Sergio Levi
The New Public
28 Aprile Apr 2014 1446 28 aprile 2014

L'Agenda corre, le riforme latitano

Mentre la riforma della PA stenta ad assumere un profilo organico, il Governo anticipa al 31 marzo 2015 (cioè di circa 60 giorni) la scadenza ultima per il varo della fattura elettronica. Entro quella data (stabilisce l’articolo 25 del decreto legge Irpef) tutte le pubbliche amministrazioni, centrali e locali, dovranno passare alla fatturazione elettronica aderendo al Sistema di interscambio-Sdi. L’attuazione dell’Agenda digitale procede dunque a tappe forzate, almeno rispetto al cronico immobilismo del passato. E quelle che sforna, al ritmo di quasi una al mese, sono piattaforme infrastrutturali di cruciale importanza. 

Nei mesi scorsi a tenere banco è stato il varo del Nodo dei pagamenti-Spc, una piattaforma tecnologica per l’interconnessione e l’interoperabilità tra le Pubbliche amministrazioni e i prestatori di servizi di pagamento, che una volta a regime (le PA hanno tempo fino al 31 dicembre 2015 per adeguarsi) consentirà a cittadini e imprese di pagare gli importi dovuti alla PA usando diversi canali e strumenti di pagamento, come bonifici, addebiti diretti, carte di pagamento, portali internet o cellulare.

Nelle prossime settimane sarà la volta del Sistema di interscambio-Sdi, una piattaforma che acquisisce le fatture elettroniche da tutti i fornitori e le smista per via telematica agli uffici destinatari della PA. Le prime amministrazioni ad adeguarsi (entro il 6 giugno) saranno i Ministeri, le Agenzie fiscali e gli enti di previdenza. Poi sarà il turno di tutte le altre PA, inclusi comuni ed enti locali che, come detto, avranno tempo fino al 31 marzo 2015.


Fattura elettronica

Siamo dunque all’inizio di un percorso di attuazione che non dovrebbe presentare particolari criticità. Naturalmente, c’è già chi denuncia gravi ritardi, proprio ora che le cose sembrano girare bene. Le imprese fornitrici della PA, che dovranno adeguarsi al nuovo sistema anche per la certificazione dei crediti pregressi, temono un aumento dei costi dovuti alla necessità di riorganizzare il ciclo dell’ordine. Anche dai comuni si è levata qualche protesta; temono l’incalzare della scadenza (mancano solo 11 mesi) e chiedono che l’Agid li assista nel processo di adeguamento.

Ci sono poi le aziende ICT che nell’Agenda digitale sperano di trovare un fattore di stimolo della domanda di prodotti e servizi, in un momento di persistente crisi del nostro mercato ICT. Tuttavia, non è detto (anzi, sembra assai difficile) che il varo delle nuove infrastrutture possa avere un concreto effetto di trascinamento, dato che le piattaforme in arrivo hanno semmai la funzione di consentire maggiori risparmi agli enti periferici. Quello che forse si può sperare è che le opere infrastrutturali possano riattivare un circuito virtuoso di buona occupazione, facendo dell’Agenda digitale non solo uno strumento di programmazione, ma anche un volano di sviluppo.


Photo Dominik Meissner

Manca però una riflessione approfondita, e partecipata, sul ridisegno di processi e funzioni che i nuovi sistemi di pagamento e fatturazione (e poi sarà la volta dell’identità digitale e dell’anagrafe nazionale) renderanno necessario attuare. Per esempio, quali cambiamenti bisognerà implementare perché il nuovo sistema dei pagamenti alla PA possa dare risultati tangibili in termini di trasformazione dei processi (es. nel campo della gestione documentale) e di una maggiore efficacia delle procedure di riscossione? E che probabilità ci sono che le nuove piattaforme inneschino da sé i necessari cambiamenti organizzativi ove questi non fossero avviati in precedenza dagli enti periferici?

Qualunque risposta daremo, non si creda che le opere infrastrutturali (o l’acquisto di nuova tecnologia) possano sostituire – sia pure pro tempore – le riforme e i cambiamenti organizzativi. Né che possano facilitarne l’avvio in un secondo tempo. Come ha osservato Giorgio De Michelis, la strategia dei due tempi (oggi efficienza e taglio dei costi, domani efficacia e nuova PA) ha quasi sempre l’effetto di irrigidire i comportamenti della PA, aumentando i costi del suo cambiamento. Lungi dall’essere “un prima che prepara un dopo” si rivela “un prima che allontana il dopo in un futuro indeterminato”. Si spera che non sia questo che il Governo ha in mente quando parla di una riforma “imminente” della pubblica amministrazione.  

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