Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
21 Aprile Apr 2014 1805 21 aprile 2014

Tra la Puglia e Cechov


"Villa Dolorosa", di Accademia degli Artefatti

Alcune realtà si affacciano alla scena romana e vale la pena darne conto.

La prima è Industria Indipendente, gruppo nuovo ma certo non nuovissimo, tutto al femminile, che vanta già un pubblico ampio e fedele. Ragazze militanti, agguerrite, che si muovono con agilità nei meandri della scena indipendente capitolina e non solo. Hanno dalla loro non solo energia e determinazione, ma anche la capacità di tessere trame narrative di impianto drammaturgico netto, pur tentando di rompere le maglie di scritture consuete, per approdare in territori ancora da esplorare appieno, che pure mettono assieme arti figurative, video, musica e teatro. Giovanissime, Erika Z. Galli (dramaturg) e Martina Ruggeri (regia) si incontrano nel 2005, e da quel momento, incessantemente, continuano a investigare e a produrre ovunque trovano possibilità di concretizzare i loro progetti. Se a gennaio avevano riempito all’inverosimile il Teatro Valle Occupato, con Tutta colpa delle Madri, e ora sono impegnate nel percorso – che ha fatto molto parlare – de “Le ragazze del porno”, le due delicate erinni di Industria Indipendente hanno dovuto mandar via gente, qualche settimana fa, dalla piccola e vivacissima sala del Fanfulla Teatro, al Pigneto, per Crepacuore.

Spettacolo che è monologo intenso e dolcissimo, ottimamente interpretato con adesione emotiva e disincantata passione da Diletta Acquaviva in uno spaccato di vita dal sapore meridiano, tutto pugliese, giocato con intensità e entusiasmo proprio nella spirale senza via di uscita di una esistenza a perdere. Crepacuore è un racconto in prima persona, in presa diretta verrebbe da dire, di una “mignotta figlia di mignotta”, di una vita disperata e serena, possibile e impossibile assieme. Il racconto si dipana nei ricordi, con flash quasi cronachistici, di una marginalità: e si avvia con il gusto di una madaleine popolare qual è una ciliegia sottospirito per approdare al tragico finale. Da quel barattolo che conserva gelosamente la memoria di un sapore lontano, infantile e innocente, da quei semi sputati in modo irriverente qua e là, la brava Diletta Acquaviva – con pochi gesti e il supporto di musiche orecchiabili – si fa sismografo di una generazione allo sbaraglio, sperduta e ancora illusa, sognatrice eppure già marcia e svenduta al dio denaro.

Altri racconti, e altro clima, in una formazione giovane che si sta creando all’interno di una realtà che giovane certo non è: la ben nota Accademia degli Artefatti di Fabrizio Arcuri, infatti, ha avviato un percorso Under30, legato a laboratori per giovani attori e alla scoperta di nuovi testi. Un primo assaggio di questa nuova fase di lavoro era già stato presentato, nel settembre 2013, nell’ambito del Festival ShortTheatre, per il progetto internazionale Fabulamundi. Ora si arricchisce di un nuovo tassello e vedrà in un futuro prossimo il suo compimento. Stiamo parlando di Villa Dolorosa, tre compleanni falliti, che la brava autrice tedesca Rebekka Kricheldorf  ha molto liberamente tratto da Le tre sorelle di Checov. Lo possiamo definire un lavoro a incastro, una drammaturgia a capitoli, se non a tesi, che fotografa tre compleanni successivi di Irina, una dei personaggi della commedia checoviana. Potremmo dire uno “spin off”, per usare termini d’oggi: quel che abbiamo visto, al Teatro In Scatola di Roma, è il percorso di avvicinamento ai primi due capitoli realizzato da Arcuri: Irina a 28 anni, poi a 29. In sostanza, tenendo fede sia ai caratteri che al contesto originale, Kricheldorf  si inventa un bellissimo e divertente gioco ad incastro,  che non solo “attualizza” (il che sarebbe banale) ma svela, moltiplica, sottolinea, l’eterno ritorno delle dinamiche umane create da Checov. I personaggi, così, si ritrovano in una temperie, e in una nevrosi, tutta contemporanea, tra aspettative e delusioni, tra aspirazioni e frustrazioni. Sono sempre loro, un secolo dopo. Ancora alle prese con la festa di compleanno, ancora alle prese con il lavoro, i soldi, l’amore inseguito, le dinamiche della provincia uguale ovunque, le gabbie di tutti e di ciascuno.

Arcuri lascia gli interpreti sostanzialmente seduti sulle rispettive sedie, con il copione in mano: non è una lettura, neppure (ancora) un allestimento. Ma non si sente il bisogno di altro: il testo scivola via veloce, tragico e comico, commovente e divertente. E sono bravi, davvero tutti bravi, i giovanissimi interpreti, a partire dall’ottima Anna Mallamaci, che è Masha; per continuare con l’Irina di Chiara Giorgetti e con l’Olga di Valentina Morini. Con loro Mario Zaza (Andrej); Caterina Acampora, brava come una coatta Janine che sostituisce l’originale Natasa; Tommaso Spinelli come Georg (amico di Andrej) e Davide Grillo che si assume l’onere di far da didascalia vivente. È bello ritrovare, in questo gruppo nuovissimo di attori, la cifra ormai chiara degli Artefatti, in cui dubbio, domanda, incertezza, non adesione completa al testo di declinano in partiture interpretative sempre sospese, ironiche, costantemente dialettiche.

Giovani artefatti crescono? Forse: e se l’esito è tale – per energia e intelligente partecipazione – aspettiamo con piacere il terzo e ultimo capitolo di Villa Dolorosa. 

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