Vincenzo Maddaloni
Step by Step
2 Giugno Giu 2014 1514 02 giugno 2014

Khomeini 25 anni fa lasciò in eredità all'Iran l' "orgoglio" di essere protagonista. Lo è ancora


L'ayatollah Ruhollah Khomeini

Ventincinque anni fa - 3 giugno 1989 - moriva l'ayatollah Khomeini. Ricordo quel primo febbraio del 1979 quando, alle nove e sette minuti del mattino, nel cielo terso di Teheran apparve il jumbo che riportava in patria Ruhollah Khomeini il "profeta disarmato". Ritornava dopo quindici anni di esilio e decine di migliaia di persone l'attendevano nelle strade. «Il mondo non aveva mai visto uno spettacolo simile», scriverà il New York Times.

Ricordo la confusa partenza dall'aeroporto parigino di Orly, con Sadeh Gotbzadeh (sarà fucilato il 15 settembre 1982) mentre vendeva i biglietti ai giornalisti che volevano accompagnare Khorneini nel suo viaggio trionfale. Infilava i soldi in una busta di plastica trasparente, che poi consegnò a due persone amiche pregandole di depositare la somma il giorno dopo, alla riapertura delle banche, perché l'aereo su cui si doveva viaggiare l'aveva noleggiato con un assegno a vuoto. Ricordo l'arrivo a Teheran, la saletta dei "vip" dell'aeroporto zeppa di personalità: i religiosi, ma soprattutto i laici, gli esiliati, i perseguitati dal regime dello scià. E, pressata contro i cancelli, la folla gridava, invocava. Khomeini avanzava lento, solenne, impassibile. A un giornalista della Nbc che gli domandò: «Cosa prova in questo momento?», rispose: «Nulla».

Tornato in patria a settantanove anni, essendo egli nato il 17 maggio del 1900, fu accolto come il gran liberatore. Nella capitale gli avevano preparato una reggia non meno sontuosa di quella abbandonata in fretta e furia dallo scià. Ma lui sognava ambienti austeri e andò a Qorn, la città santa dell'Islam sciita. C'era comunque a quel tempo il sentimento, l'idea, che la rivoluzione sarebbe proceduta sui binari della logica e del pluralismo secondo quanto aveva proclamato lo stesso Khomeni a Parigi. L'Occidente, ben poco sapendo di Islam e di ayatollah, scopriva attonito che il fondamentalismo sciita, nel momento del declino delle grandi ideologie, s'era rivelato una forza di sovversione efficace, molto più efficace del socialismo reputato scientifico.

L'immagine corrucciata e benedicente del vecchio ayatollah mostrò al mondo capacità insospettate: bloccò i militari nelle caserme, lanciò uomini, donne, giovinetti, nelle piazze. «La religione islarnica», affermava il rapporto Dorman Omeed, pubblicato in quei giorni sulla stampa americana, «sta riempiendo il vuoto creato anche in Iran dal fallimento dei due grandi modelli sovietico e occidentale».

E dunque, con resipiscente trepidazione, si seguì la "sommossa delle 48 oredi quell'undici febbraio, quando una folla male armata di fucili e di bastoni corse in aiuto dei cadetti dell'aeronautica assediati dalla guardia imperiale. Ci furono due giorni di scontri furiosi che si conclusero con la resa degli "Immortali". La "rivoluzione a mani nude" aveva vinto. Cosicché scarsa attenzione si prestò all'avvertimento lanciato da Khoeini il giorno della vittoria: «Il compito che ci è stato affidato», disse, «è di purificare noi stessi e di allontanare i fedeli dalle cose effimere del mondo».

Si credette fosse soltanto una predica; ci si illuse che le forze laiche avrebbero prevalso. Bastava invece ripercorrere la biografia di Khomeini per intuire che non si sarebbe lasciato togliere il potere di mano. A vent'anni quest'uomo che avrebbe governato l'Iran era già riverito come un grande sapiente, come il migliore degli allievi della scuola coranica di Qom. Era ammirato e additato come modello per la sua vita ascetica personale e per l'intensa spiritualità. Nella sua prima giovinezza aveva scritto molto di filosofia, aveva guidato numerosi raduni di preghiera. Ma frequenti erano state anche le sue incursioni nella politica.

Il suo primo libro, Scoperta dei segreti, era un pamphlet contro Reza Khan il grande, il sergente iraniano che era riuscito a diventare scià. Secondo il giovane Khomeini le leggi dittatoriali introdotte da Reza nel suo Stato erano illegali e il popolo aveva il diritto divino di ribellarvisi. In quegli anni, era poco più che trentenne, cominciava a studiare attentamente i testi rivoluzionari degli ortodossi musulmani. Vi scopriva, a uno a uno, i princìpi della sua Repubblica islamica e iniziava a lavorare intorno a un progetto ambizioso: la creazione di un Consiglio interislamico che facilitasse l'unione fra tutti i musulmani delle capitali islamiche e di ogni Paese dove erano presenti e rappresentati.

Prima da Qom e poi dall'Irak dove lo scià lo esilia, Khomeini stringe alleanze con tutti i movimenti esplosivi dell'area mediorientale, controlla personalmente la creazione di AmaI (il partito degli sciiti lìbanesi), manda i suoi fidi nei campi di addestramento del Libano, e affina la propaganda. Afferma di voler produrre « una generazione di credenti per scardinare i troni dei tiranni» e divulga il suo messaggio, inciso in migliaia di cassette, in tutto l'Oriente.

Il 24 giugno del 1975 a Sidone viene firmato l'accordo, che riconosce la leadership di Khomeini su tutti gli sciiti del mondo e sui movimenti islamiei di liberazione. Fra i firmatari J'imam Mussa Sadr che opera nel Libano, ma è nato a Qom: Hussein Mussavi che verrà accusato di essere il mandante degli attentati contro i contingenti americano e francese a Beirut, e lo sceicco Fadlallah che afferma: «Il Libano è una testa di ponte. La Repubblica islamica deve estendersi a tutto il mondo».

A settantacinque anni, dunque, Khomeini è già il capo riconosciuto di tutto il mondo sciita, e in Occidente - miracoli della disinformazione - nessuno ha ancora sentito parlare di lui. A settantanove con il plauso internazionale si installa a Teheran. Non ha avuto difficoltà a raccogliere proseliti tra le masse dei mostazaiin (i senza scarpe), dei perseguitati, della borghesia, tra gli operai, secondo i quali, ancora oggi, Khomeini rimane il simbolo di un riscatto culturale di fronte alla "violenza" di altre culture.

«L'Occidente e le sue false libertà hanno corrotto la nostra gioventù», predicava l'imam in quel lontano febbraio, «smettiamo di disprezzare la nostra antica civiltà, smettiamo di ispirarci ai libri che vengono dall'Ovest o dall'Est materialista. Noi dobbiamo ridare la fede al popolo, strapparlo all'idolatria di una cultura d'importazione. Dobbiamo cercare Allah, perché in Allah c'è tutto».

Sicché, una volta eliminate le opposizioni, spesso con metodi sanguinari, gli è stato abbastanza facile organizzare la società secondo un modello di socialismo coranico che s'ispira ai princìpi originari della comunità arcaica, all'egualitarismo delle tribù beduine, trasformate dal Corano in nazioni. «Il bottino che Allah ha fatto trarre al profeta dalla popolazione appartiene ad Allah, al suo inviato, agli orfani, ai poveri, al viaggiatore, affinché non divenga monopolio dei ricchi». L"'anima di Dio", questo significa Ruhollah, non scenderà mai a compromessi. Appena al potere aveva solennemente giurato: «Né con l'America, né con la Russia».

Khomeini, dunque, è riuscito a realizzare il sogno perseguito fin da ragazzo: diventare il profeta della crociata di Allah contro gli infedeli e proiettare il risveglio dell'Islam oltre i confini del mondo arabo. In Iran lo piangono ancora. vincenzomaddaloni.it


L'attuale Guida Suprema dell'Iran, Ali Khamenei, succeduto a Khomeini dopo la sua morte. (AP PHOTO/Hasan Sarbakhshian)
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook