Simone Migliorato
Coloro che si gettano nel fuoco
30 Aprile Apr 2014 1535 30 aprile 2014

De Rossi aveva ragione sulla tessera del poliziotto?

Aveva ragione Daniele De Rossi quando nel maggio del 2010 invocò la tessera del poliziotto.

Dopo quella dichiarazione non mancarono le polemiche ed anche la minaccia del ministro Maroni che chiese al giocatore della Roma di ritirare quelle affermazioni, pena la mancata scorta per l'Italia nel mondiale che si sarebbe giocato nell'estate.

Intanto mentre l'anno calcistico si sta concludendo con le solite polemiche sul comportamento degli ultras, sui cori di discriminazione territoriale, sui cori razzisti e sugli striscioni offensivi contro i morti di Superga o dell'Heysel, succede che mentre tutto il mondo del calcio in una sorta d'isteria collettiva si mette a mangiare banane (oggi in rete girava il dubbio: e se fosse una trovata pubblicitaria?), i poliziotti del Sap applaudono gli agenti condannati per la morte di Federico Aldrovrandi.

Aveva ragione Daniele De Rossi perché questi poliziotti si comportano proprio come gli ultras degli stadi che, nel loro voler essere tribù contro gli avversari e contro le istituzioni, dedicano striscioni ai diffidati, agli arrestati e se ne fregano (a volte) della morte. Ma gli ultras, al di là di quello che si pensi, non sono rappresentanti dello stato, non vengono pagati dallo stato e non devono assicurare la sicurezza e l'inculumità dei cittadini nelle strade. Quegli agenti che ieri hanno applaudito i loro "arrestati" si comportano come dei ragazzi di curva (o dei ragazzi di strada) e lo stesso avevano fatto quando erano scesi in strada con gli striscioni davanti il luogo di lavoro di Patrizia Aldrovrandi. Non accettano che qualcuno possa giudicare il loro operato, e questo li differenzia dagli ultras che almeno nel loro voler "essere contro" portano le loro diffide e arresti come un vanto.

Aveva ragione De Rossi perché se ci fosse la tessera del poliziotto costoro non sarebbero stati reintegrati nonostante la loro condanna. Ma non è solo la condanna a fare la differenza in questa storia: anche il dito medio verso i familiari di Stefano Cucchi da parte di quegli agenti che venivano assolti si muove nella stessa direzione. Di sicuro affrontare un processo non è facile per nessuno, sia per le spese economiche sia per quelle emotive, ma quel dito medio verso i parenti di una persona morta (che avevano il diritto di sapere tutta la verità) dimostra che quegli agenti non trovavano normale l'esser giudicati per il loro operato e per il loro lavoro. Il loro non era giubilo, non erano le lacrime di uomini accusati ma poi dichiarati innocenti (questo ha detto la legge), ma ero un gesto di scherno, di fastidio, di disprezzo.

Questi gesti sono identici alle scritte contro l'agente Raciti, perché non riconoscono nella morte di una persona un valore in piu', un avvenimento di fronte al quale bisogna fermarsi nello scontro verbale.

Il dato di fatto è che da qualche anno a questa parte le forze dell'ordine hanno dimostrato di non saper gestire situazioni a rischio, situazioni che capitano anche nei paesi migliori: non sanno prendersi carico di un tossico in carcere, non sanno sedare una rissa in un autogrill, non sanno gestire un ragazzo di 18 anni in stato alterato, con questa lista che continua anche in questi giorni (leggi: Riccardo Magherini).

A questo punto dobbiamo tirare un sospiro di sollievo se in Italia la crisi non è esplosa in scontri come in Grecia, che non c'è nessuna strategia della tensione, perché altrimenti vista la situazione sarebbe stata una strage. Forse oltre a mangiare banane, dovremmo preoccuparci anche di questo.
 

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