Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
29 Maggio Mag 2014 1008 29 maggio 2014

Piattaforma della danza: il concettuale nel corpo

È stata una pregevolissima iniziativa la NID2014, ovvero la “piattaforma della nuova danza italiana”, che ha raccolto a Pisa, per tre giorni, operatori di mezzo mondo chiamati a un confronto serrato – teorico e pratico – con numerosissime proposte sceniche. Tre o quattro spettacoli al giorno, selezionati da un comitato artistico, tra coreografie ipercontemporanee e balletti classici, scavallando generazioni e codici, ma con un occhio sempre attento a quanto sta pulsando nella danza italiana.

Organizzato in modo impeccabile da MIBACT, Regione Toscana e Fondazione Toscana Spettacolo, con supporto di altri partner e con epicentri nella Stazione Leopolda e nel bellissimo teatro Verdi di Pisa, la NID è stata dunque l’occasione per osservare un panorama ampio, articolato, a tratti contraddittorio e disperato, eppure vivace, addirittura vivacissimo.

Se le mattinate erano dedicate a tavoli di lavoro, puntando soprattutto alla tessitura di reti internazionali, la giornata si dipanava poi in spettacoli che hanno tratteggiato una radiografia ad ampio spettro: non tutta la danza italiana era al NID (com’è ovvio), e nemmeno tutte le “eccellenze” vi erano rappresentate, ma certo una porzione ampia, decisamente indicativa. Onore al merito, dunque, a chi ha deciso di fare un serio investimento attorno alla danza e di dare la giusta importanza a un’arte diffusa e vitale: a chi è riuscito insomma a catalizzare l’attenzione di operatori di respiro internazionale, stimolando confronti e discussioni.

Allora, per quel che mi riguarda, ho cercato di vedere il più possibile nei giorni a mia disposizione: non sono riuscito a veder tutto – ogni tanto tocca pure tirare il fiato – e mi sono perso sicuramente cose interessanti (come lo spettacolo di Virgilio Sieni, l’ultimo giorno). Ma un’idea penso di essermela fatta e pur essendo un analfabeta dal punto di vista strettamente “tecnico” – laddove la danza, specie quella “codificata” abbisogna di un vocabolario specialistico – credo sia possibile tracciare alcune rotte comuni, fissare certi elementi che tornano, trasversali, da uno spettacolo all’altro. Come ha già ben fatto Oliviero Ponte di Pino, in un suo resoconto pubblicato su ateatro.it, provo a focalizzare certi aspetti, a restituire delle (personalissime) impressioni.

Primo, in ordine di importanza, è il fatto che il “concettuale” è ormai nel corpo: il corpo è diventato il terreno astratto per eccellenza dove imbrigliare le contraddizioni del contemporaneo. Se il “nuovo teatro” sta – detta in modo grossolano – tornando alla parola e al repertorio, la danza si fa sempre più rarefatta. Sono ridotti al minimo – e per fortuna, viene da dire! – gli spettacoli che ancora “narrano”, quelli che “mimano” o “evocano”: prevale il performativo, l’astratto, il simbolico addirittura archetipico. La composizione è totalmente astratta: addirittura estranea, distante, da ogni possibile realtà, e qui vi è, forse, il rovescio della medaglia.

La vertigine concettuale ha privato – sta privando – le creazioni da ogni appiglio concreto, aperto, anche politico al mondo. Gli spettacoli sono sempre più “senza contesto” o “senza luogo”: potrebbero essere ovunque e comunque. Non c’è traccia del “deserto del reale” d’oggi. Corpi e relazioni non politici, dunque, ma oggetti estetici: l’etica, se mai ci fosse un tentativo di affrontarla, declina eventualmente solo dall’estetica, rivelando una fragilità compositiva e d’approccio anche un po’ preoccupante. Al massimo l’inquietudine è sul rapporto di coppia (con esiti sconfortanti) o sul sesso, che resta il totem attorno al quale girano devoti i nostri coreografi.

Tutti nudi, o nude, a danzare: se non nudi, seminudi. La nudità è ormai un abusato costume di scena. E anche laddove se ne fa “ironia” gli esiti sono banalmente prevedibili. Perché poi, va detto, questi nostri coreografi spesso vogliono far “ridere”: cercano l’ammiccamento, la risatina, il sorrisetto. Dalla “non-danza” francese è invalso l’uso di “giocare” in un minimalismo compositivo che rischia di ridurre tutto a giochino, a scherzetto, a parodia di sé. Di fatto, non balla più nessuno.

Gesti lenti, immobilità, reiterazione postmoderna, loop, insistenza parossistica sullo stesso dettaglio, ciclicità: in tempi che si dilatano, che escono dal tempo storico e lo distillano in spirali vieppiù astratte. Sono elementi che tornano, in modo diverso, in numerosi lavori visti al NID: e anche in questo caso viene da dire “per fortuna”, perché quando – invece – ci sono compagnie che “ballano”, ci siamo trovati di fronte a un repertorio pericolosamente polveroso, noiosetto, sterile.

Quel che sto facendo è un discorso ampio e tendenzioso, dunque passibile di immediata smentita e con mille eccezioni, ma pare che questo pur fervente movimento creativo viva una fase delicata: evidentemente, come per la prosa, le pessime condizioni lavorative, occupazionali, economiche, spinge a ridurre al minimo i rischi, le avventure, le aperture. Ci si chiude sul sé, si procede per frammenti, ci si riduce al “piccolo”. E l’immobilità diventa una grande metafora generazionale.

Detto questo, ci portiamo a casa anche belle suggestioni. A partire dall’elegante e fluido gioco in due capitoli di Meditation on beauty di Marina Giovannini e Cab008, forse la cosa migliore vista al NID; per passare alle zampate di un leone come Enzo Cosimi che in Welcome to my word regala momenti di grande intensità. Citiamo volentieri gli ottimi danzatori della Compagnia Zappalà, in uno spettacolo peraltro decisamente irrisolto; e il delicato, astratto, raffinato equilibrio di All dressed up with nowhere to go, di Giorgia Nardin: emblema forse, sin dal titolo, di tanta nuova danza italiana. 

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