Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
12 Aprile Apr 2014 1217 12 aprile 2014

Ronconi: la pornografia amara della vita e del teatro


Paolo Pierobon e Riccardo Bini in "Pornografia" di Luca Ronconi

Pornografia, tratto dal romanzo di Witold Gombrowicz, è forse lo spettacolo più intimo, doloroso, sincero, amaro, faticoso fatto da Luca Ronconi.

Il lavoro, che ha debuttato allo scorso festival di Spoleto, prodotto dal Piccolo Teatro di Milano e dal Centro Teatrale Santa Cristina, è già stato ampiamente recensito: rimando dunque volentieri ai tanti articoli (ad esempio da Maria Grazia Gregori su delteatro.it a Giulia Valsecchi su queste pagine de linkiesta.it fino al recente articolo di Sergio Lo Gatto per teatroecritica.net) cosi come rimando con piacere alle ampie e belle argomentazioni contenute nel programma di sala, di Francesco M. Cataluccio, che dell’opera di Gombrowicz è curatore per l’Italia, per quel che riguarda temi trattati o trama del romanzo.

Voglio insomma, tentare qualche considerazione del tutto personale, dopo aver assistito allo spettacolo all’Argentina di Roma.

Quel che mi ha stupito, sin dall’inizio – di fronte a un lavoro che in molti hanno considerato banalmente “noioso” – è la totale messa in gioco di Ronconi stesso.

Mi pare, infatti, che il regista abbia scelto il testo dello scrittore polacco quasi, o forse solo, per smascherarsi, in una demistificazione che è parlare di sé: confessione che ha i toni dolenti e dolorosi di un bilancio esistenziale. In sostanza, l’edizione teatrale del romanzo diventa un pre-testo per svelarsi attraverso gli altri, attraverso un gioco di scatole cinesi del sentimento che – nell’apparente algida, distante, scatola nera della scena, di Marco Rossi, che evoca una delle inquietanti opere di Donald Judd – svela molto più di quel che mostra.

Qui la questione non è tematica, non si tratta di parlare di “dio, arte, nazione, proletariato”, come recita il testo; né tanto meno di parlare di Polonia, in questo caso più che mai “nulle part” o della guerra mondiale. Non importa il contenuto.

Né si tratta, men che meno, di fare “pornografia”, a dispetto del titolo: è vero, c’è una incessante riflessione sul “guardare”, sullo spiare, sull’osservare “le vite degli altri”. Ma quel che esplode è una dirompente auto-denuncia del regista artefice. Non so, forse sbaglio: eppure quell’adesione addirittura mimetica di Riccardo Bini, meraviglioso protagonista, che con barba e capelli bianchi diventa un alterego scenico di Ronconi stesso dopo anni di lavoro assieme, e si fa narratore, manipolatore, ideatore, dell’intera vicenda, mi sembra più che altro una “esposizione” di un Io complesso, analitico e cervellotico: quello di un intellettuale che ragiona sulle possibilità della vita e della rappresentazione, della messa in scena come luogo dell’esistere. L’eterna dialettica arte/vita si supera, perché non si tratta di portare la vita in teatro, anzi: semmai qui è l’impossibilità di una vita “normale” – eppure forse anelata, rimpianta – al di fuori del teatro stesso.

Insomma, e forse banalmente, chi parla non è Grombrowicz, non il Witold personaggio, ma una grande, ironica, controfigura metaforica di Ronconi: il “vecchio” Witold è dunque il regista, quasi un Hinkfuss pirandelliano, che tesse trame, intreccia ragionamenti, cavilla su tutto e tutti in una morbosità esasperante, dilaniante, una spirale d'ossessione proprio per la conclamata impossibilità di quegli stessi astrusi ragionamenti di farsi, semplicemente, vita. La vita è altrove: è nei giovani, ovvero negli “attori” da guidare attraverso la narrazione; è nell’Altro da sé, sostanzialmente inafferrabile e incomprensibile, meconnaissance continua, violenta e dolorosa, ancorché conclamata.

Allora quel regista di scena, affiancato dal suo doppio, dalla metà di sé (che è uno straordinario, incontenibile Paolo Pierobon), si perde sistematicamente nelle congetture, nel pensiero ossessivo, nel “desiderio del desiderio”, proiettato sulle esistenze altrui: “Creare una gioventù tragicamente impregnata di noi adulti”, dice Grombrowiz-Ronconi.

Non serve mettere in scena la commedia, il dramma storico, il dramma religioso, la tragedia – che pure appaiono durante lo spettacolo come citazioni, o evocazioni allusive. Né dunque parlare di dio, arte o patria. Ormai siamo “disgustati dal melodramma della storia”, ossia del teatro stesso, ben fatto, così come dagli “effettacci da filodrammatica”. Non serve più il teatro, tantomeno truccati e vestiti, per raccontare la vita e la morte “dal fondo della nostra catastrofe”. Tutto vale tutto, tutto passa.

Il pasoliniano Teorema si muta in un faticoso inseguimento spasmodico di un’identità attraverso gli altri: ma lui, il protagonista, alla fine rimane solo, seduto su una sedia a far i conti con l’evidenza quasi comica della propria vita. Eccolo, dunque, il racconto del Maestro, che con grande (auto)ironia si mette in scena come un onanista disperato, ancora voglioso di fare ipotesi sugli intrecci esistenziali, sulle passioni, sugli amori, sui desideri degli altri. Con lo struggimento di vedere la vita scivolare via, di fare i conti con la vecchiaia e con la bellezza che sfiorisce: con l’impossibilità dell’amore o della bellezza, che è in una nuca, in un polso, in un ginocchio svelato da una posa indolente.

Abbonda la solitudine in questo spettacolo.

La trasposizione del testo riduce al minimo i “dialoghi”, le relazioni tra i “personaggi”: ognuno ragiona per sé, ognuno racconta di sé. Ricordo ancora la folgorazione del Pasticciaccio di Gadda, messo in scena proprio sullo stesso palcoscenico di Roma: quel gioco di narrare in terza persona, allora strabiliante, qui diventa il declino amaro di un solipsimo denunciato, disperato, senza scampo. Diventa lo svelamento di un meccanismo di pensiero, di un modo di osservare, di un’ossessione febbrile che si fa continuamente teatro nell’impossibilità di farsi altro. Ronconi pare raccontare, ancora di nuovo, il suo gioco del teatro, ovvero la sua vita.

Lo fa attraverso quel manipolo di incredibili interpreti, che si accollano il carico di un testo impossibile a dirsi, ridondante, dove tutto si muta in futilità, in divagazioni svagate, in un parlare a vuoto. Fanno tutto, nello spazio dove unici appoggi sono sedie o un leggio: il resto è vuoto, scenografico e esistenziale. Riccaro Bini, incredibile, probabilmente al suo meglio, raggiunge vette assolute; Pierobon, mirabile, capace di dare al suo corpo posture che sono monologhi esse stesse. E ancora la bravissima Franca Penone, che connota di lieve candore e folle ingenuità maniacale il suo personaggio; la incisiva Valentina Picello – straordinaria e stralunata figura di “santa”. E ancora benissimo Ivan Alovisio, che spinge sui tasti del grottesco; così come funziona la puntuale caratterizzazione di Michele Nani. E con loro Lucia Marinsalta, Loris Fabiani, e infine Francesco Rossini e Jacopo Crovella. Anche il fumo della sigaretta è teatrale, in scena: nei tempi dilatati, nell’antinaturalismo che è cifra costante, nei meccanismi di svuotamento (anti)tragico, nello spazio che è segno drammaturgico, Luca Ronconi dà, questa volta più che mai, segno di sé.

Forse mi sbaglio, l’ho detto, e Ronconi mi smentirà: ma in Pornografia, questo lungo e faticoso spettacolo, vi ho trovato il sorriso amaro di un artista di ottanta anni che fa i conti con se stesso. Con una risata violenta consegna al pubblico un autoritratto senza scampo, né indulgenze. Bellissimo e umanissimo nella sua straordinaria e complessa contraddittorietà. 

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