Revolart
9 Giugno Giu 2014 1636 09 giugno 2014

Maps To The Stars – Le ceneri di Hollywood

Testo di - GIULIA MAINO

La crisi dell’industria cinematografica e del dorato mondo dello showbiz é un argomento che fa gola ai registi contemporanei, interessati a svelare le idiosincrasie e le contraddizioni del loro ambiente di lavoro (lo spietato affresco di Paul Thomas Anderson di Boogie Nights), così come le loro crisi creative (la parabola discendente del protagonista\alterego felliniano di 8 e Mezzo) o la trappole subdole e crudeli che l’industria dello spettacolo tende a chi coltiva il sogno di farne parte (la tragica odissea della protagonista di “Io la conoscevo bene” di Antonio Pietrangeli). Due anni dopo “Cosmopolis”, David Cronenberg prosegue il suo viaggio attraverso l’infernale decadenza dell’uomo moderno, lasciando da parte il mondo della finanza per penetrare all’interno del sogno americano per eccellenza. A differenza dei suoi illustri precedenti, il regista canadese fa un passo in più: utilizza la cornice hollywoodiana per esplorare l’archetipo della famiglia, utilizzando con precisione chirurgica e spiazzante la Mdp, restituendo allo spettatore una visione sublime, distorta e angosciante di sé stesso.

California. La famiglia Weiss (padre terapeuta televisivo, madre manager del figlio tredicenne, minidivo di una fortunata saga cinematografica) viene travolta nella sua pace e perfezione apparente dal ritorno di Agatha, la figlia maggiore della coppia, la quale decide di riprendere i contatti con la famiglia dopo un lungo periodo di degenza in un ospedale psichiatrico. Le loro vite si intrecciano a quella di Havana Segrand, attrice sul viale del tramonto ossessionata dall’ottenere il ruolo che fu di sua madre, e a quella di Jerome Fontana, aspirante attore che sbarca il lunario facendo l’autista di limousine.

Il dramma che pervade l’ultima fatica di Cronenberg procede esattamente come nei canoni classici della tragedia greca: il peccato originale pende come una spada di Damocle sulla testa dei protagonisti, insinuandosi ossessivamente in ogni inquadratura, spersonalizzante e claustrofobica; l’arrivo in città di Agatha, Erinni postmoderna, porta lo svelamento di ogni crimine o violenza perpetuata e la consapevolezza di una imminente punizione. Le mani guantate di nero della ragazza calano sul mondo come le ali di un angelo sterminatore: nulla può opporsi, o lottare. Chiunque è in balia della catastrofe imminente, quasi aspettasse il momento giusto per soccombere. L’ineluttabilità del destino luttuoso e distruttivo coinvolge e permea i protagonisti sin dall’inizio. Ciò che scardina completamente il film dai precetti greci é l’assoluta e disarmante alessitimia dei protagonisti. Ogni relazione, incontro, coinvolgimento emotivo é escluso o ridotto all’osso: la madre di Benjiie é una fiera affamata di soldi e successo, utilizza il figlio come merce di scambio, riconoscendone l’insostituibilità in relazione all’andamento del mercato. Lui è il “franchise”, e come tale il ragazzino si sente e agisce. Egli divora senza appetito ciò che la vita gli offre, gestendo le amicizie e la propria personalità con distacco e utilitarismo. Lo circondano chiacchiere vuote e sterili, in primis quelle del padre, sedicente terapeuta per dive in crisi, votato al suo credo personale fatto di mantra fasulli e terapie traumatiche che manipolano il corpo come “massaggi psichici”, inutili e pericolosi. Il rapporto tra madre e padre è assente, tanto estraneo ai due quanto devastante é la colpa che si nasconde dietro alla loro unione. L’onta della quale si sono macchiati si ripercuote sulle generazioni a venire, facendo crollare il misero quanto artificioso castello di carte che si sono affannati a costruire. Lo spettatore assiste al crollo reale e fantasmatico dell’archetipo familiare, attraverso la destrutturazione completa dei legami dei Weiss e le allucinazioni e le proiezioni psicotiche di Havana, la quale cerca di esorcizzare le violenze subite durante l’infanzia della madre tramite un ruolo inottenibile, inutilmente doloroso e patetico. E’ un gioco al massacro,che inevitabilmente si concluderà con la completa disfatta dei protagonisti, colpiti da una forza invisibile quanto inarrestabile. Jerome, complice e vittima silenziosa dell’autodistruzione generale, ospita all’interno della sua limousine (privata della connotazione uterina e protettiva della macchina che accompagnava lo stesso Pattinson in Cosmopolis, più simile ma ben più terrena alla berlina di Holy Motors) la vita brulicante e parassita di Los Angeles, approfittando della debolezza e della pochezza morale di chi incontra, perpetuando un violento ed esecrabile circolo vizioso.

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