Gaetano Farina
Leggere il mondo
10 Giugno Giu 2014 2003 10 giugno 2014

Chi sono i "buoni"

Scuote coscienze e soprattutto orgogli personali il nuovo romanzo-inchiesta di Luca Rastello al punto tale da aver incassato feroci critiche sconfinanti, in certi casi, nella diffamazione. "I buoni", pubblicato solo qualche settimana fa da Chiarelettere, si rivela, infatti, un'esplicita denuncia delle ambiguità, contraddizioni, delle ipocrisie, se non proprio delle falsità del "non profit", o "terzo settore”, o, ancora, "volontariato professionale" per chi preferisce utilizzare questa etichetta. Un mondo che Rastello, ora affermato giornalista di Repubblica e scrittore di successo, conosce molto bene per averci militato due decadi e aver contributo alla formazione di importanti organizzazioni come Libera contro le mafie.
E proprio per questo - seppur si tratti di un romanzo con personaggi plasmati dall’esperienza personale ma “opera d’invenzione” e nonostante la valenza universale che la formula narrativa del romanzo può, invece del saggio, acquisire - alcuni “ex colleghi” di Rastello si sono sentiti chiamati in causa e in dover di controbattere, anche duramente.
In effetti, le vicende de "I Buoni" richiamano, senza troppi filtri, le attività della rete donciottiana del Gruppo Abele e di Libera che parte da Torino e si snoda nel resto dell'Italia e anche fuori di essa. Azalea, la protagonista della storia, partendo dai cunicoli della Romania si avventura nella Torino post-industriale sino ad incontrare Don Silvano, il grande salvatore di anime munito di scorta la cui base operativa è una ex fabbrica ereditata gratuitamente, del tutto simile alla "Fabbrica delle E" del Gruppo Abele, situata nella semiperiferia torinese. Nel romanzo come nella realtà, infatti, per accedervi bisogna superare un check-in, guardiani scrupolosi e tornelli anti-proiettile e si articola in numerosi spazi e sezioni: il centro studi, la biblioteca, la cooperazione internazionale, l’ufficio stampa, la sala eventi, la sala per il counselling, la casa editrice, ecc.
Gian Carlo Caselli, ex procuratore torinese strettamente legato a Don Ciotti e alle sue attività, si è sentito attaccato e in dovere di “rispondere” a Rastello dalle pagine del Fatto Quotidiano: “Rastello ha scritto un libro cattivo contro Luigi Ciotti. Un attacco spietato alla persona, al suo pensiero e alle sue opere. Praticamente non si salva nulla. Dilagano ovunque nequizie e ipocrisia. In realtà, proprio l’ipocrisia è il difetto del libro. Si premette che “è corretto considerare le vicende narrate nel romanzo come immaginarie”, ma il velo farisaico di un nome fittizio (don Silvano) serve a niente”. “Quasi mezzo secolo di vita del Gruppo Abele e quasi vent’anni di Libera di fatto spariscono sotto le macerie di un assortimento di orride nefandezze che sarebbero la regola, fino a creare “un dio che chiamano legalità”, il “loro vitello d’oro” che “dona carriere e onori”.” Anche Nando Dalla Chiesa dà per scontata la corrispondenza fra Don Silvano e Don Ciotti e, sempre sul Fatto Quotidiano, ribatte esaltando tutto “il buono” del lavoro del Gruppo Abele e di Libera che, a partire dagli anni Ottanta, “hanno fronteggiato un ciclone di urgenze” sociali.
In realtà, Dalla Chiesa dà contemporaneamente conferma di tutti i rischi, i difetti, le deviazioni, i vizi in cui possono incorrere le organizzazioni del sociale. E l’importanza del romanzo di Rastello sta proprio in questo, nell’individuare e mettere coraggiosamente in luce ciò che viene nascosto dalla retorica del bene e del buono, dalla santificazione di alcuni operatori e attivisti, dai proclami e dalle promesse roboanti, dalle partnership istituzionali, dal marketing e dalla comunicazione di stampo commerciale.
Il romanzo in questione può risultare anche non proprio avvincente, ma è intanto opera di una coscienza sensibile che conosce perfettamente e ha vissuto sul campo le dinamiche della cooperazione e solidarietà sociale; il romanzo è dettato da livore personale? Si porta dietro irriconoscenza e ipocrisia nei confronti di alcuni personaggi reali o, in generale, del mondo del volontariato? Al lettore non dovrebbe interessare…
Ciò che dovrebbe contare è la testimonianza personale sui problemi di un settore, quello della solidarietà sociale, che è effettivamente minato da profonde contraddizioni e non sempre è giustificabile dalla bontà di fondo delle intenzioni. Già un altro libro di Chiarelettere, “L’Industria della Carità”,  in anticipo di qualche mese, aveva provato ad alzare il velo di omertà che spesso copre il sistema della cooperazione. (Anche per indebolire le certezze di quelli che credono che “i buoni sono buoni e nessuno deve osare metterli in discussione”).
Il peccato originale, come sostiene Rastello non solo in questo libro, sarebbe da identificare con l’adesione a una visione mercantilistica della società: la privatizzazione del sociale condurrebbe inevitabilmente all’adozione di forme di concorrenza proprie del mercato capitalistico (neoliberista) da parte delle stesse organizzazioni di solidarietà che, per contendersi la spartizione delle scarse risorse in campo, si concedono alla precarizzazione contrattuale dei propri lavoratori, al propangandismo marchettaro, al personalismo comunicativo, alla dipendenza dai centri di potere, alla politicizzazione, tanto che si rischia che la comunicazione diventi più importante del fare.. .(basti pensare alla contesa a colpi di spot pubblicitari per il versamento del cinque per mille).
L’origine dei mali, in questo contesto, è comunque secondaria. Ciò che ha importanza è la verità, la realtà di questi mali: a chi si interessa di non profit o terzo settore, sempre più evidente è, infatti, l’autoritarismo e il narcisismo dei capi, il condizionamento da parte dei centri di potere politico-economico (occorre ricordare che alcuni esponenti della galassia donciottiana ricoprono cariche politiche anche di alto livello), la non coincidenza fra proclami-programmi e fatti concreti-azioni realizzate, la spregiudicatezza del “fine che giustifica i mezzi”, anche la corruzione, la poca trasparenza specie nella gestione delle risorse, gestioni centralizzate e poco democratiche, il rigido maschilismo e, prima di tutto, la missione che diventa niente di più che un lavoro, l’idealismo del servizio per gli altri sottomesso all’esigenza di carrierismo o di mantenimento della struttura, lo sbandieramento di etiche e valori funzionale, più che altro, all’accaparramento di risorse.
Nella storia narrata da Rastello, Azalea, intelligente e ancora “pura”, fa carriera rapidamente sino a diventare la persona più importante del “cerchio magico” di don Silvano. Ma ciò significherà sbattere addosso ai limiti, alle contraddizioni, agli egocentrismi, alla collusione politica e alle gravi mancanze delle organizzazioni non profit del terzo millennio.
Luca Rastello sarà ancora costretto a rivendicare l’universalità della propria storia, seppur ispirata da esperienze personali, ma ciò che importante non è cercare i collegamenti con il passato dell’autore (ed eventuali gossip), bensì far propria la denuncia di un fare sociale sempre più condizionato dal marketing. Non a caso, in tutte le presentazioni del suo libro, Rastello si scaglia duramente contro “la pornografia delle campagne di sensibilizzazione” che sfruttano i volti delle vittime, degli ultimi, dei minori sofferenti per raccogliere soldi, e, soprattutto, contro il simbolismo fine a se stesso: nell’era della comunicazione, infatti, anche le simbologie, le retoriche, le immagini utilizzate dagli operatori del sociale rischiano di diventare più importanti del fare concreto.
Vittima del marketing pare essere anche il contesto metropolitano in cui si muovono Azalea e gli altri personaggi de “I Buoni”. Quella Torino, che dopo l’ubriacatura olimpica del 2006, si è risvegliata povera e smarrita, e, prima di tutto, drammaticamente disorientata riguardo al futuro di città deindustrializzata.

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