Stefano Grazioli
Gorky Park
18 Giugno Giu 2014 0833 18 giugno 2014

I tubi vuoti dell'Ucraina

Dopo il blocco delle trattative sul gas con la Russia e la chiusura dei rubinetti da parte di Mosca, l’Ucraina si trova in un vicolo cieco dal quale cerca ancora di uscire con il sostegno finanziario dell’Europa. La mediazione di Bruxelles non è sinora riuscita ad avvicinare i due contendenti, Gazprom e Naftogaz, che rimangono distanti in un duello che non è altro che l’appendice di quello avviato già nel 2011 tra Victor Yanukovich e Vladimir Putin, conclusosi provvisoriamente nel dicembre dello scorso anno.

La posizione attuale di Kiev, che spera di trovare inoltre ragione alla corte di arbitrato di Stoccolma, non è però delle più comode e nonostante il premier Arseni Yatseniuk oggi al parlamento abbia sfoderato ottimismo, è solo il fatto che questa guerra del gas sia stia svolgendo nei mesi caldi dell’anno a non creare allarmi concreti. L’estate però passa in fretta e se non sarà raggiunto un compromesso stabile nelle prossime settimane, l’autunno e soprattutto l’inverno potrebbero diventare critici non solo per l’ex repubblica sovietica, ma anche per alcuni paesi europei.

Attualmente non vi sono problemi per il passaggio del gas russo verso l’Europa e sia Mosca che Kiev hanno assicurato il rispetto degli attuali contratti di transito, validi comunque solo sino alla fine del 2014. Secondo Gazprom gli impianti di stoccaggio ucraini contengono 9 miliardi di metri cubi di gas, sufficienti per affrontare l’estate, ne sarebbero invece necessari più del doppio per garantire regolari forniture durante la stagione invernale.

Yatseniuk si è rivolto oggi alla Rada snocciolando «buone e cattive notizie». Tra le prime ha ricordato come da ieri le forniture di gas russo verso l’Ucraina sono state bloccate, fra le seconde il ricorso di Naftogaz alla corte di arbitrato a Stoccolma per chiedere le revisione dell’accordo firmato cinque anni fa tra Yulia Tymoshenko e Vladimir Putin alla fine dell’ennesima guerra del gas.

Lo stesso ha già fatto però anche Gazprom, che ha annunciato a sua volta di voler ricorrere al tribunale svedese che secondo i contratti del 2009 è responsabile per risolvere le diatribe, per fare chiarezza sulla questione del debito di Kiev, che ammonta a 4,5 miliardi di dollari. Il numero uno di Gazprom Alexei Miller ha fatto in aggiunta sapere che potrebbe essere intentata anche un’altra causa per 18 miliardi relativi agli anni 2012 e 2013 in cui l’Ucraina non avrebbe completamente soddisfatto gli accordi take or pay.

In sostanza i punti che dividono Russia e Ucraina sono due riguardano da una parte il volume e il modo di appianamento del debito, che comunque, come già evidenziato nel corso dei tentativi di mediazione dal commissario europeo per l’Energia Guenther Oettinger, deve essere in ogni caso saldato, e dall’altro il prezzo, fissato nel 2009 e poi sottoposto a revisione nel 2010 con gli accordi di Kharkiv e nel dicembre del 2013.

Già dal 2011 Kiev aveva cercato di rivedere i contratti firmati da Tymoshenko, a causa dei quali l’ex premier era poi finita in carcere per abuso di potere. Il tira e molla era terminato sei mesi fa, quando con la rivoluzione di Maidan al suo inizio Putin e Yanukovich avevano stabilito il prezzo di 268 dollari per 1000 metri cubi nell’ambito del pacchetto di aiuti di Mosca per Kiev, poi ritirato con il cambio di regime a febbraio e la svolta europeista del nuovo governo. Yatseniuk vorrebbe ora proprio quel prezzo che nemmeno Yanukovich è riuscito di fatto a pagare e si è inevitabilmente scontrato contro il muro del Cremlino.

Paradossalmente il ministro dell’energia ucraino che oggi che guida la crociata contro Gazprom è lo stesso Yuri Prodan che nel 2009 a fianco dell’eroina della rivoluzione arancione aveva sottoscritto l’intesa con Mosca. La Russia è disposta a concedere prezzi politici all’interno della Csi (Comunità degli Stati Indipendenti) e nell’ambito dell’Unione Euroasiatica, ma non pare voler fare sconti a nessun altro. Se quindi Bielorussia e Armenia pagano meno di 200 dollari, l’Ucraina si dovrà adattare ai prezzi europei, che mediamente si aggirano intorno ai 380 dollari, con paesi che pagano poco più di 300 e altri oltre 450.

Yatseniuk, che a parole sta ricalcando gli slogan del suo predecessore Mykola Azarov, dagli impegni per la diversificazione delle vie e delle fonti a quelli per una maggiore efficienza energetica, buoni solo da qui a dieci anni, è legato sul breve periodo agli aiuti dell’occidente, che si trova di fatto a dover aprire il portafoglio sia per evitare il collasso dell’Ucraina sia per coprirsi le spalle in vista del prossimo grande freddo.

TMNews / Rassegna Est

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