Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
23 Giugno Giu 2014 1141 23 giugno 2014

Ma è stagione di Cechov?


"Il giardino dei ciliegi" regia di Luca De Fusco

“Ho visto quello spettacolo che si intitola come uno stabilimento balneare: la conchiglia, lo scoglio, ah no, il gabbiano”. Scriveva più o meno così (vado a memoria), con il consueto cinismo, Ennio Flaiano: e salutava, sminuendo, l’attenzione per la drammaturgia di Anton Cechov. Sempre presente sui nostri palcoscenici, sempre all’insegna del “bianco” – almeno dal Giardino strehleriano – Cechov vive una seconda giovinezza tutta italiana.

Dimenticati i dissapori con Stanislavskij, il prode Anton può essere soddisfatto di sé: è l’autore più allestito del Belpaese.

Vale la pena segnalare, infatti, l’apertura della monocolore “Stagione-Cechov”: tutti biancovestiti, parleremo di dacie e di rubli, di samovar e calosce, di slitte e cavalli, di “nuove forme” e ciliegi. Di fatto siamo già, e lo saremo ancora di più, invasi da allestimenti cechoviani: le sorelle, gli zii, i gabbiani, i giardini (ma anche gli atti unici e i racconti) affolleranno i nostri palcoscenici, e dobbiamo prepararci. Perché esplode Cechov, perché oggi?

Certo, è un “classico”, e come tale, quantomeno, garantisce il botteghino: gli abbonati spendono più volentieri per quel che già conoscono. Ma forse non basta.

Torniamo allo scrittore russo anche perché parla di lavoro, di fallimenti, di nevrosi, di sogni infranti, di utopie. O forse perché se ne privilegia il coté intimista, sentimentale, privato più che quello “sociale”, cogliendone gli aspetti di disfatta personale e generazionale, temi più vivi che mai. Come pure sembra scritto ieri, o addirittura stamani, il ritratto dei tanti modi che hanno, i personaggi cechoviani, di sfuggire alla realtà. Quel girare inutilmente, quell’amare “a vuoto”, quelle dinamiche relazionali per cui si soffre senza scopo, sono condizioni più che mai condivise, nodali in quella lunga adolescenza (che va ormai dai venti ai quaranta anni) che è lo stato civile più diffuso.

Chi si chiede più, ormai, come sarà il mondo “tra due o trecento anni”? Semmai, ingabbiati come siamo nel nostro passato che non passa, è la nostalgia – non tanto per quel che è stato, quanto per quel che “avrebbe potuto essere” – che si insinua nella mestizia delle nostre esistenze sempre più grame. Di contro, abbiamo abbandonato tutta quella riflessione (messa bene in evidenza da un critico come Gerardo Guerrieri in un celebre saggio di qualche tempo fa) attorno alla trasformazione “civile” della “casta militare" di allora. Dei militari – figure cardine in Tre sorelle – non se ne occupa più nessuno, non sono figure significative: nel panorama attuale resta loro solo la goffa parata del due giugno.

Invece passa in primo piano, ovviamente soprattutto grazie al Gabbiano, la riflessione metateatrale, il senso professionale, la diatriba eterna tra vecchio e nuovo teatro: la necessaria riforma dei linguaggi, specie in un teatro gerontofilo come il nostro, è tema più che mai urgente (come non citare, ad esempio, il bellissimo allestimento del Gabbiano visto recentemente a Fabbrica Europa, con la regia di Tomi Janezic?).

Cechov, bontà sua, si offre a tutto: si presta, sornione, a svelare significati, situazioni, sensi. Si presta a sciogliere matasse biografiche e sentimentali, fa commuovere vecchi e bambini, incanta e illude, e regala – generosamente, nonostante tutto – qualche barlume di speranza. Però poi, implacabile come ogni classico, l’opera del Russo controlla le sue interpretazioni: non tutto è possibile con Cechov, e quella apparente “semplicità” si torce spesso in difficoltà estrema, in irrisolutezza. È il testo a svelare l’avventatezza di chi si presenta all’appuntamento poco preparato, non sufficientemente allenato. Con la profonda “leggerezza” di Cechov, insomma, non si scherza, o se ne esce acciaccati se non si è all’altezza del nitore feroce di quelle parole.

Ad esempio, ho visto questa sontuosa edizione de Il Giardino dei Ciliegi, firmata da Luca De Fusco al Napoli Teatro Festival (in gran parte dedicato proprio al drammaturgo russo). Il regista ne tenta una lettura in qualche modo “italianizzata”:  cerca una “meridionalizzazione” anche legittima, traslando la società russa di fine Ottocento-inizi Novecento – incapace com’era di confrontarsi con il proprio declino economico e con l’avvento di una rapace borghesia del nuovo secolo – a quella delle ville vesuviane. La suggestione meridiana è intrigante (e poteva essere grande e mirabile metafora per svelare, che so, la piccineria della nostra classe dirigente) così come l’affascinante apertura dello spettacolo: un interno diroccato, personaggi come statue che lentamente si animano, mentre gli unici a parlare sono i “minori”, i servi, o i borghesi appunto, con un lieve accento napoletano – però solo una coloratura appena accennata, troppo poco, con il rischio di già inficiare la prospettiva iniziale.

Poi, di fatto, la narrazione si appiattisce troppo, rischia di perdersi, sbanda: non ci aspettavamo il vaudeville, certo, per quanto caro all’Autore, ma qui sembra quasi che quel girare a vuoto dei personaggi diventi metafora strutturale, ovvero dello spettacolo stesso. Ognun per sé, senza un respiro organico: e le parole di Cechov risuonano svuotate, addirittura paradossalmente false, senza però che la partitura scenica dia appigli capaci di confermare, smentire, o tracciare altre trame nelle relazioni tra i personaggi.

E quando poi, verso la fine, la scenografia imponente di Murizio Balò si chiude su se stessa, lasciando una bellissima fenditura, una crepa, da cui spiare i resti di quel mondo, arriva all’apice, si acuizza irreversibilmente, quella distanza scena-platea che si avvertiva con certo disagio. Ne esce purtroppo appannata la figura di Ljuba, affidata alla pur brava Gaia Aprea, ancora in cerca di una definizione; come pure il fratello Gaiev, interpretato da Paolo Cresta, come un dandy decadente alla “Grande bellezza”; e il fin troppo energico ma manierato Lopachin, di Claudio Di Palma, che invece – in questa versione mediterranea – avrebbe potuto trovare territori inesplorati e affascinanti. Si potrebbero sfruttare meglio le coreografie, tanto da mutare la festa davvero in una strindberghiana danza di morte, come pure le brevi inserzioni video – cifra di De Fusco – a svelare dettagli e dolori, come era nel più nitido Antonio e Cleopatra; mentre risultano, almeno per me, inutilmente didascalici tutti qui giochini di aquiloni e palloncini: belli da vedere, certo, ma così stucchevoli…

Lo spettacolo è già in cartellone per la prossima stagione: ma serve maggior coraggio, una determinazione implacabile, soprattutto se si hanno a disposizione simili mezzi, per affrontare corpo a corpo Anton Cechov. Lui ci sta, è pronto a tutto, ma trattatelo bene: altrimenti, e lo sa Stanislavskij, ci rimane male.

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