Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
16 Aprile Apr 2014 1153 16 aprile 2014

L'ultima notte di Antonio: tra ironia e empatia


L'ultima notte di Antonio, foto di Bruno Calza

C’è un artista appartato, in perenne crisi con se stesso, che persegue una costante messa in discussione delle proprie certezze attraverso le tappe successive di una ricerca incessante e pluriennale.

Ha il tocco garbato della timidezza e la sfrontatezza di un dubbio sistematico che sa farsi esibizione – spettacolare ma anche surreale – del proprio mondo e delle proprie insicurezze. Stiamo parlando di Mariano Dammacco, regista, attore e autore (anche se lui a fatica si identifica in queste tre posizioni) che ha mosso i primi passi teatrali in Puglia, con piccoli spettacoli che ottennero consensi e riconoscimenti, titoli che forse evocano ancora qualcosa a chi si occupava di teatro negli anni Novanta, come Sonia la Rossa o Amleto e la Statale 16.

Poi dalla regione d’origine, Dammacco si è trasferito al “nord”: prima Bergamo, ora Modena. Ogni volta una crisi esistenziale e artistica ad accompagnarlo, ogni volta un radicale corpo a corpo con i risultati ottenuti sino a quel momento.

Di tutto questo si è parlato – ampliando temi e orizzonti – in una due giorni di residenza artistica presso L’arboreto, il “teatro-dimora” di Mondaino, la bellissima struttura diretta con intelligenza e sensibile cura da Fabio Biondi.

Eravamo là, artisti, critici, operatori, chiamati a raccolta dalla Piccola Compagnia Dammacco, proprio per un confronto tra “maestri e allievi”, in un progetto titolato, in modo un po’ altisonante “Quale teatro per il ventunesimo secolo?”, cui faceva da contraltare, non senza ironia, il sottotitolo: “Di nuovo, Maestri e margherite?”.

Ecco, allora, gli interventi di Marco Martinelli e Renata Molinari, che per Dammacco sono indubbiamente “maestri”; ecco la partecipazione di altre compagnie, coetanee e sodali, come Punta Corsara, Big Action Money e Piccola Compagnia della Magnolia.

Così, tra frammenti di lavori ancora in divenire, confronti e confessioni, si è avuto modo di approfondire e analizzare il percorso creativo di Mariano Dammacco e del suo gruppo.

Paradossalmente dunque, nel caso di Dammacco, non si può prescindere tra biografia e produzione teatrale, tra vita e scena. Si avverte, infatti, tutto il suo essere presente in modo contraddittorio a se stesso, il “disagio”, in quanto attore e autore dei suoi testi. Lui rivendica, con determinazione, la fase drammaturgica, la scrittura come necessità: e di fatto, i suoi testi hanno una cifra riconoscibile, forte, incisiva. Mentre vorrebbe volentieri “declinare” all’essere interprete, attore di sé.

Se ne è avuta dimostrazione anche a Mondaino, con lo spettacolo che ha chiuso la due giorni di lavori: L’ultima notte di Antonio, testo vincitore del premio di drammaturgia Il Centro del Discorso 2010.

Una scrittura che è flusso verbale poetico, addirittura lirico o onirico, che si alterna a momenti di feroce semplicità, d’immediata adesione alla realtà o di invettiva cruda. Nell’impianto registico, Dammacco mantiene fede all’attenzione per l’attore, per il corpo e la cifra dell’interprete. Corpi che si spezzettano in una innaturalezza quasi grottesca: se Mariano, dal canto suo, non cela né dissimula il suo essere dunque “a disagio”, ed anzi ne fa – forse involontariamente – una cifra, con lui in scena vi è la brava Serena Balivo, artefice di un percorso millimetrico di adesione a un personaggio-maschera, marionetta drammatica che sprigiona, però, tenerezza.

L’ultima notte di Antonio è un canto al “cocainomane”, tragica e attualissima figura del contemporaneo, è un affresco di una vita falcidiata dalla droga, che non ha, né vuole avere, connotati di denuncia o di cronaca, ma solo di umana empatia. Un quadro, quasi un racconto breve, in cui l’autore, con poche, semplici, aspre, pennellate, disegna un mondo di marginalità e amore di un rapporto di coppia – una coppia qualsiasi, come tante – segnata in modo indelebile dalla fragilità e dalla paura della vita.

Fa bene, dunque, Dammacco a riaffermare con forza il suo essere drammaturgo e autore, fa bene a insistere nella sua ostinata e appartata ricerca. I frutti di questo lungo viaggio, esistenziale e artistico, hanno il gusto amaro di una consapevolezza acquisita senza scappatoie o facili soluzioni. 

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