Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
10 Aprile Apr 2014 0924 10 aprile 2014

Quel teatro all'antica italiana


Memoria, di Scenica Frammenti

C’è un’altra storia che voglio raccontare.

È una storia in forma di libro, o in forma di spettacolo. Perché il libro insegue e chiude quel che si fa in scena, ma lo spettacolo nasce e vive anche grazie al libro. È una storia che può essere brevissima, o articolata, addirittura antica. Dipende da dove si parte, da come la si legge o racconta. Una storia di famiglia e di teatro, comunque, che affonda le sue radici – umane, umanissime – nel 1901, quando Vincenzo Tampone vide nascere sua figlia Assunta, che poi sposò Fausto Barone, e generò Vincenza e Augusto. Vincenza, a diciassette anni, si innamorò follemente di un “poco di buono”, di uno scapestrato: in poche parole di un “teatrante”, dal fascino irresistibile. Era, costui, Franco Seghizzi, nato nel 1921, figlio della soprano Dolores Seghizzi e di Manlio Manetti, imprenditore teatrale. Franco si era già sposato, una prima volta a Genova, con Vittoria Figurati; e una seconda volta a Caianello, con Violante Pettoruto. Poligamo, si diceva allora, e dunque ricercato. Ma Franco mollò tutto, per fuggire nel 1949 con quella diciassettenne, e con sua madre Assunta.

Questi nomi non diranno molto ai miei dieci lettori.

Però la vicenda di cui sono protagonisti è bellissima: di una famiglia teatrale all’antica, di quegli “scavalcamontagne” che portavano il teatro ovunque. Stagioni di un tempo che fu, di una Italia che fu, e anche – per quel che ci interessa – di un teatro come lo si faceva negli anni bui e difficili del dopoguerra. A raccontare questa storia è Loris Seghizzi, discendente di quella famiglia e di quella tradizione: è un regista di grande intelligenza, organizza il vivacissimo festival di Lari e, assieme allo scrittore e drammaturgo Francesco Niccolini, ha raccolto in un libro (Titivillus editore, 2012) la sua “memoria”.

Che è memoria di una ricerca: intanto dei fratelli, mai conosciuti, delle “altre” famiglie di suo padre. Poi è ricerca di un passato teatrale, in forma di pacificazione e ritrovata armonia con la madre, Enza. Vincenza Barone: “quella che con un misto di amore, invidia, pazienza e assuefazione martire le figlie chiamano (anche mentre mangi alla loro tavola) la star, l’unica che ha diritto – per tutta la vita, fino a ora che ha raggiunto gli ottanta anni – allo status inequivocabile di prima donna”.  

Enza è la regina della compagnia, la protagonista in scena e nella vita: ricorda Niccolini che “nel corso del 1963, Franco Seghizzi mette in scena Luce nella tenebra, Golgota, Pia de’ Tolomei (in prima il 5 maggio), Genoveffa di Bramante, La maestrina, La morte civile, Maria Goretti, La coperta del cavallo, Madama Butterfly, Santa Lucia, Bernadetta, Due dozzine di rose scarlatte, La nemica, Le due orfanelle, Romeo e Giulietta, San Donato Martire, Luce a Gas, La sepolta viva, Il conte di Montecristo (in prima il 2 luglio) Angeli negri, oltre a due serate di “arte varia”: ventuno spettacoli diversi, di cui due nuove produzioni, in un repertorio che va dalla sacra rappresentazione ai grandi successi del teatro novecentesco. Il tutto arricchito da farse, canzoni, barzellette e sketches, nei quali torna spesso un personaggio che – dopo averlo conosciuto la prima volta – non te lo dimentichi più: Raffaelino”.

Raffaelino è la “maschera” di Enza Barone, en travesti, la figura comica creata quasi per caso da questa donna straordinaria.  Il lavoro sulla caratterizzazione era di successo, era il marchio di fabbrica della famiglia teatrale. Questi “scarrozzanti” si muovevano di paese in paese: nel mitico 1963 fanno una tournée che, a leggerla oggi, fa quasi tenerezza: Collegiove, Turania, Poggio Nativo, Coltodino, Nespolo, Pietraforte, Pozzaglia, Casaprota, Toffìa, tutti borghi e paesi tra Rieti e Fara Sabina. Sempre in fuga – non dimentichiamo che Franco, il padre, il capocomico – era ricercato per bigamia e abbandono del tetto coniugale; sempre affamati come ogni teatrante che si rispetti, ma sempre innamorati, legati, appassionati di vita e di teatro.

Loris Seghizzi, dunque, ha voluto re-incontrare il suo passato, fare i conti – personali e teatrali – con la storia di sua madre e della sua famiglia. Lui, nato a Castelnuovo in Garfagnana nel 1974, “per un incidente sul lavoro”, come dice con ironia, ha maturato un gusto e una sapienza artistica, che nasconde sotto un sorriso sornione, e che esprime nel lavoro della compagnia Scenica Frammenti. Nel 1998 prende in mano le redini del “teatro di famiglia”, richiama i fratelli e le sorelle, rimette in scena la parodia di Romeo e Giulietta che aveva fatto suo padre, poi Gaslights in una nuova versione, e piano piano anche suoi testi originali. Crea il suo Collinarea festival, nella dolcissima Lari, che diventa presto un appuntamento seguito e apprezzato.

Allora, una volta letto il libro, vi sembrerà di averli sempre conosciuti: Franco, Enza, Assunta, Loris, Walter, Gabriella. Vi sembrerà di averlo visto in scena, Raffaelino, con le sue battute. E vi verrà voglia di andare a Lari, a conoscere meglio la storia della vostra nuova “famiglia teatrale”. Perché in fondo è la storia di tutti noi, appassionati, malati, persi di teatro…

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