Alessandro Paris
Margini
29 Giugno Giu 2014 1247 29 giugno 2014

Agamben, la gnosi e la tazzina

Giorgio Agamben, commentando Michel Foucault:

a. un dispositivo è un insieme eterogeneo, che include virtualmente qualsiasi cosa, linguistico e non-linguistico allo stesso titolo: discorsi, istituzioni, edifici, leggi, misure di polizia, proposizioni filosofiche ecc. Il dispositivo in se stesso è la rete che si stabilisce tra questi elementi.

b. il dispositivo ha sempre una funzione strategica e si iscrive sempre in una relazione di potere; come tale, risulta dall'incrocio di relazioni di potere e di relazioni di sapere.

Più in particolare, Agamben sintetizza: «chiamerò dispositivo letteralmente qualunque cosa abbia in qualche modo la capacità di catturare, orientare, determinare, intercettare, modellare, controllare e assicurare i gesti, le condotte, le opinioni e i discorsi degli esseri viventi» (Che cos'è un dispositivo, Nottetempo, p. 22)

I social sono dispositivi? Che tipo di relazioni di potere vi si realizzano?

A prima vista sembrerebbe doversi scartare la riduzione di questi strumenti a effetti di un gioco di sapere-potere pubblicitario . Per quanto la coscienza di appartenere anche a un gioco di questo tipo non difetti a molti tra coloro che utilizzano i social, certo. Ma si potrebbe obiettare che non è la coscienza degli utenti che stabilisce il senso dei dispositivi. La loro descrizione - sia pure superficiale - rivelerebbe infatti che attraverso essi si produce un effetto di soggettivazione, ma raramente si fa riprendere nella riflessività dell'utente. E quando ciò avviene, di solito, l'effetto è nauseante e si è già cessato – almeno in parte, almeno in potenza e come promessa di sé – di appartenervi e/o prestarvisi. Posto che uscire completamente dal gioco dei dispositivi – di qualsiasi dispositivo - è probabilmente impossibile, dato che i nostri corpi – intesi non come organi naturali ma come unità viventi intenzionali, sono attraversati, costituiti, catturati, orientati da reti e famiglie di dispositivi. E anche la scrittura lo è. E il fatto che si possa comprendere, o che anche rigettare questo discorso come futile, astratto, inutile, campato in aria (sia pure fritta) implica che siate (siamo) irretiti. Nella rete. (Per approfondire leggere quanto scrive Antonio Spadaro, a tal proposito)

Il limite di questo dispositivo (penso a Twitter, che frequento, e in parte anche a Facebook, benchè quest'ultimo sia in parte anche uno strumento di risocializzazione con quanti ho gia conosciuto al di fuori) è il suo permanente gnosticismo. Gli difetta l'incarnazione. Gli resta - legata al dito - la sua digitalità. Che non vuol dire virtualità, si badi. La vera antitesi non è tra virtuale e reale, ma tra digitale e analogico. Il cosiddetto reale-reale, anche sino al limite dell'ostensione, è già analogico. Per non parlare dell'intersoggettivo...

Ma il limite gnostico del social è che porta a negare (anche in senso psicoanalitico) il rapporto analogico, perché si appaga di sé autoriferito (stavo per dire autistico, ma attualmente l'uso metaforico di questo aggettivo si espone all'accusa di politically incorrectness), della propria aura solipsistica (demonica). Nega l'analogia, riduce l'immaginazione, o meglio la rende quasi impossibile, degradandola a proiezione "assoluta".

Chi è dall'altra parte? Come è fatto? Come sorride? Qual è il suo odore? Può veramente interrompermi? Dice che piange, lo leggo, ma come piange? Quante tazzine di caffè prende la mattina? E con quanto zucchero? Si appaga? E come?

Debbo invocarlo, debbo proiettare me in questo schermo. Ma non posso mai immaginarlo. Sono caduto in questo mondo purissimo di assoluta connettività. Dove nessuno può interrompermi. Neanche per dire veramente che questo caffè fa abbastanza schifo.

Così ho potere di ignorare il suo appunto. O di escluderlo con un click!

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