Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
4 Maggio Mag 2014 0839 04 maggio 2014

Poco lontano da qui: inizia una nuova storia


Chiara Guidi e Ermanna Montanari

La meraviglia di uno spettacolo come Poco lontano da qui risiede, misteriosa, proprio nel suo essere uno "straordinario fallimento”.

Il lavoro – lo sanno bene gli esperti di teatro – è nato dall’incontro di due incredibili donne di teatro: Chiara Guidi ed Ermanna Montanari, rispettivamente fondatrici e anime di due compagnie quali Socìetas Raffaello Sanzio e Teatro delle Albe, ovvero quanto di meglio emerso – assieme ovviamente ad altri – dalla scena italiana sul finire degli anni Settanta inizi anni Ottanta. Raffaello Sanzio e Albe, in mirabili differenze, seguendo rotte a volte parallele altre inverse, hanno segnato la creazione teatrale internazionale. Più ascetici e visionari i primi; più politici e eloquenti i secondi (se posso riassumere così grossolanamente) questi due gruppi sono stati alfieri di poetiche ben connotate, costantemente innovative, mirabilmente sconvolgenti e sorprendentemente divertenti.

All’interno delle reciproche compagnie, le due signore attrici-autrici sono state protagoniste assolute, conducendo parallelamente indagini sulla phoné, sulla voce – sul souffle artaudiano, verrebbe da dire – pur approdando a esiti non simili.

Allora si immaginerà quanto l’incontro tra Guidi e Montanari, sostenuto produttivamente da Ert e altri partner, fosse atteso e temuto, guardato con sorpresa e ammirazione.

Complice la “co-direzione” del Festival di Santarcangelo, quell’incontro è avvenuto due anni fa. E dal confronto tra le artiste è emerso un lavoro fragile e potentissimo come Poco lontano da qui che ha già fatto repliche di una breve tournée, ricavata in mezzo agli impegni di Albe e Socìetas.

Perché ne parlo in termini di paradossale fallimento?

Proprio perché l’esito è imprevedibile, una traiettoria esistenziale che disattende tutte le aspettative dello spettatore. Loro, le due donne di teatro, vanno altrove: si sono lasciate guidare dalla forza impressionante dello scontro.

Hanno così “deluso” chi si attendeva “qualcosa”: ovvero qualsiasi cosa che attenesse al passato, al percorso fatto nei rispettivi gruppi, alle poetiche espresse, alle creazioni già realizzate.

Assistendo allo spettacolo, nel bel Teatro Cantiere Florida di Firenze, culmine e fine di una robusta rassegna creata da Murmuris Teatro, mi è sembrato proprio che l’esito del lavoro fosse non una “sintesi” hegeliana, tanto meno la sommatoria impossibile di due monadi, quanto una creatura nuova, fragile, che offre il proprio petto sinceramente, anche al martirio del giudizio.

Guidi e Montanari, simili in scena per corporatura e capigliatura grazie a costumi che le rendono demoniache gemelle, approntano, letteralmente allestiscono, il proprio difficile incontro. È un confronto fisico, sorprendente per chi si aspettava dunque una raffinata indagine vocale: è un corporeo inseguirsi, tirarsi i capelli, provare imbarazzati abbracci. È un approdare all’eco di un mondo altro, cesellato di strutture patibolari di ferro pesante, culminanti in una campana muta, che sorreggono però eterei veli bianchi, trasparenti pareti di carta dal sapore zen.

È un mondo di ossimori, dove la prima battuta eclatante è “non ti sento”, intesa forse nella doppia accezione di “ascoltare” e “provare”, quasi a dichiarare apertamente quanto fosse difficile “avvertire” l’un l’altra della propria presenza. E proprio sul filo disincantato dell’impossibilità, del fallimento esplicitato, gioca anche la struttura narrativa, che chiama in causa Rosa Luxemburg, pasionaria della Lega Spartaco dal destino politico incompiuto: donna straordinaria eppure inesorabilmente sconfitta; oppure un visionario nichilista come Karl Kraus, cinico e graffiante testimone dello sfacelo mondiale.

Il testo, infatti, si dipana su fantasmi in forma di lettere (dal carcere quella della Luxemburg), missive che arrivano a destinatario ma solo per riaffermarsi come disperati monologhi o deliranti soliloqui: su queste lettere lavorano le due attrici, interpretandole, leggendole, sminuzzandole in frammenti di parole che riecheggiano sparse nel tessuto sonoro dello spettacolo (firmato da Giuseppe Ielasi).

Allora Poco lontano da qui è un’evocazione, è un istante sospeso di una ricerca aperta, di una parola ancora da dire, di un gesto ancora da fare. Fino al punto di “rompere” la finzione scenica, in una sbrigativa esplosione brechtiana che fa accendere le luci in sala e chiama in causa i tecnici (Fagio, Danilo Maniscalco) che intervengono a smontare ulteriormente ogni possibile teatralità. Non ci sono più mediazioni, non ci sono più finzioni o veli dietro cui nascondersi: le due attrici sono là, con i loro corpi, con le storie e le parole. Con il loro grande teatro, che non serve più a molto, in questo caso, come non serviranno più quei coltelli e coltellacci, nascosti in scena e pronti all’uso. Depongono le armi, rosicchiano assieme pane secco dell’improbabile merenda, si coricano: domani si ricomincia, forse a cercare, forse a parlare. Ma questa ferita qua, questa delicata nicchia chiamata Poco lontano da qui rimane a testimoniare un nuovo inizio dopo quasi trenta anni di teatro ai massimi livelli; rimane a segnare un punto di fragile svolta nella storia della ricerca teatrale italiana; rimane a dare simbolico conto – di umana consapevolezza – di una storia ormai passata.   

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