Daniele Marini
Palomar
26 Maggio Mag 2014 1459 26 maggio 2014

Diversamente europeisti

Siamo diversamente europeisti. Non desideriamo fare a meno dell’UE e dell’euro. Ma, nello stesso tempo, vorremmo rinegoziare il vincolo (economico) che ci lega. O ci strozza. È questo, in sintesi, l’orientamento degli italiani rilevato dall’ultima indagine LaST (CMR – Intesa Sanpaolo: www.indaginelast.it) e che risulta confermato dagli esiti elettorali di ieri. Non sono mancate in questi lunghi anni di crisi le tensioni e le spinte a uscire dall’Unione e abbandonare l’euro per tornare alla lira, rincorrendo un malessere diffuso. Individuare un colpevole e attribuirvi le responsabilità, senza assumersi invece le proprie, aiuta a semplificare la realtà e a raccogliere consensi, ma sicuramente non aiuta a cogliere la complessità dei problemi. Ma fino a che punto l’opinione pubblica considera simili prospettive come realizzabili, come un’effettiva exit strategy alla crisi? Qual è l’orientamento complessivo degli italiani nei confronti dell’UE? L’indagine LaST, dopo aver delineato il profilo delle appartenenze territoriali e della fiducia nei confronti  delle istituzioni nazionali ed europee, ha approfondito gli atteggiamenti verso l’UE e le conseguenze di un’eventuale uscita dell’Italia.

Innanzitutto, il tanto vituperato euro in realtà, dopo 15 anni dalla sua introduzione, è più apprezzato di quanto non appaia. Certo, la maggioranza (57,0%) degli italiani sottolinea come la sua introduzione abbia creato delle complicazioni, ma in fondo è stato uno strumento necessario per la costruzione dell’Unione. Se a questi aggiungiamo il quinto di interpellati (20,6%) che invece ne evidenzia prevalentemente i vantaggi, possiamo osservare come in generale la popolazione apprezzi il ruolo e il valore di poter disporre di una sola moneta a livello continentale. Non sono, tuttavia, marginali quanti ne sottolineano esclusivamente gli aspetti negativi: 22,4%. E sostengono quest’opinione soprattutto coloro che esprimono un’identità nazionale-locale, i maschi e i 50enni con un basso titolo di studio, i disoccupati e i residenti nel Mezzogiorno. In altri termini, quanti si trovano più facilmente ai margini del lavoro e vivono situazioni di difficoltà economica.

Tuttavia, quali sarebbero le conseguenze di un’ipotetica uscita dall’UE e l’abbandono dell’euro? La grande maggioranza della popolazione considera queste prospettive come assai negative. Il 72,4% ritiene che l’abbandono dell’euro e il ritorno alla lira peggiorerebbe di gran lunga la situazione economica dell’Italia. Per una quota di poco inferiore (68,5%) l’uscita dall’UE approfondirebbe la crisi economica. Piuttosto, sono le misure imposte dall’UE al nostro Paese a generare molte perplessità. Se il 36,4% immagina che la situazione dell’Italia declinerebbe ulteriormente qualora non rispettassimo quei vincoli, per contro una quota analoga (35,6%) pensa che miglioreremmo le nostre prospettive. È interessante sottolineare come i più preoccupati di un’eventuale uscita dall’UE e dall’euro siano coloro che esprimono un’identità territoriale più aperta, i residenti nel Nord del Paese, le generazioni più giovani e i più anziani, i ceti produttivi. Viceversa, i più critici verso le misure imposte dall’UE si annidano fra i disoccupati e gli imprenditori, ovvero quanti hanno pagato in misura maggiore gli effetti di quelle decisioni. Dunque, non si tratta di avviare un processo di exit dall’istituzione europea e dalla sua moneta, che preluderebbe – nell’opinione della popolazione – a un netto peggioramento delle condizioni economiche. Piuttosto, a una discussione e negoziazione delle misure adottate negli anni recenti, ritenute non completamente adatte a risolvere la crisi. D’altro canto, le stesse istituzioni monetarie europee e internazionali, che in precedenza hanno posto quei vincoli, da qualche tempo stanno rivalutando e mettendo in discussione l’efficacia reale di quelle misure.

Volendo delineare un profilo di sintesi dell’orientamento degli italiani verso l’Europa è possibile individuare quattro tipologie prevalenti. Il gruppo più cospicuo è degli “europeisti flebili” (40,7%). In essi prevale generalmente un orientamento positivo nei confronti dell’UE e non considerano l’opportunità di strategie di uscita. Ciò non di meno ritengono sia necessario ridiscutere alcune condizioni, migliorare il funzionamento della casa comune. Il secondo gruppo (36,2%) è degli “europeisti convinti”. In questo caso non vi sono dubbi sostanziali nella positività dell’appartenenza all’Unione e percepiscono quasi esclusivamente aspetti positivi. Per altro verso, incontriamo gli “anti-europeisti” (14,1%) i quali non avvertono alcuna positività nell’appartenenza all’UE e nell’utilizzo dell’euro. Anzi, considerano un’eventuale uscita foriera di un miglioramento delle condizioni dell’Italia. Al loro fianco, incontriamo gli “euroscettici” (9,0%) per cui l’UE e l’euro hanno generato e generano effetti più negativi che positivi. Quindi, se complessivamente una parte maggioritaria della popolazione (76,9%) nutre un atteggiamento positivo verso l’UE, una quota minoritaria, ma sicuramente non marginale (23,1%), evidenzia un orientamento tendenzialmente negativo e ostile.

Sicuramente, i segni profondi della crisi uniti alle misure cui anche l’Italia è stata costretta dall’UE, hanno alimentato il malessere nei suoi confronti. Certamente, quegli interventi possono essere rivisitati e migliorati. Tuttavia, non dovremmo dimenticare che i vincoli posti sono il frutto di nostre (ir)responsabilità: delle scelte e delle riforme non realizzate. Di non aver disegnato un futuro plausibile e sostenibile per l’Italia.

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