Cristiano Bosco
Vanilla Latte
16 Giugno Giu 2014 1653 16 giugno 2014

Della superiorità di Starbucks, che carica i cellulari ai clienti e paga gli studi ai dipendenti

Out of this world. Fuori da questo mondo. Nel senso che no, non può essere vero: Starbucks non può essere un'entità reale. Non può appartenere a questo pianeta. D'accordo, chi scrive è dichiaratamente di parte – e il nome di questo blog, Vanilla Latte, è piuttosto eloquente – ma qui si tratta di un doppio colpo che renderebbe di parte chiunque, un uno-due di jab portanti capace di stendere persino i più scettici, convertire gli infedeli, e convincere tutti i negazionisti del credo di Howard Schultz ad andarsi a bere un tall Frappuccino in tempo zero.

Ancora dovevamo riprenderci dalla notizia, diffusa una manciata di giorni or sono, relativa all'installazione, nei prossimi tre anni, di più di 100 mila caricatori wireless per cellulari in 7500 caffetterie Starbucks sparse per il territorio nord americano (circa 12 per store, dunque), che permetteranno a tutti i clienti della compagnia di ricaricare le batterie dei propri smartphone, gratuitamente, senza cavi, magari il tutto mentre si sorseggia un buon Caramel Macchiato. Un'innovazione straordinaria, in materia di in-store technology e di servizi offerti alla clientela, specialmente quel genere di clientela – e sono la maggior parte, sottoscritto compreso – che vive con l'ossessione della percentuale di batteria calante non appena si esce dalle mura di casa.

Come se tale news non fosse abbastanza per far nascere nuovi fedeli della chiesa di Starbucks, ecco che, a pochi giorni di distanza, arriva il secondo colpo, già battuto dalle agenzie di stampa di tutto il globo: l'azienda con sede a Seattle pagherà gli studi a migliaia di suoi dipendenti. Ebbene sì, Starbucks ha annunciato di aver stretto un accordo con la Arizona State University per consentire a molti dei 135 mila lavoratori della catena di caffetterie di proseguire gli studi universitari e laurearsi. A costo zero, senza prevedere rimborsi e, soprattutto, senza essere obbligati a restare a lavorare per la compagnia.

L'iniziativa si chiama Starbucks College Achievement Plan, e partirà il prossimo autunno: gli impiegati che lavorano almeno 20 ore a settimana, saranno rimborsati dal primo all'ultimo dollaro investito se si iscriveranno nel programma di corsi della ASU come junior (studenti al terzo anno di college) o senior (al quarto e ultimo anno). Tutti gli altri potranno accedere a borse di studio del valore di 6.500 dollari, se si iscrivono come freshman (studenti al primo anno) o sophomore (secondo anno). Oltre a tutto ciò, consulenti dell'ateneo saranno disponibili per indirizzare i dipendenti/studenti nella scelta delle migliori soluzioni per la carriera accademica.

Un esperimento senza precedenti, per un'azienda che, a differenza di altri grandi nomi, già in passato si è distinta per benefit e trattamenti di favore nei riguardi dei propri dipendenti, a cominciare dal rendere disponibile l'assistenza sanitaria per tutti i lavoratori. "Starbucks ha deciso che il capitale umano è una delle cose più importanti in cui possono investire. Tutti sono preoccupati su come terminare il college”, ha affermato Michael Crow, Presidente della Arizona State University.

Tale mossa potrà rendere la società ancora più appetibile per i giovani in cerca di lavoro, per gli studenti che vogliono trovare occupazione per mantenersi agli studi, per i lavoratori che vogliono proseguire la carriera universitaria interrotta, nonché per far crescere il livello di istruzione medio dei dipendenti della catena. Oltre, naturalmente, a fare nuovamente breccia agli occhi dell'opinione pubblica americana, consolidando l'immagine di una multinazionale di successo, che offre prodotti di ottima qualità, comfort e servizi senza eguali ai propri clienti, e tratta bene i suoi dipendenti. Insomma, qualcosa di vicino al surreale. Che, se non esistesse davvero, sarebbe quasi fuori da questo mondo. E per il momento – quello senza dubbio – fuori dal suolo italiano.

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