Giulia Valsecchi
Cineteatrora
13 Maggio Mag 2014 0941 13 maggio 2014

La distanza dell'amore

Fino a che punto ci si spinge nel rischio dell’incontro? Quali sono le regole e i parametri del caso? Inutile fingere di interpellarsi senza convinzione, prima o poi si va in cerca delle proprie leggi, il paravento è visibile e lo si afferra a colpi verbali o di atti previsti dal ricordo dei propri bagagli più o meno rivelati.

Nell’appartamento in disarmo dove lo scozzese David Greig raccoglie le vite di Sean e Lisa nel suo Being Norwegian, la calca delle scatole e degli oggetti accatastati fa della provvisorietà una premessa di relazione. Il caso che ha fatto incontrare i due in un pub torna come opinione e regola di Lisa che non vorrebbe notare disordine e sporcizia, e nemmeno trangugiare il pessimo e unico vino rosso che Sean le offre. Quel che è stato conservato è serrato nelle scatole di cartone, il resto è sparso e inconsapevole quanto la spinta a ricercare solitudine guardando verso il pubblico, città illuminata da una luna urbana.

Così l’insistenza di Lisa a farsi conoscere per ironia e sentire norvegesi cozza con l’imbarazzo rigido di Sean che ha persino timore a occupare il posto sul divano, mentre nasconde una vergogna sotterranea e accumulata come le cicche sul pavimento o le cassette dei gruppi rock che nessuno ascolta più. Elena Arvigo è allora l’occhio assetato di bellezza, mentre Roberto Rustioni fa girare Sean come una trottola e non sa mai cosa sia bene rispondere, preferendo di gran lunga spostare l’attenzione sul disturbo dell’impianto elettrico.

Un corpo a corpo di voluti e inconsistenti attraversamenti delle mosse reciproche, ma anche una calamita che si spezza fino alla confessione del sospeso alle spalle, della presenza di un figlio mai più rivisto e incollato a una foto che Sean non vorrebbe spiegare. La scrittura di Greig lima leggerezze confuse che Arvigo ha tradotto e reso scenicamente quasi delineando i corteggiamenti di due belve timorose e in energetica quanto improbabile connessione. E quando Sean grida e respinge, per Lisa la repulsione è di un copione che si ripete, nonostante il coraggio dell’aver scelto l’unico uomo intento a leggere nel vuoto pneumatico di un locale. Vuoto che a fatica si riempie di verità fino al bisogno di difendere il buio dentro la testa, di ballare senza essere visti e destinare sempre alla stessa luna urbana la platea dell’ascolto.

Diversa diagonale di conflitto spetta invece a Pascal Rambert e al suo Clôture de l’amour , la morsa di un amore che snuda termine e termini di un rapporto uomo-donna nella quadratura bianca di uno spazio bianco senza connotazioni. Tutto è coreograficamente tenuto a distanza dello spettatore che, tuttavia, non è risparmiato dei dettagli e persino dei fluidi sessuali rinfacciati prima da Luca e poi da Anna. Un monologo di traverso alle convenzioni teatrali, che invocherebbero almeno una reazione da parte di chi resta immobile a subire in attesa del proprio turno.

La diagonale non si spezza finché non è detto l’impossibile, finché l’arco di tenuta violenta e climax regge di fronte ai respiri sempre più affannosi del bersaglio, alla sua schiena che si curva, alla prostrazione di un contraddittorio negato. Anna Della Rosa e Luca Lazzareschi sono fortemente capaci di aggirare con equilibri di talento e mestiere le asperità di un copione che adotta espressioni come “riparametrare” e dichiara gli accenti sulla “finzione” di quel che è stato tra due che mostrano i denti e la carne di un ring in cui prevale il rovesciamento del punto di vista maschile.

In una regia che non fa spiccare il volo alla scrittura, ma ragiona ancora troppo da dramma senza dare aria alle morbosità lessicali, Rambert riflette l’istinto claustrofobico di chi ha perso le armi del tutto. Resta uno scambio di piume d’uccello come rimando alle parole che vedevano rimontare le similitudini, le rabbie e l’indolenza maschile accanto ai fremiti e alla sprecata devozione femminile. Nessun vittimismo, ma affronto puro e abbandono non concesso, se non al pianto che il carnefice scambiato di posto non concede alla propria vittima temporanea.

La permanenza dei figli e l’ingresso frastornante di una classe di bambini per eseguire un pezzo cantato  - vezzo scelto per invertire le due sezioni di monologo - resta alle spalle di tutto ciò che è visibile e vomitato senza esclusione di colpi. Al pubblico che subisce, ugualmente in silenzio, la distanza della scatola scenica serve a non perdere le staffe per prendere le difese di Anna o Luca, e l’irruenza fluviale, la rapidità d’incalzo e incastro di una frase dopo l’altra provano il flusso di due coscienze irrisolte e di due anime travolte da se stesse. Nulla è davvero impossibile al gesto drammatico e all’urgenza, tutta figlia del Novecento, di riconoscersi inabili a una fine.

Fino al 21 maggio 2014 - Teatro i

Being Norwegian

di David Greig

regia di Roberto Rustioni

con Elena Arvigo e Roberto Rustioni

traduzione di Elena Arvigo

allestimento scene e luci Paolo Calafiore

costumi Gloriana Manfra

organizzazione Irene Ramilli

Fino al 18 maggio 2014 - Piccolo Teatro Studio Melato

Clôture de l’amour - Fine di un amore

uno spettacolo di Pascal Rambert

traduzione Bruna Filippi

con Anna Della Rosa, Luca Lazzareschi

produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione

con il sostegno dell'Institut Français nel quadro del progetto “Théâtre export”

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