Francesco Grillo
Il grillo parlante
14 Giugno Giu 2014 1123 14 giugno 2014

Corruzione ed efficienza, le due facce della stessa medaglia

La decisione di Marianna Madia e Matteo Renzi di mettere nel disegno di legge dedicato al miglioramento dell’efficienza della pubblica amministrazione anche la definizione dei poteri di Raffaele Cantone e dell’autorità chiamata a combattere la corruzione, può sembrare una contraddizione. Il paradigma dell’efficienza porta normalmente ad essere più veloci; quello della legalità ad essere più attenti per non fare errori. E tuttavia, esiste un forte legame tra l’ipotesi di una “Repubblica più semplice” e quella di uno Stato che sfugga, finalmente, alla maledizione dello scandalo che ne colpisce le istituzioni ogni volta che decidesse di fare investimenti.

Se proviamo a posizionare su un grafico i diversi Paesi del mondo misurandone su un asse il livello di imparzialità e trasparenza delle amministrazioni e su un altro la complessità delle procedure attraverso le quali si gestiscono gli appalti, ci accorgiamo che esiste una correlazione stretta: quanto più sono lunghi e incomprensibili i documenti delle gare con le quali essa seleziona i propri fornitori, tanto più aumenta la possibilità che le risorse pubbliche siano usate in maniera illegale. Questo paradosso pesa molto sull’Italia e ne costituisce forse il maggior svantaggio competitivo: secondo la classifica di Transparency International siamo al terzultimo posto in Europa (subito prima di Romania e Bulgaria) per corruzione, mentre riusciamo a fare peggio per complessità delle regole per accedere agli appalti, visto che, in questo caso, il terzultimo posto al quale siamo relegati è quello mondiale (davanti solo a Brasile e Venezuela). Il risultato è la trappola nella quale ci siamo infilati, presi dalla tenaglia di due emergenze che sembrano andare in direzioni opposte e costringerci a scegliere il male che, di volta in volta, sembra il meno grave: da una parte – proprio come il Brasile degli stadi – riusciamo ad essere costantemente in ritardo nella realizzazione delle nostre grandi (o piccole) opere; e quando con fatica riusciamo a spendere, è molto probabile che i costi unitari di ciò che realizziamo sono molto più elevati che all’estero e che i percettori di fondi siano quelli sbagliati.

Del resto – come faceva notare uno studio svolto nel 2011 per il Dipartimento Funzione Pubblica -  il paradosso è solo apparente:  la rigidità delle procedure e la richiesta di aver già fatturato certi importi alle stesse amministrazioni appaltanti come criterio di ammissione alle gare,  sono non solo la pietra tombale su una qualsiasi ipotesi di innovazione, ma anche la barriera all’entrata che riduce drasticamente la competizione: in questo contesto, l’assenza di verifica di risultati rende l’aggiudicazione di un lavoro pubblico una rendita che può essere disturbata solo dalla mancanza dei finanziamenti previsti inizialmente e che genera i famosi crediti che lo Stato non riesce a smaltire.

Il disegno di legge licenziato ieri dal Governo sembra intuire – anche se manca un disegno complessivo – la chiave di lettura decisiva: è giusta l’abolizione di un’autorità di vigilanza sugli appalti che, evidentemente, non ha funzionato e la sostituzione con un’istituzione che abbia come obiettivo quello duplice della lotta alla corruzione e della valutazione dell’azione amministrativa usando la leva della trasparenza.  Le stesse azioni di ricambio generazionale possono essere assai utili non solo a ridare idee ad amministrazioni diventate in questi anni – per effetto del blocco del turn over - le più vecchie d’Europa, ma a togliere spazio all’illegalità: in fin dei conti la corruzione va ad occupare uno spazio che dovrebbe essere, invece, riempito di progetti e voglia di realizzarli che uffici ripiegati su se stessi hanno perso da tempo.

Tuttavia, come lo stesso Presidente del Consiglio ha ribadito più volte, una riforma vera non può essere dettata dalla necessità di rispondere all’emergenza. Un’amministrazione pubblica che recupera e diffonda legalità è un’organizzazione che supera la logica dell’adempimento e si proietta verso quella dei risultati verificabili dagli stessi cittadini. Ciò esige comporre nello stesso progetto la sensibilità dei migliori magistrati per combattere l’illegalità, quella dei manager più abituati al confronto internazionale per valutare il valore che chiunque gestisca fondi pubblici riesce a generare, facendo leva sulla capacità di controllo da parte dei contribuenti su amministrazioni finalmente trasparenti.

Ma se questo fosse l’approccio, se volessimo davvero unificare la lotta alla patologia con un progetto che persegua la normalità, dobbiamo dire che al disegno di legge di ieri manca ancora una vera e propria strategia e alcune importanti chiarimenti sul piano dell’implementazione.

Non è chiaro se ed in che misura la nuova autorità anti corruzione farà davvero valutazione e trasparenza, visto che ci sono diversi altri uffici che se ne occupano e che esse richiedono competenze e approcci diversi. Va bene l’idea di commissariamenti parziali su singole opere che un’impresa non riesca a completare, ma non è chiaro come ciò avvenga: è un particolare importante perché questo è uno di quei dettagli che può produrre il danno collaterale di un ulteriore scoraggiamento di investitori esteri di cui abbiamo assoluto bisogno.

Mentre, ancora non si interviene in maniera diretta su un codice degli appalti che deve poter, subito, consentire innovazioni molto concrete: che si liquidino i pagamenti premiando chi ha risparmiato tempo; che si sviluppino sistemi di monitoraggio in grado di far giudicare a chiunque l’affidabilità di imprese diverse e disallineamenti di costo; che diventino questi elementi di merito – e non solo l’assenza di pendenze penali – i criteri per selezionare le imprese.

L’EXPO appare dimostrazione esemplare di un sistema che si era abituato a produrre regolarmente inefficienza e illegalità: la soluzione sta nel trovare il modo per risolvere entrambi i problemi con lo stesso progetto. Se non ci riusciamo, se non diamo il segnale di aver intrapreso un progetto di cambiamento chiaro, la credibilità di un Governo italiano che chiedesse In Europa di poter fare più investimenti, sarebbe pari a quella di chi pretendesse di mettere più acqua in un secchio con un buco sul fondo. 

Articolo pubblicato su Il Messaggero ed Il Gazzettino del 14 Giugno

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