Fabio Brinchi Giusti
Parlare con i limoni
17 Giugno Giu 2014 1619 17 giugno 2014

Yara e l'ordinaria follia dei media

Prima dell'articolo vero e proprio, vorrei proporvi questa breve rassegna di quello che sta girando su Internet:

Tutto questo (ed è solo una breve raccolta) non può essere normale. In tutto questo c'è qualcosa che non va, qualcosa di marcio e di malato. Una società che non riflette sugli errori e sugli eccessi del passato, che sbatte il mostro in prima pagina, che scava senza pietà nella sua vita, solleticando gli istinti bassi di chi è sempre pronto ad inforcare i fucili e a tornare al Medioevo; a cancellare la legge, i gradi di giudizio, le garanzie costituzionali e le loro sacrosante lentezze. Un mondo che non sa mai trovare un equilibrio normale fra il diritto-dovere di fare cronaca e il diritto-dovere del rispetto. Per l'assassino che è comunque un essere umano (e potrebbe essere perfino innocente) ma non ha rispetto nemmeno per la sua vittima. Idealizzata, angelicata, la sua foto trasformata in santini da venerare, la sua vita presa a pretesto per giustificare la sete di vendetta, la sua storia, la sua intimità, la sua esistenza spunto per infinite e inutili discussioni fra forum e talk show. 

Queste storie seguono, sempre, la stessa stancante ritualità: il clamore, il circo mediatico, la corsa al dettaglio o alla foto su Facebook, le solite banali frasi di circostanza, il ripetitivo stupirsi perché "era una brava persona, salutava sempre": già, sembra strano ma nessun assassino va in giro con la scritta "killer" sulla fronte. In realtà non c'è nulla di nuovo sotto il sole: la nostra storia non inizia con due omicidi in famiglia? Con Caino che accoppa Abele per gelosia e Romolo che fa lo stesso con Remo?

Non voglio passare per cinico. Il cinismo -ha scritto Roberto Saviano- è l'arma dei disperati che non sanno di esserlo. Ma non ditemi che tutto questo sia dolore sincero, compassione e pietà. E' lo stravolgimento della realtà, la trasformazione dell'orrore in uno show a puntate, in un telefilm ricco di colpi di scena. Poi di cosa stupirsi se qualcuno vada a farsi i selfie sui luoghi delle tragedie? Non faremmo lo stesso se incontrassimo il protagonista della nostra serie tv preferita? 

Serviranno a qualcosa queste parole? Probabilmente no perché il meccanismo è ormai così collaudato, così intrinseco nella nostra società e nella nostra natura umana che non ne possiamo fare a meno. I sociologi dicono che abbiamo bisogno del sangue per rassicurarci, per sentirci vivi, per autocullarci nella bugia che "no, a noi non potrebbe succedere mai" o forse per sfuggire alla noia di una quotidianeità scandita dalle solite cose, incapaci di trovare qualcosa di bello nelle piccole cose di un'esistenza che non cambia mai, un'esistenza cui solo le disgrazie degli altri portano quel brivido che nella vita reale non riusciamo più a trovare.

twitter: @fabio_990

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