Revolart
15 Aprile Apr 2014 0846 15 aprile 2014

Grand Budapest Hotel – La maturità “agrodolce” di Anderson

Testo di - GIUSEPPE ORIGO

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agrodólce agg. e s. m. [comp. di agro 1 e dolce, sull’esempio del fr. aigre-doux]. –

1. agg.

a. Di sapore tra l’agro e il dolce: una salsa a.; si usa soprattutto nella locuz. avv.all’a. o in a. (anche in dolce e forte), e talora come s. m., per indicare un particolare modo di cuocere vivande con aceto e zucchero (in alcune regioni anche cioccolato):lepre, cinghiale all’agrodolce.

b. fig. Che nasconde a stento, sotto un’apparente dolcezza e cortesia di modi, uno stato interno di stizza, di risentimento, di avversione e sim.: parlare in tono a.;rivolgere un sorriso, un complimento a.; fare un’osservazione agrodolce.

2. s. m. Malattia del vino, provocata da varî batterî e frequente nei paesi caldi, per la quale esso acquista un sapore insieme acre e dolciastro.

[vocabolario Treccani]

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“Agrodolce” è stato ad oggi l’aggettivo più brutalmente e ingiustamente abusato da parte della critica cinematografica specializzata e non nel definire le opere di Wes Anderson.

Abusato perchè affiancare alla palese componente di dolcezza di questa una parte agre, sì presente ma fino ad oggi solo accennata, era più una forzatura che un’ effettiva analisi, più una storpiatura al fine di poter utilizzare, all’ interno delle proprie elucubrazioni in materia, un esotico aggettivo quale quello in analisi.

Sotto questa luce potrebbe essere “agrodolce” ogni fiaba scritta ad oggi, ogni cartone animato prodotto da mamma Disney, ogni opera genuinamente dolce “viziata” però da una morale di fondo: il Re Leone? Beh è “agrodolce” perchè è vero che guardandolo mi crogiolo nel crescere del mio tasso glicemico, però Mufasa muore e Simba deve crescere. I tre porcellini? “agrodolce” perchè dopo tutto i due sprovveduti nelle casette di paglia e legno si vedono radere al suolo le dimore e, nelle versioni più hardcore, divorare dal lupo…

Non si tratta di vicende “agrodolci”, perchè l’ amaro, quella punta di salato e acido in bocca, alla fine, non ti resta mai: sarò pignolo ma odio i manierismi dell’ aggettivazione imprecisa.

E così è stato per Rushmore, Il treno per il Darjeeling, Royal Tenenbaums, Fantastic Mr Fox, Moonrise Kingdom… Certo, con Le avventure acquatiche di Steve Zissou il termine in questione è stato più calzante ma la prima vera opera “agrodolce” del regista di Houston è, senza dubbio alcuno, Grand Budapest Hotel.

Siamo agli inizi del ‘900 nella repubblica di Zubrowka, in Europa, e il Grand Budapest Hotel è ben più di un semplice albergo: è il Re degli alberghi, un signorile divo residenziale, un’ “Istituzione”.

Monsieur Gustave (un supremo Ralph Fiennes) ne è nel contempo il consierge e il cuore pulsante: dirige lo staff, controlla gli ordini, accoglie gli ospiti, controlla e decide il menù del ristorante e, soprattutto, rende, con le sue attenzioni “speciali”, la permanenza degli ospiti, o meglio delle fortunate ospiti vecchie-insicure-vanesie-superficiali-bionde, un’esperienza indimenticabile e passionale, una seconda giovinezza.

Ed è forse per questo che, alla sua morte, la vecchia-insicura-vanesia-superficiale-bionda Madame D., ricca ricchissima, decide di concedergli un ruolo di protagonista all’ interno del testamento, cosa che costerà a lui, e di conseguenza al suo assistente-spalla-alterego aspirante garzoncello Zero, le ire del primogenito Dimitri (un incredibile Adrien Brody in completo da SS), dello scagnozzo, ma pur sempre fedele servo, Willem Dafoe, e che darà il via alla vicenda sospesa, questa volta propriamente, fra l’ “agre” e il “dolce”.

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