Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
11 Giugno Giu 2014 0745 11 giugno 2014

Piccole storie d'amore


"Tortuga" di Lorenzo Gioielli

Ci sono stati due spettacoli che mi hanno scaldato il cuore, nei giorni passati. Due cose “piccole”, eppure estremamente significative: il primo un dialoghetto stralunato e delicatissimo, il secondo un monologo struggente e commovente. Occasioni e teatri diversi, certo, ma simile l’attenzione alla parola, al sentimento, al racconto. Dico in fretta: il primo è Tortuga, della giovane associazione Lisa, visto alla Cometa Off. Il secondo è La notte poco prima della foresta, che Pippo Delbono ha letto, gridato, sussurrato, stropicciato al teatro Argentina per l’apertura della rassegna Garofano Verde, curata da Rodolfo di Giammarco.

Tortuga è una “genesi” in minore, riscritta in una lingua magica, sospesa tra quell’improbabile volgare dell’Armata Brancaleone di Monicelli e le raffinate reiterazioni di Beckett. È un dialetto terrigno, antico e impossibile, immaginifico; ma anche una lingua fantascientifica, postatomica, rasa al suolo e reinventata, plasmata sulla memoria sfuggente di epoche arcane, di sogni maceri, di racconti infantili. Con questa lingua dell’assurdo, due strane figure si confrontano: e raccontano la cosa più banale e antica, l’amore.

Partono, come pretesto, dalla memoria, e dalla necessità di non annoiarsi: in quella landa ormai desolata che è il mondo, chi si annoia muore. Uno è l’uomo, Marcus (il bravissimo ed elegante, con quella sua cifra ironicamente distaccata, Lorenzo Gioielli, anche autore), l’altro è una specie di tartaruga Ninja (bravo Andrea Monno), ovvero una tartaruga mutata e mutante che, si scoprirà, dovrà mutare ancora e definitivamente.

I due esserini, soli al mondo, vagano, chiacchierano, ma soprattutto danno vita e realizzazione a un “disegno”, a una profezia che li porterà ad essere novelli Adamo ed Eva, fondatori di un mondo nuovo, semplice, laicissimo e popolare, disincantato. La scrittura di Gioielli sa evocare con grazia, ma non esclude una comica trivialità, un umanissimo afflato al sesso, al vero, con una sincerità spiazzante e toccante. Il progetto di Lisa (acronimo che sta per l’impegnativo: Libere Iniziative Spettacolari Azzardate) si avvale del bel commento sonoro live di Gianni Salinetti e della nitida regia di Virginia Franchi, forse un po’ sbrigativa in alcuni passaggi, – puntata com’è, molto, sul ritmo – ma attenta ai dettagli, a dare spazio e corpo al testo, a rendere gradevolissima, insomma, questa favola: e certo, crescendo, Tortuga acquisirà tempi e modi più maturi, e potremmo avvertire meglio quegli abissi di melanconia che ora solo si intuiscono nelle pieghe del testo.

Articolata, nella sua immediatezza, la proposta di Pippo Delbono, accompagnato in scena dal chitarrista Pietro Corso. Copione alla mano o al leggio, Delbono apre il suo lavoro come sempre girando attorno al tema, evocando ricordi personali anche tragici, aneddoti, senza risparmiare battute o commenti d’attualità. Poi, incastona la lettura del testo di Bernard-Marie Koltès tra due lettere. La prima è stata scritta da François Koltès, fratello di Bernard e scrittore a sua volta. Una lettere dolcissima, inviata a Delbono dalla Sicilia degli sbarchi e dei migranti, sospesa tra bellezza e indignazione. La seconda, che chiude il reading, è un breve testo che Bernard scrisse alla madre, a parziale spiegazione del monologo.

La notte poco prima della foresta, infatti, è un lancinante e struggente racconto in prima persona di una solitudine troppo rumorosa, di un amore inseguito, cercato, sognato, perso, ricreato. Amore per tutti e per qualcuno, per quello che il narratore chiama, semplicemente, compagno: bisogno di amore, di abbracci, di tenerezza, di una stanza accogliente dove dormire assieme, scaldandosi per il freddo, di una mano sulla fronte. Allora eccoli, i naufraghi, i migranti, gli esuli: randagi in cerca d’amore su marciapiedi solitari o in metropolitana.

 Ma qui, forse, non c’è la tragica ebrezza pasoliniana, del poeta che vagava lungo la Prenestina o la Casilina; qui, anzi, c’è la pioggia che entra nelle ossa, ci sono le offese, le umiliazioni, l’amarezza, la nostalgia per una bellezza mai veramente posseduta – che pure saranno aspri temi pasoliniani – metafora amara della condizione umana.

Delbono, come spesso accade, in queste situazioni destrutturate dà il meglio di sé. E stupisce tutti. Entra nel testo con vigore e maestria, se ne impossessa con ironia, addirittura con leggerezza, e con pochi tratti – la voce che si fa artaudina, stridula, ritmica, impastata di grida, addirittura di glossolalie e variazioni di ritmo continue e reiterate, con quel souffle a dare tragica verità – restituisce senza retorica il magma bollente di Koltès.

Strana figura, solitario nel suo incedere attraverso la drammaturgia francese e europea, sempre poco etichettabile, Bernard-Marie Koltès, scomparso appena quarantenne nel 1989, è un gigante della scrittura. In questo monologo come in altri testi ormai celebri, esprime al meglio il suo lirismo dalla cifra quasi seicentesca: molti grandi uomini di teatro, a partire da Patrice Chéreau, hanno messo in scena i suoi lavori. Mi sembra un bellissimo segnale, dunque, che Delbono si sia accostato – per questo primissimo studio – a La notte poco prima della foresta: aspettiamo, con piacere e curiosità, l’esito finale.

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