Raja Elfani
Gloβ
19 Giugno Giu 2014 1812 19 giugno 2014

Come fare soldi con la Cultura?

Svolta nella politica culturale: oggi dal governo arrivano espliciti segnali di apertura al privato, in occasione della terza edizione degli Stati Generali della Cultura (#SGC14 nei TT).

L’iniziativa del Sole 24ore quest’anno ha riunito ministri e dirigenti per parlare di soluzioni concrete oltre alle misure urgenti sanzionate da Franceschini.

Franceschini corregge il tiro dopo il flop dell’incontro con il Presidente Google, Schmidt, venuto in Italia per sancire l’accordo dei musei romani con Google Art. Ma sul palco dell’Auditorium della Conciliazione nessuno degli imprenditori culturali lo ha veramente risparmiato.

Il direttore dei Musei Vaticani Paolucci è stato il più diretto nel criticare il mondo della politica: inutile secondo lui moltiplicare le riforme, il vero nemico del mecenatismo è la burocrazia, rincara Carla Fendi.

Più diplomatici invece i presidenti di FAI e del Gruppo 24ore, Carandini e Benedini, che vedono di buon occhio il Decreto Cultura di Franceschini con una indulgenza forse un po’ paternalista.

Concorda Franceschini sulla necessità di una maggiore cooperazione tra Stato e privati, anzi quasi vorrebbe scaricare tutta la responsabilità della ricostruzione italiana sugli investitori.

Per Franceschini con gli ultimi sgravi fiscali gli investitori non hanno più scuse. Più che un decreto, l’Art Bonus è un appello alla mobilitazione per salvare la cultura. Ma se gli investitori non abboccano?

Inoltre se il compito del governo è rendere la riqualificazione del patrimonio più appetibile, non tutti gli investitori sono filantropi e disinteressati.

Esempio clamoroso è la Francia: la sua politica culturale tutta fondata sul mecenatismo ha fallito, come ha titolato Libération dopo lo scandalo Ahae, l’imprenditore coreano mecenate di Louvre e Versailles ora ricercato per implicazioni nel ferry Sewol affondato recentemente.

Ma a differenza della Francia, sull’Italia pesa una realtà che smonta sul nascere ogni speranza di marketing, o per dirla come Paolucci: per tutti, oggi, Pompei uguale zona più degradata d’Europa.

Pubblico o privato, non c’è quindi da rimandarsi la palla in un paese dove, se non c’è il degrado, c’è la corruzione. E appunto nemmeno agli Stati Generali della Cultura è mancata l’afflizione - ormai di circostanza - sul caso Expo.

L’Italia deve inventarsi un modello di sviluppo su misura, oltre gli standard. Intanto scommette tutto su Expo al costo di appiattire la varietà nazionale, la competizione fra le città.

Ieri il sindaco di Roma ha firmato il protocollo con Giuseppe Sala che da settembre uniformerà la programmazione di tutti i musei della capitale: dall’aeroporto Fiumicino a Castel Sant’Angelo, focus su Expo 2015 a rischio overdose.

Sempre in prospettiva di Expo, i Bronzi di Riace viaggeranno in varie sedi italiane, della serie se Maometto non va alla montagna. Qualcuno di Reggio Calabria si ribella, ma finché valgono qualcosa le opere vanno messe in circolo perché la bellezza è deperibile.

Se l'arte viene radicata al territorio, si resta sclerotizzati nella logica di conservazione. Da Reggio, anzi, i Bronzi dovrebbero andare al British Museum per acquisire valore e prestigio.

Il mercato chiede a ogni paese di specializzarsi per sfidare la globalizzazione, e l’Italia sceglie di puntare sulla cultura. È pronta a vendere la bellezza o preferisce imbalsamarla?

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