Giulia Valsecchi
Cineteatrora
25 Giugno Giu 2014 1441 25 giugno 2014

Al suono dell'ultimo respiro

La rotta di Sarah Kane non è una rovina nevrotica, un fango da cui è impossibile venir riesumati. E non assomiglia nemmeno lontanamente all’appiattimento collerico che si compiace d’essere al margine e dilaniarsi. Non è cibo per misogini, né per quella faciloneria che l’abbina alla devianza più incolore. La parola di Kane incide con la stessa ferita della carne e l’elevazione inafferrabile dello spirito universale: «Remember the light and believe the light /An instant of clarity before eternal night».

La morte è dichiarata come lucidità che torna a fare visita, l’eterno che previene qualsiasi altro barbiturico ininfluente e posticcio a stordire chi non può più mangiare, dormire, fare l’amore, scrivere ed esalare l’ultima non certezza al suono del respiro dell’amante, che nulla conosce delle funzioni e degli scarafaggi che s’annidano nella mente. 4.48 Psychosis è un copione dal ritmo fluviale, una lingua mobile che elenca e stuzzica le voglie cerebraliste di certi registi, capaci soltanto di affermarne l’irrigidimento suicida nel collo algido della grande attrice d’Oltralpe al centro del palco a blaterare versi che meritano sempre e solo un ascolto intatto.

Così Elena Arvigo ha mosso le carte da gioco della partitura di Kane su un palco di terra nera e frammenti di specchi: piedi sicuri e insicuri sopra un tappeto di schegge, disperazioni e dichiarazioni che sbarrano gli occhi, rovesciano i bussolotti coi numeri della tombola umana, dove nulla nella presunta normalità fa brodo. C’è il terrore di sottoporsi ad altra terapia, c’è l’esperimento di un passato in sequenza meccanica e inerte contro la depressione, che non giustifica l’espropriazione dell’amante e il nutrimento mancato del suo odore. Il sacrificio è per qualcuno che non ha coscienza, che non sa di una passione inabile a estinguersi: «I need to become who I already am and will bellow forever at this incongruity which has committed me to hell».

Sopra il capo e l’occhio che vibrano tormento e improperi, corteggiamento e lirismo, sono appese altre corde di specchi rotti, in prossimità di due sedie e uno specchio maggiore in cui il pubblico rifletta se stesso e convochi attraverso Kane l’imputato più meschino dell’indifferenza. Non è per piacere che ci si infligge il suicidio, non è per indolenza o falso lamento che se ne induce lo strazio rimarcando con una scrittura che invoca metafore come realtà e topoi - dal ronzino impressionista all’ermafrodito ed eunuco - fino a levare alta la voce su ciò che più inesorabilmente ruggisce nell’anima e la prostra. Un bisogno d’amare senza cui non avrebbe senso programmare l’ora della lucidità estrema, un tenero quanto demoniaco scasso dello scrigno dove il vuoto fa da padrone.

La regia di Valentina Calvani insegue con sapienza tracce di luci e ombre facendo muovere quel corpo seminudo, esposto e prossimo all’annullamento su una permanenza di vetri aguzzi e confini assenti che non siano la circolarità claustrofobica della stessa stanza muta, piegata a un lessico che maledice e accoglie qualsiasi sterminio della storia, pur di addossarsi la morte come rifrazione di luce necessaria su un fool senza pubblico in delirio.

Elena Arvigo assume la smania fisica dell’ora più vicina, ma anche il suo terrore, il testamento cui nulla si può obiettare se non che lasciare che sia, come un refrain dei Beatles proposto al termine dell’invocazione finale ad aprire la tenda dopo aver ammesso senza tregua: «Cut out my tongue /tear out my hair / cut off my limbs /but leave me my love / I would rather have lost my legs /pulled out my teeth /gouged out my eyes /than lost my love».

Che sia dunque il corpo a stormire quando le 4.48 toccheranno al carnefice-vittima per scansare il dolore e la vergogna d’essere stirpe di negazione. I resti di un atto dovuto sono le domande su di sé, l’ossessione della raffica verbale, la eco senza rispecchiamenti e una faccia impastata di qualcosa che non esiste. Nella voce e nel tramite di Arvigo, il non detto di Kane fa sì che non si resti mai attoniti, ma si imbraccino pari armi di violenza contro quel buio caldo di lacrime per chi non verrà a sospendere la condanna.

Si può essere privati di tutto, tranne che dell’amore in cui, scriverebbe Winterson: «la cosa meno originale che sappiamo dirci è tuttavia la sola che desideriamo sentire […] “Ti amo” è sempre una citazione. Non sei stata tu a dirlo per la prima volta e nemmeno io, eppure, quando lo dici tu e quando lo dico io, siamo come dei selvaggi che hanno scoperto due parole e le venerano. Io le ho venerate ma adesso mi ritrovo nella solitudine di una roccia scavata dal mio stesso corpo.»

Fino al 29 giugno – Teatro Out Off Milano

4:48 PSYCHOSIS

di Sarah Kane

traduzione di Barbara Nativi

con Elena Arvigo 

regia Valentina Calvani 

musiche Susanna Stivali

scene, costumi, ideazione, luci

Elena Arvigo e Valentina Calvani

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