Alessandro Paris
Margini
15 Aprile Apr 2014 0733 15 aprile 2014

Non è solo una poesia

Ci si meraviglia forse dell'uso strumentale e profanamente perverso di una “poesia” tratta da uno dei libri canonici dell'umanesimo italiano, volto a comandare la memoria di uno dei maggiori crimini dell'umanità, perpetrato da mani battezzate, per impedirne la ripetizione. Ci si meraviglia forse la circostanza, solo apparentemente casuale, che la sua versione stravolta appaia nel giorno della vigilia della pasqua ebraica, che cade quest'anno dal 15 al 22 nisan, (aprile). Ci si meraviglia del fatto che chi lo ha scritto sia forse consapevole della portata traumatica e memoriale di questo testo, ma non fino al punto di farne un uso strumentale per ritornare sotto i riflettori. Ma forse dovrebbe parlarsi dell'uso che in questo paese si fa della storia, dell'uso non solo giornalistico ma anche politico che si fa della storia. In un contesto montante di sostanziale ignoranza, per reiterare il vero oblio.

Ma chi conosce lo stato dei fatti non si meraviglia, sa, infatti, di quanto sia presente, dissimulata ma maggioritaria, una pulsione sostanzialmente antisemita diffusa nelle corde dell'opinione pubblica italiana, e sempre pronta ad avatarizzarsi dietro sembianze apparentemente innocue. Perché non si può usare il testo di Primo Levi? Perché esso non è soltanto un testo letterario, è di più. È un testo sacro, è la riscrittura, nel tempo posteriore alla Shoah, del comandamento fondante della religione ebraica, quello di ricordarsi di Dio, lo Shemà Israel. La prescrizione del ricordo (zakhor), caposaldo dell'identità nella resistenza- per-la-vita di un popolo, testimone universale della scommessa dell'Eterno per tutta l'umanità.

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

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