Francesco Grillo
Il grillo parlante
19 Maggio Mag 2014 0902 19 maggio 2014

Fondi strutturali: si cambino le squadre

È l’assenza più rumorosa di questa campagna elettorale europea: la questione dei 90 miliardi di finanziamenti europeiche l’Italia potrebbe teoricamente spendere nei prossimi sette anni, che sono fondamentali per la famosa crescita economica che tutti invocano e che, invece, non riusciamo ad utilizzare.

Ed è un vuoto nel dibattito che è davvero decisivo perché i fondi strutturali possono capovolgere le argomentazioni che dominano i talk shows in questi giorni, spostandole dalle colpe dell’Europa a quelle delle nostre amministrazioni: con quale credibilità può un Paese che non riesce a spendere i soldi che ha già a disposizione, battere il pugno sul tavolo della rinegoziazione dei patti di stabilità per chiedere più risorse per lo sviluppo?

Come ha notato lo stesso Matteo Renzi, è davvero singolare che di fondi strutturali si parli pochissimo e, soprattutto, che la sua classe dirigente non investa le migliori competenze in un’opportunità che da sola (tra risorse provenienti dal periodo di programmazione appena concluso e quello che finisce nel 2020) può valere quanto quattro EXPO e un punto percentuale di PIL in più all’anno per i prossimi sette anni. Ma, soprattutto, ciò che sconcerta è che nessuno dei governi che si sono succeduti sia riuscito a trovare le soluzioni ad un problema che abbiamo praticamente solo noi e che siamo riusciti persino ad aggravare.

Non riusciamo a spendere le risorse che abbiamo e quando ci riusciamo gli indicatori economici sembrano esservi completamente indifferenti. Con alcune eccezioni importanti che forniscono, forse, la leva per trovare la soluzione.

Se consideriamo il “periodo di programmazione” tra il 2007 e il 2013, risulta che l’Italia deve ancora spendere metà delle risorse assegnate all’inizio ed èal penultimo posto su 27 Paesi: dietro a Stati- come la Bulgaria -che erano alla prima esperienza di gestione dei fondi strutturali, laddove noi siamo tra quelli che hanno inventato la politica di coesione nel 1989; ma, soprattutto, lontanissimi da Paesi come la Spagna, il Portogallo, la stessa Grecia che hanno lo stesso disperato bisogno di rispondere alla crisi e che come il nostro hannolo stesso vincolo dei patti di stabilità che spesso è stato indicato come ostacolo maggiore alla nostra capacità di utilizzazione dei fondi strutturali. Ci sono peraltro due ulteriori aggravanti che dicono però che il fallimento si può evitare. La prima è che la situazione peggiora: molto migliore era, infatti, la situazione nel dicembre 2006, alla fine del periodo di programmazione precedente, quando avevamo utilizzato il 70% delle risorse che avevamo avuto sette anni prima. La seconda è che quasi la metà di quello che siamo riusciti a spendere tra il 2007 e il 2013, è stato utilizzato lo scorso anno e ciò significa che negli altri sei anni è come se fossimo stati totalmente fermi: ciò dimostra che potremmo fare molto meglio se non avessimo costantemente bisogno di un’emergenza per reagire.

I numeri smentiscono, peraltro, molti luoghi comuni: non è vero – come molti dicono - che il problema è solo nelle Regioni (tra i programmi che sono più indietro c’è quello gestito dal Ministero dei Trasporti) o esclusivamente delle Regioni del Sud (Basilicata e Puglia sembrano fare meglio del Lazio).

Ancora più grave è poi la circostanza che se anche riusciamo a spendere i soldi, nessuno sembra accorgersene. È il caso – importantissimo – delle risorse destinate a finanziare la ricerca nel Sud. I programmi destinati a questo obiettivo sono riusciti a veicolare nelle Regioni del Sud quasi quattro miliardi di euro (su otto a disposizione) che sono una cifra importante rispetto a poco più di due miliardi che le imprese e le università del Sud destinano all’innovazione: peccato che gli indicatori dell’ISTAT che misurano la propensione alla spesa in ricerca sono rimasti completamente piatti.

Il futuro porta, poi, con se una opportunità che però anch’essa – se l’Italia non si attrezzasse immediatamente – rischia di diventare un ulteriore problema. Infatti, la Commissione Europea chiede di dedicarenei nuovi programmi una percentuale molto più alta delle risorse disponibili su ricerca, tecnologie digitali, nuove imprese e efficienza energetica; ma anche di concentrare le risorse su poche “specializzazioni intelligenti”.

La soluzione è chiarissima e non assomiglia a nessuna delle ricette (ondate di accentramento che seguono mode di localismo) che si sono agitate in questi anni: la politica deve fare scelte – di settori, territori sui quali puntare – che i dipendenti pubblici per mestiere non possono fare; le risorse si devono muovere tra amministrazioni e assessorati diversi premiando chi riesce a ottenere i risultati migliori; le squadre che hanno persoper anni, si cambiano con persone in grado di confrontarsi con le altre Regioni europee.

Le scadenze sono assai ravvicinate, visto che i programmi per spendere i fondi nei prossimi sette anni, devono essere pronti per la fine di Luglio: se non cambiassimo subito direzione la maledizione della non crescita sarebbe pronta a consumare il patrimonio politico di chiunque provi a governare un Paese che rischia di perdere l’ultimo treno e di spaccarsi tra due parti entrambe senza fiato.

Articolo pubblicato su Il Messaggero e su Il Gazzettino del 19 Maggio

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook