Giulia Valsecchi
Cineteatrora
5 Aprile Apr 2014 1524 05 aprile 2014

Davanti al dolore degli altri

Il prestito di un titolo capitale, di un’ultima riflessione di Susan Sontag a proposito del consumismo scatenato dalla sovraesposizione di concetti e immagini. In fin dei conti, il teatro getta il cuore oltre l’ostacolo ogni volta che, anziché replicare per automatismo, ricuce una storia pronta a mostrare le crepe o a farsi largo a petto nudo tra gli spettatori.

Stabat mater di Antonio Tarantino genera proprio questa manifestazione aperta al rischio di una temperatura alta dalle prime battute adattate in napoletano stretto per voce sola di Maria Croce, ragazza madre con camicia neutra e pantalone, che Fabrizia Sacchi scioglie e incalza in mille affanni lì per inghiottirsi la parola mutilata dalla spacconeria del maschio fuggitivo. Gli archetipi e le icone sacro-profane sono in fila disordinata in una drammaturgia per concitazione e anelito di protezione. Una difesa da dare e chiedere, una ricerca insperata di salvezza e grazia divina per la povertà della madre che vanta il gusto di saper distinguere l’orologio dei facoltosi, ma trema e suda quando il Cristo che ha partorito e allevato senza sostegno finisce in galera.

Il recinto di una vita a due non è bastato a trattenere la belva dal cervello ipersviluppato, la creatura senza un padre che non sia la posa di Sacchi con il ventre in avanti, smodato come solo i maschi mentitori sanno essere da Sud a Nord. La passione del sesso lo definisce e l’abbandono è la firma che torna a rendere ingestibile lo strazio di Maria, la sua fatica d’essere accettata o anche solo rispettata tra quelli che vivono dei pregiudizi sull’odore dei migranti e il lassismo delle loro abitudini.

La solitudine della croce che la donna porta nel nome e nella sostanza fa maturare il simbolo sia di una lingua aliena, sia di una sigaretta dopo l’altra a scontare le pene dell’Inferno sulla Terra quasi sempre ignara della lotta dell’altro per la sopravvivenza. Lo sciame istantaneo della regia di Luca Guadagnino e Stella Savino, il passo casuale di un uomo a spazzare il pavimento su cui Maria Croce getta i mozziconi, le salite e discese da una scala, le sedie sparse, vuote e diverse secondo lo spazio-tempo del monologo fluviale, fanno totale affidamento sulla genuinità struggente e rabbiosa di un’attrice del tutto autonoma nella drammatizzazione dell’esilio sociale e fisico del “fare figli a macchina”.

E l’acceleratore scenico non smette di orientarsi sulla fenomenologia familiare, sui ruoli che regolano l’assegnazione di autorità, sulla devastazione indotta da una rendita da suddividere, peggio ancora se regolata per legge secondo percentuali testamentarie insindacabili. Così ne La società – tre atti di umana commedia della Compagnia MusellaMazzarelli il rischio umano non si sottrae all’uno contro tutti e trascina dietro di sé l’oblio della libertà comune, l’investimento del sogno comune fatto a pezzi.

Salvo, Ugo e Vittorio sono tre che un tempo hanno provato a rimettere in sesto un locale incendiato. Hanno accolto la sfida di Omero, zio di Salvo e, a distanza di molte lasciate perse, riscattarsi dopo la morte dell’uomo che li ha uniti e divisi significa irrompere nelle percentuali di diritto e aggiudicarsi una fortezza inespugnabile. Comporta comprendere quanto la commercializzazione possa rappresentare la risorsa salvifica, ma anche uno sradicamento e un’infrazione irrecuperabile delle aspirazioni artistiche.

Lo scontro è urlato e dolente, ironico e mosso, tre è il numero delle identità estromesse da se stesse per avidità nascoste e interessi che coinvolgono anche il destino dell’unica donna di una famiglia scomposta, Ljuba, badante di Omero rimasta incinta e guardata con sospetto per quella minima percentuale di eredità assegnatale. Le parole e gli atti, intesi non soltanto come scansione drammaturgica, ma soprattutto come permanenza rovinosa e reciproca, disegnano i volti e le pieghe, il canto funebre con una chitarra e l’entusiasmo giovanile di un flashback che fa ripescare quei tre tanto simili e volenterosi.

L’inadempienza dell’individualismo sempre troppo solerte è rapida a divampare come un secondo incendio, che non semplicemente chiude il cerchio della storia cedendo il passo a quel primo periodo felice che motiva la rottura, ma fa evaporare in vendetta e rimpasto senza soluzione l’ottusità dell’uno contro tutti. I rapporti si annullano sotto fiamme che rovesciano anche quel poco che è rimasto tra ricevute e cocaina per festeggiare i proventi della pessima musica del locale, mentre le origini spartite con un brindisi al nuovo anno rievocano soltanto una lettera da cui tutto ha avuto inizio.

Ma proprio il principio non si può sanare e riavere intatto, e la bravura di quattro attori in ascolto del vecchio equilibrio disperso, delle mosse buffonesche, delle asprezze ciniche a fare a pugni con l’ultimo dei sogni e la metafora importata dall’Est dell’odore di piscio sulle teste l’uno dell’altro, fanno credere che in quel passato di ingenuità amorose e smanie senza macchia ci fosse davvero l’incoscienza degna di una società di uomini giusti.

Fino al 7 aprile 2014 – Teatro i Milano

Stabat mater

di Antonio Tarantino

con Fabrizia Sacchi

regia di Luca Guadagnino e Stella Savino

adattamento di Stella Savino e Fabrizia Sacchi
con Alessio Praticò
 

Fino al 13 aprile – Teatro Filodrammatici Milano

La società – tre atti di umana commedia

regia e drammaturgia Lino Musella e Paolo Mazzarelli

con Laura Graziosi, Paolo Mazzarelli, Fabio Monti, Lino Musella

scene Elisabetta Salvatori

costumi Stefania Cempini

disegno luci Mauro Marasà

produzione Marche Teatro / Teatro Stabile Pubblico

in collaborazione con Compagnia MusellaMazzarelli

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