Ernesto Gallo e Giovanni Biava
Giovine Europa now
13 Giugno Giu 2014 0927 13 giugno 2014

W la RAI. Il rifiuto inorganico dell'organico RAI.

Oggi torna a scrivere Matteo Laurenti, con RAI e scioperi...grazie a Matteo!

«Li voterò fino alla morte. Ma la tessera, quella non l’ho mai presa»
(Biagio Agnes, Dir. Generale RAI 1982-1990; L'Europeo; 1988)

Nei primi giorni del governo, Tony Blair amava parafrasare la famosa battuta di Brian di Nazareth
dei Monty Python (…) per rispondere ironicamente ai propri critici. “Hanno tradito il socialismo. E'
vero, hanno portato più sicurezza sociale, hanno fatto molto più per la sanità pubblica, l'istruzione
e così via ma nonostante tutto, hanno tradito il socialismo”.
(L'oggetto sublime dell'ideologia; Slavoy Žižek; 2014)

La regolarità degli scioperi nel pubblico impiego è strettamente legata alla regolarità degli scandali del servizio pubblico che denuncia puntualmente gli stessi scandali. Quando ovviamente non sciopera in quanto lo scandalo è legato ad una riforma che ridefinisca il perimetro del Parlamento italiano in una materia a caso sovvenzionata dalle tasse dei contribuenti italiani, come sanità, pubblica
istruzione, la gestione dei comuni e le loro case di riposo, le provincie ed, ovviamente, la telecomunicazione. Il sistema RAI, che nella congiuntura storica di ventennale ritardo rispetto a tutto quello che concerne un “apparato” statale rispetto al restante variare delle stagioni e delle monarchie o repubbliche, è costretto a ridefinire la propria missione di servizio, passando da broadcaster a media company. Dovendo quindi contrattare nuovamente con il governo la propria e stessa identità. L'articolo 21 del decreto 66, scritto appositamente per la RAI s.p.a. (nonostante il precedente art. 20 fosse già chiaro), nel quale si chiede alla stessa azienda di partecipare alla revisione della spesa pubblica, contribuendo con un prelievo di 150 mln di euro dall'imposta del 1938 (il canone), è talmente chiaro che si commenta da solo. La RAI è stata un'emanazione dapprima allegorica e poi successivamente sempre più spettrale del Parlamento, così almeno dalla riforma del 1975. L'ex ministro e giornalista Alberto Ronchey definì l'allora operazione “lottizzazione”. Termine mutuato dall'urbanistica e divenuto paradigma giornalistico, più o meno come “tangentopoli”, quando ci si riferisce a qualsiasi sovvenzione pubblica all'apparato politico durante la seconda repubblica. La Radio e Televisione Italiana traslitterando da garante del monopolio democratico a simulacro dei bilanci in rosso dei partiti, si è trovata negl'ultimi mesi a dover rendersi conto della vertigine causata dal proprio disservizio ormai ventennale, cercando invano di elaborare un sano senso di colpa all'interno degl'ultimi tre governi fantoccio e, cercando invano di ricostruire un desiderio perduto negl'occhi di noi poveri cittadini guardoni, ha finito per per modellare un'idea morbosa di  identica riproduzione all'interno di un Parlamento totalmente identico a se stesso nel suo terrore del vuoto (politico, istituzionale, rappresentativo, legislativo). Molti di questi fattori che hanno scaturito l'indignato sciopero, causato dal prelievo forzoso delle risorse evase da decenni di canone non pagato da diversi milioni di cittadini italiani, avrebbero già portato sull'orlo del suicidio, di ogni possibile credibilità, molte aziende. Ma non la RAI.


Sottraendo la matrice di un accordo dal lavoro al lavoro stesso dei propri dipendenti, la RAI ha richiamato nei ranghi i sindacati. CGIL, Cisl, Uil, Usigrai ed anche quelli del 19 giugno, quelli dell'Usb. Quelli che stavano per rendere lo sciopero dell'11 illegittimo, in quanto a meno di 10 giorni da uno già concordato nello stesso settore (ma non dalla stessa organizzazione sindacale, vedi CGIL). Usigrai e Cisl si sono sfilati per motivazioni plausibili a discussioni interne dei propri affiliati. Sostenitori dello sciopero invece, la UIL, un sindacato che non è nemmeno un simulacro corporativo ma perlopiù una sega mentale della rappresentanza del lavoro e, ovviamente, la CGIL di Susanna Camusso. Una donna la cui unica preoccupazione è quella di non vedere cancellata la C di CGIL dallo storico acronimo. La C che sta per Confederazione. Quella che ormai è diventata il blasone di quel simulacro del Quirinale che è diventata la propria sede nazionale romana.
Susanna Camusso, che passerà alla storia dell'organizzazione della Confederazione come il Segretario che ha deliberatamente imposto il pensiero unico (creando a tal proposito un'invidia del pene abnorme all'interno del PD), consapevole di più e più abortite volontà di scissione interna, assolutamente consapevoli nei propri quadri e nei propri iscritti, è soddisfatta di aver ancora una volta salvato i privilegi senza doveri dei lavoratori della Pubblica Amministrazione. D'altronde l'imperativo categorico non è rinnovare i contratti nazionali fermi da lustri ma bensì quello di tesserare. L'urgenza di tessere è talmente alta che anche lo storico quadrato rosso si è tramutata in una piramide. La storia della RAI si sta avvicinando molto al destino del giornalismo e della politica rappresentativa. I giornalisti non hanno o non sanno più riconoscere una fonte per descrivere la realtà. I politici non rappresentano più un Partito ma un punto di share, la realtà del consumatore
(già cittadino). E quindi la televisione statale, adattandosi, non rappresenta più una proposta di visibilità parlamentare ma bensì la piattezza dei nuovi schermi al plasma ormai in tutte le case orfani di valvole e tubi catodici. Io non ho la TV da tre anni. Al suo posto ho una pianta. Sono costretto a pagare ugualmente il canone perché ho altri “apparecchi di ricezione”. Ma non mi indigno se qualcuno tenta di risolvere la spesa pubblica infilandomi 80 euro nella busta tassando il canone. E per non pagare il canone basta andare alla prima discarica autorizzata vicino a casa vostra, per farvi rilasciare un attestato di rottamazione, da spedire negl'uffici RAI, per dimostrare che il vostro apparecchio di ricezione è un rifiuto inorganico. Come qualsiasi tentativo di riforma dell'organico politico e statale.

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