Umberto Cherubini
Così è…se traspare. Storie di finanza e (mancanza di) trasparenza
24 Aprile Apr 2014 2326 24 aprile 2014

Le mie scuse al libro di Guido Brera…e a tutti i libri che non leggerò mai

“I libri so’ piezzi e core”. Guido Brera ha risposto a un mio intervento su una sua gaffe televisiva, facendo autocritica, e chiedendo scusa della sua debolezza di fronte al mezzo televisivo, ma scagionando il suo libro. Prendetevela con me, non con il mio libro, dice. L’autocritica di Guido Brera è un gesto onorevole, per quanto riguarda i talk show e i libri più che per il contenuto che riguarda la disciplina economica. Ma l’autocritica è un’arma affilata e temibile, soprattutto perché assolutamente dimenticata e desueta, almeno nell’ultimo ventennio. Per questo non posso che parare il colpo e rispondere con la ritorsione di scuse da parte mia al libro di Guido Brera (e si noti la natura trasversale della mia rappresaglia).

Non ho davvero niente contro il libro di Guido Brera, che non ho letto e che non conosco, né contro altri libri che non leggerò, e per questo voglio celebrare questa raffica di autocritica parlando dei libri, e del loro ruolo nella scienza e nella divulgazione. Non parlerò dell’arte, di poesie, racconti e romanzi, e per questo il libro di Guido Brera, che mi risulta sia scritto nella forma di un romanzo, è finito su una linea di tiro che intendeva impallinare invece i libri dei “maitre a penser” che ci sentiamo proporre ormai ogni giorno ad ogni talk show. Parlo dei libri dei Rampini e dei Giordano, dei Tremonti e dei Brunetta: giornalisti che vogliono divulgare ciò che non sanno e politici che vogliono pontificare su ciò che non fanno. Si noti che anche sotto il profilo della professione dell’autore, Guido Brera si è preso in fronte una palla che avrebbe meritato altri fini.

Comunque, il meccanismo è sempre lo stesso. Si introduce il maestro, e il fatto che sia un maestro è provato alla platea dalla presenza di un libro con sopra il suo nome, e poi lo si sente. E dalle stonature degli argomenti, ci si rende conto che ti trovi davanti a Sid Vicious che parla di Liszt. E’ soltanto la stonatura clamorosa di Guido Brera che ha scatenato una risposta pubblica da parte mia. Ma ce ne sono molte più subdole e interessate, e delle quali soprattutto nessuno mai si scuserà, come ha avuto il coraggio di fare Brera. Un esempio? Tremonti ieri mattina a Omnibus, a proposito del suo nuovo libro sulla crisi. Ha parlato di crisi di natura privata, un concetto che va bene per Stati Uniti, Spagna e Irlanda, ma che è falso per Italia e Grecia. E che sia falso è provato dalla ricerca economica.

Quando senti la stonatura, l’effetto è quello di una vecchia battuta di Groucho Marx: “non vorrei mai far parte di un club che ammetta uno come me tra i suoi componenti”. Tu sai che non leggerai quel libro, e che non vuoi far parte di quel club. Tra parentesi: questa è una metafora che spesso usiamo per divulgare, nelle università, un importante teorema che riguarda i mercati finanziari. E’ il cosiddetto “no-trade theorem”. Non leggi quel libro perché sei sicuro che te ne pentirai, almeno per aver buttato via del tempo. E allora viene da chiedersi, ed è la domanda che affrontiamo in questo post, perché il libro conferisca uno status che spesso i suoi autori non riescono a sostenere.

Che lo scrivere un libro conferisca uno status è indubbio. L’esempio che ho sempre in mente è un Gasparri di annata che, fresco di vittoria alle elezioni, diceva, a proposito degli impegni di governo: “insomma, Tremonti ha scritto un libro”, e mentre lo diceva aveva la stessa espressione di Neri Marco Re quando lo imita. Era un libro che si intitolava: la speranza e qualcos’altro. E quel libro doveva cementare una legislatura. Ma ci sono esempi anche nel campo della ricerca e dell’università. Per la ricerca posso limitarmi a un caso minore, ma che conosco bene: il mio. Nel 2004 ho scritto un libro sulle copule (che non ha a che fare con la pornografia), cui devo gran parte degli inviti a convegni all’estero di statistica e scienze attuariali. E anche nell’università, che non sempre coincide con la ricerca, un libro fa status. Un mio collega di dipartimento, che non ha mai pubblicato una riga su una rivista seria, e che in tutto il mondo è citato da cinque o sei persone, siede in una delle famigerate commissioni di abilitazione nazionale perché è autore di un libro. L’ANVUR (l’agenzia per la valutazione dell’università e della ricerca), infatti, considera i libri come requisiti da soddisfare per essere considerati “eccellenti”. In altri termini, anche secondo l’ANVUR se hai un libro più della mediana della tua categoria (e siccome la mediana è tipicamente zero, la condizione è che tu abbia anche un solo libro), sei ammesso al conclave di chi deve decidere l’università del futuro.

Ma perché il libro gode di questa reputazione, e di questo potere taumaturgico di trasformare ogni cazzata in scienza? Secondo quanto mi suggerisce la mia esperienza la ragione risiede nella natura del mercato del libro. La mia esperienza è limitata a libri di tipo scientifico, ma vedrete che l’argomento può essere facilmente esteso, e magnificato, ai libri divulgativi di cui stiamo parlando.

Brera parla del suo libro come di un figlio, e ha ragione. Io ne ho sei, e altri due che nasceranno entro l’anno. Sono tutti figli strani, come affetti da autismo, pieni di formule e algoritmi. Sono libri scientifici. Quello che mi sembra di avere imparato è che i libri danno successo e libertà, ma la ricerca e la scienza non sono luoghi di successo e libertà (a meno che tu non ti chiami Feynman). Ho già detto del libro che mi ha dato successo (solo in ambito accademico, ovviamente). E poi c’è il primo, in italiano, ormai estinto (anche i libri muoiono, quando non li ristampano). Quello è stato un libro di libertà. E’ stato scritto nell’anno dopo aver lasciato la banca e l’anno prima di entrare in università. Con il mio coautore, Giovanni Della Lunga, avevamo messo su una società di consulenza, di nome Polyhedron, che ovviamente non si filò nessuno, e allora ci mettemmo a scrivere un libro sul rischio finanziario mettendoci dentro tutto quello che sapevamo e tutto quello che secondo noi avremmo dovuto sapere: risultati e congetture. Nacque un libro magico, talmente indipendente da vivere oltre la conoscenza dei suoi autori. Mi capita ancora che qualche collega mi dica: questo l’ho fatto utilizzando la metodologia del tuo libro. Quale? Il primo! E né io né Giovanni ricordiamo di aver mai scritto quella roba e fatto quei conti. So benissimo che questo segnala solo la nostra vecchiaia. In comune con i figli, e ancora meglio di loro, il pensiero cristallizzato nei libri misura la tua età cerebrale, e lì dentro ti sembra di assistere alla creatività di una persona diversa da te: la persona che eri.

Ma come dicevamo, non basta un libro a trasformare qualche concetto, qualche congettura e qualche dato in scienza. Presto ti rendi conto che la libertà di cui godi quando scrivi un libro è pericolosa, per l’assuefazione ti può dare, per il delirio di onnipotenza, e per il rischio di allontanarti dalla ricerca e dalla scienza. Non c’è libertà nella scienza. Se vuoi far affermare un concetto devi passare per le riviste scientifiche. Lì la platea è composta dai tuoi pari, e più spesso dai capi-bastone dei tuoi pari, quelli che sarebbero propriamente i “baroni” . Parliamo ovviamente di baroni nobili, quelli che si sono conquistati la reputazione a colpi di ricerca. Pubblicando su queste riviste, tu abbellisci una torre che qualche altro ha costruito, aggiungendo un mattone o magari aprendo una finestra o un balcone. Ma se vuoi costruire una torre nuova, o ti presenti con una tua impalcatura che parte da terra e vuole salire verso il cielo, nessuno dei tuoi pari ti aprirà la porta. Anzi, loro si opporranno, difendendo la loro torre, chiamata paradigma. Ti diranno che quello che fai non è pertinente o non è interessante. Tu andrai su tutte le furie, ma non potrai deviare o trovare altra strada che convincere i tuoi pari. Ecco che il libro ti offre una scorciatoia. Nel libro sei libero, con un controllo blando da parte di un editore. L’editore non ha nessun paradigma da difendere, e incaricherà solo qualcuno dei tuoi pari di verificare che la tua libertà non metta a rischio la sua reputazione. Sta quindi a te, che scrivi il libro, chiuderti la porta in faccia se temi di non maneggiare alla perfezione un argomento, e se rischi di allontanarti dalla legge della scienza.

E qui comincia la fase di assuefazione e dipendenza. Quando il mercato degli editori scopre che vendi copie, e sei sufficientemente coscienzioso da non mettere a rischio il suo buon nome, ti cominciano a piovere addosso richieste di scrivere altri libri. Non puoi andare a convegni senza che qualcuno ti voglia incontrare per sapere se vuoi scrivere qualcosa per la sua casa editrice. Periodicamente ti arrivano messaggi di complimenti sulle copie vendute che ti ricordano che se hai idee, loro ci sono. Insomma, quanto il mondo delle riviste ti sbatte le porte in faccia, tanto il mondo dei libri ti stende tappeti rossi. Se poi vai in Cina o in Giappone ti devi preparare a ricevere profondi inchini, richieste di foto e autografi sul libro. Tutto questo ti illude come le sirene tentarono Ulisse, o come Circe, e tu sei tentato di rimanere in quel mondo dorato tutta la vita, scrivendo libri, e costruendo la tua torre. Sta a te rinsavire, e stabilire una gerarchia tra le riviste e i libri. E tu decidi che dirai no ai tappeti rossi e che continuerai a farti sbattere la porta in faccia dall’editore di una rivista che nessuno del pubblico conosce. E continuerai a portare mattoni, invece che progetti di nuove torri.

Se questo è il mercato dei libri più vicini al mondo scientifico e anche esso è inquinato dal primato del pubblico e dei motivi commerciali, possiamo pensare quanto questo effetto sia ancora più estremo in libri di divulgazione, o pamphlet, destinati a un pubblico più vasto, con livello di preparazione scientifica inferiore, e allo stesso tempo più limitato e locale, perché in lingua italiana. Pensate poi che questi libri vengono portati nei talk show e i loro autori aizzati a salire in cattedra come compete, secondo la vulgata degli anchorman, a chiunque abbia lo status di avere scritto un libro. Che operazione di divulgazione può nascere dalla combinazione di queste operazioni? Un libro e un arringa? E che legame può emergere tra la realtà scientifica vera e quella percepita e diffusa?

In conclusione, il libro, o almeno i libri che siamo abituati a vedere presentati, sono operazioni commerciali che vivono sull’audience come una trasmissione televisiva o un pezzo che scorre su YouTube. E stanno alla realtà scientifica esattamente come una trasmissione televisiva o un post. Resta poi un’ultima leggenda metropolitana da sfatare: il fatto che sia “solo divulgazione”, come se la divulgazione fosse uno scalino intermedio prima della ricerca. Come se si dicesse: non è riuscito a fare ricerca, si è fermato a fare divulgazione. E’ esattamente il contrario. La divulgazione richiede la ricerca come presupposto, e non si può essere buoni divulgatori se non si è o, ancora meglio, non si è stati ricercatori. I motivi sono due. In primo luogo, basta che ti manchi un nesso causale in un fenomeno che vuoi divulgare, e quella mancanza sarà la prima domanda di cui la tua audience ti chiederà conto. Se vuoi uscire dall’euro e non sai che nesso c’è tra tassi di cambio, inflazione e tassi di interesse, non ti basta dire: oggi l’inflazione non c’è, e non c’è nei paesi che non hanno l’euro. Devi spiegare perché hai fatto fuori la parità dei poteri di acquisto che lega da sempre il tasso di cambio all’inflazione e l’effetto Fisher che lega da sempre l’inflazione attesa ai tassi a lungo termine. In secondo luogo, della tua audience fanno parte anche i tuoi pari. Se tu dici che è uscire dall’euro è un affarone e un commentatore ti dice: “ma che cazzo dici se cambi e prezzi sono cointegrati? E i tassi a lunga no?”, tu cosa rispondi? Se sei un divulgatore, devi essere pronto a tradurre il senso di questa frase tecnica, a commentarla e a rispondere. Per la cronaca, se sei un bravo divulgatore in questo caso basterà che tu racconti gli stessi nessi causali di prima.

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