciommiento, e interpretato da un valido gruppo di attori: Fatima Corinna Bernardi, Lara Brucci, Enoch Marrella, Daniele Parisi, Anna Elena Pepe, Dario Eros Tacconelli. Il lavoro inizia benissimo, con una cifra stralunata, sospesa, di una bidimensionalità degna delle migliori graphic novel. I personaggi si intuiscono, si mescolano, si scambiano nella pressochè totale immobilità degli attori. Si aprono squarci di vite (tardo adolescenziali) alle prese con esami e calcio, con fughe rivoluzionarie e blande aspirazioni di sopravvivenza umana. E sono bravi gli attori a tenere questo ritmo sospeso, questo vagare in un nulla cosmico e sentimentale. Poi, però, il plot, la trama, l’intreccio, sembra prendere il sopravvento: tutto viene “detto”, le posizioni si incardinano in ruoli, le dinamiche si fissano. Ed è un peccato. Il racconto declina in un ritratto generazionale che, pur avendo momenti poetici e divertenti, si rivela un po’ troppo fragile. Sicuramente adatto ad un pubblico di adolescenti, che vi ritroveranno uno specchio fedele di delusioni e aspirazioni, paure e sogni, Senza Stelle rivela comunque un gruppo-non-gruppo, ensamble aperto e articolato, di qualità.

Forse, il futuro della Roma teatrale, si gioca anche qui: nella fitta rete di spazi, gruppi, artisti, alternativi e coraggiosi. Prima che esploda tutto.

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