Sergio Ragone
Pop corn
25 Giugno Giu 2014 0900 25 giugno 2014

Tra fare la storia ed entrarci c'è di mezzo un Mondiale


(YASUYOSHI CHIBA/AFP/Getty Images)

Un pomeriggio da dimenticare, un dispiacere che, anche se condividi con molti italiani, non passa così facilmente e che resta tra le pagine chiare e le pagine scure. Aspetti quattro anni, con pazienza ed entusiasmo, per rivivere un’emozione, quella del 2006 perchè nell’82 eri troppo piccolo per ricordare, ma alla fine resti con il colpo in canna.

C’erano in campo giocatori della tua età, altri più piccoli si, ma l’ossatura era la tua generazione.
"È il nostro momento", pensavi, "ora tocca a noi, finalmente", dicevi.

Poi arriva il campo, il rettangolo di erba che determina tutto: fortune, sfortune, incidenza del caso, possibilità mancate, esaltazione del talento. Ed è sempre il campo verde a dire la verità, a marcare la differenza tra il percepito ed il reale, che dopo i 90 minuti non si confondo più. Al bando tutto, le dichiarazioni banali e le frasi in confezione regalo da sala stampa, conta quello che si fa e non più quello che si è detto. Speri, ti attacchi a tutto, anche alla scaramanzia dei gesti pur di festeggiare un successo.
Pensi che quello può essere il tuo mondiale, quello dei ragazzi della tua età, quello di chi affrota il passato con la stessa forza con cui si affronta il futuro.

Niente, nulla di tutto ciò.
Vuoto pneumatico, una sfilata sul verde con poca eleganza e troppi affanni. E la generazione che doveva fare la storia? È entrata nella storia senza farla.

Fallimento, si dirà, ma forse è più giusto parlare di sopravvalutazione degli uomini e delle loro capacità.
Stima eccessiva anche di una generazione di calciatori che non ha saputo costruire la propria dimensione di successo nella storia e nella geografia. Naturale lo scontro tra senatori e giovani leve azzurre, diventato più acceso dopo la sconfitta per l’atteggiamento di superficialità ed arroganza barocca da social network che ha prodotto zero.

Chi ne esce bene, in verità ne esce meno peggio degli altri, grazie alla qualità del proprio talento che, in questa parentesi ombrosa, si illumina con ancora più forza. Il risultato finale non cambia, però: tutti a casa con mestizia e senza gloria.

Ripartire, ricostruire, rialzarsi.
Si, e ti pare facile? E con chi? E verso dove?

Lascia troppe domande questo mondiale brasiliano, ma per una volta sono inferiori alle certezze, che prendono forma con le dimissioni di Prandelli ed Abete, le parole di capitan futuro De Rossi e quelle di Buffon (quello bollito, ricordate?).

Due domande, forse, restano senza risposta: è questo il meglio che l’Italia del calcio può esprimere? Why always you, Mario?

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