Fabio Brinchi Giusti
Parlare con i limoni
30 Giugno Giu 2014 2040 30 giugno 2014

Quel Veneto che non vuole l'indipendenza

Questo è un viaggio in un Veneto che non s’immagina. L’altro Veneto che non cerca l’indipendenza e non insegue sogni secessionistici, ma vuole restare in Italia. Un Veneto ignorato e trascurato dai media tanto da dubitarne della sua stessa esistenza, dopo che anche le istituzioni regionali hanno deciso di mettere la loro bandiera sulla questione: il 19 giugno, infatti, il Consiglio Regionale ha approvato per legge la possibilità di indire un referendum sull’indipendenza. E’ la prima volta che la battaglia indipendentista, dopo aver raggiunto gli onori delle cronache nazionali con il plebiscito online di marzo, assume una veste istituzionale. La galassia del Veneto anti-indipendentista è molto variegata e conduce la sua battaglia culturale e politica sui social network e nelle piazze.

La notizia del referendum ovviamente non è stata apprezzata dai nostri interlocutori: “E’ anticostituzionale” –spiega Giuseppe Randon, studente che vive in provincia di Vicenza, “e con ogni probabilità si arenerà. Altrimenti avrebbero già fatto questo referendum anni fa” “Il plebiscito online è stata una buffonata” –gli fa eco Michele Busetto che invece è veneziano– “On line è possibile votare quante volte si vuole, basta cambiare account, e i fatti lo hanno dimostrato (in effetti inchieste giornalistiche de L’Espresso e della trasmissione di Rai Tre Gazebo hanno mostrato la facilità con cui si poteva votare più volte e spesso anche senza essere veneti ndr). Il Consiglio Regionale, invece, cerca solo di sopravvivere.” “Provo disgusto” –è il commento di Pietro Bernardi, studente, anche lui di Venezia– “C'è una notevole differenza tra una proposta a tratti confusa e “amatoriale” di un gruppo di indipendentisti (come ne esistono in ogni stato del mondo) e la promulgazione di una legge regionale. Nel primo caso infatti la proposta è talmente enfatizzata nei suoi tratti di utopia che è irrealizzabile in partenza, nel secondo invece vi è l'offerta di un percorso istituzionalmente valido per dar voce al sentimento popolare. Penso che si preferisca invece cavalcare l'onda dell'indipendentismo semplicemente perché è la posizione, al momento, elettoralmente più vantaggiosa.” Il Comitato “Bandiera Italiana-17 marzo” ha studiato le carte e spiega nei dettagli perché il referendum regionale, probabilmente, è solo una mossa di propaganda: “Il referendum che la Regione Veneto vorrebbe propinare ai veneti è consultivo ovvero che ha la funzione di esprimere pareri ma non di prendere decisioni e che si farà a detta del presidente uscente della Regione Veneto Zaia, solo quando i veneti saranno riusciti a raccogliere 14 milioni di euro necessari per pagarselo in quanto non verranno spesi soldi pubblici ma donazioni libere fino ad avere in cassa 14 milioni. Il tutto, ovviamente, su base volontaria. La legge approvata giovedì dal consiglio regionale è chiara: il fondo verrà costituito con «donazioni da parte di cittadini e imprese». La cifra è alta e difficilmente si riuscirà a mettere assieme un tesoretto del genere. Soprattutto in questi tempi di crisi. Un altro punto a sfavore è che dopo l'approvazione della legge regionale per l'indizione del referendum, la consultazione dovrebbe essere organizzata nel giro di 180 giorni. Cioè sei mesi. Questo vuol dire che i 14 milioni necessari per finanziarla dovranno essere raccolti entro la fine dell'anno. Fatte queste considerazioni, riteniamo quest’iniziativa nient’altro che l’ennesima pagliacciata della Lega Nord. Probabilmente se questo referendum si farà veramente, il si all’indipendenza ha buone probabilità di vincere, ma vincerà non perché coloro che vanno a votare si sentono veneti e non italiani! Voteranno si nella speranza di poter cambiare la propria condizione, lusingati dall’utopia di uno stato in cui tutto funziona, in cui le tasse non esistono e in cui non esiste disoccupazione (andate a vedere i manifesti indipendentisti, puntano proprio su questo), votare si viene considerata da molti l’unico modo di lanciare un messaggio disperato allo Stato per cambiare e riformarsi.”

Alla propaganda secessionista, tutti loro (anche se in maniera diversa) ribadiscono l’orgoglio di essere e di sentirsi italiani, alcuni risalendo al Risorgimento e alla Resistenza che ha visto il contributo di molti eroi veneti, altri ai valori della Costituzione: “Siamo stanchi” –scrive il Comitato Bandiera Italiana– “di questi luoghi comuni (figli di anni di scellerate politiche leghiste) che vogliono far apparire i veneti come non italiani. Siamo orgogliosi di essere italiani, veneti, europei e cittadini del mondo.” “Io sono veneto” –dichiara Randon– “ma la mia "classifica" di identità è italiano-europeo-veneto-vicentino. è egoistico pensare in maniera locale o regionale, poiché tale mentalità è all'origine della differenza nord-sud dell'Italia e causa pericolose fioriture populiste.” Michele Busetto invece va oltre e dichiara di non riconoscersi neppure nel Veneto: “Personalmente, e a quanto mi risulta alla stragrande maggioranza delle persone che vivono nella mia città, non mi riconosco nel Veneto, ma semmai nella mia città Venezia, che ha sempre cercato di opporsi a manipolazioni leghiste. Mi sento ovviamente Italiano, perché l'unità d'Italia è nata anche da i moti veneziani del ‘48, perché mi riconosco appieno con le varie identità regionali, che sento anche mie. Perché mi sento più a mio agio con un napoletano che con un trevigiano. Perché Venezia ha dato e ricevuto moltissimo dall'Italia, sotto ogni aspetto! Perché siamo legati da culture e tradizioni così simili, che non si può negare che gli Italiani siano un unico popolo!” Luigi Centa, un altro veneto che vive a Feltre e che ha accettato di rispondere alle nostre domande taglia corto: “Cosa ci differenzia per cultura, lingua, religione dal resto d'Italia?”

Il nostro dialogo prosegue quindi sulla diffusione o meno del sentimento anti-italiano in Veneto. Per Pietro Bernardi: “Il Veneto è un territorio fortemente differenziato, tuttavia ritengo che il sentimento anti–italiano nella forma più radicale sia in larga parte gonfiato dai media. Ci sono molti partiti locali che hanno sempre fatto leva sui sentimenti di anti-italianità e di indipendentismo, e mai è capitato negli ultimi decenni che qualcuno di questi riuscisse ad affermarsi in modo anche solo minoritario.” Per Luigi Centa: “Pochi esagitati fanno più casino della maggioranza del popolo veneto che ha cose più serie a cui pensare”; per Michele Busetto: “Non so nel resto del Veneto, ma a Venezia non esiste alcun sentimento anti Italiano”, per il Comitato Bandiera Italiana “La maggior parte dei veneti si sente parte della grande famiglia italiana. Giusto per fare qualche esempio, ricordiamo la recente adunata degli Alpini a Pordenone dove erano presenti 500mila alpini con altrettante bandiere italiane, o i recenti mondiali che hanno visto migliaia di balconi veneti arricchirsi di bandiere italiane che molti hanno lasciato esposte tutt’ora pur essendo uscita l’Italia. Uno dei leader anti-italiani, Lucio Chiavegato era il leader dei Forconi che andavano sventolando il tricolore in tutta la penisola e che recentemente ha deciso di metterlo nel cassetto per fare il candidato indipendentista alle prossime elezioni”. Voce fuori dal coro è Giuseppe Randon, forse perché viene da un’altra parte del Veneto: “dalle mie parti è più facile vedere un Leone di San marco che il Tricolore è, di solito, non c'è spazio agli indugi: o dici di essere italiano o dici di essere veneto. È preoccupante (e lo dico da studente) il livello di indottrinamento che hanno i ragazzi, chiusi in una mentalità che guarda ad un passato mai esistito per un futuro che solo apparentemente sarebbe migliore senza Roma. in definitiva direi che le due parti si equivalgono, con variazioni da zona a zona.”

In conclusione chiedo loro se hanno qualcosa da recriminare alla politica romana e allo Stato per quanto sta accadendo. Per Luigi Centa: “La colpa è in toto della politica che ha tirato troppo la corda, ma non solo in Veneto”; per il Comitato: “La politica e le istituzioni hanno molto da recriminare se siamo giunti a questo punto. L’unità è un valore imprescindibile ed irrinunciabile e senza il Veneto l’Italia non sarebbe più Italia ma qualcos’altro. Il mal contento della gente verso coloro che rappresentano le istituzioni è palpabile ora come non mai in seguito agli scandali che hanno interessato politici locali, regionali e nazionali in Veneto e altre regioni d’Italia. Negli ultimi 25 anni, non si è riuscito a riformare il paese, la Lega Nord con il suo “secessionismo di pancia” fatto di Padania bossiana e poi Macroregione del nord maroniana, ha di fatto affossato una possibile riforma federalista che andava condivisa con tutte le forze politiche.” A favore del federalismo si dichiara anche Pietro Bernardi: “Credo che l'unico modo per disinnescare questi pericolosi movimenti di sfiducia, che pur essendo al momento minoritari, esistono, sia intraprendere un coraggioso piano di riforme che interessino soprattutto le Regioni e le loro competenze, in modo da rendere chiare e trasparenti le modalità con cui ogni cittadino contribuisce al bene di tutti i suoi concittadini, qualsiasi sia la loro regione di appartenenza. E' molto diffusa tra i veneti la voglia di autonomia “amministrativa e fiscale”, cioè il desiderio di maggiore federalismo, sul modello, ad esempio, dell'Alto Adige.”

Come finirà questa battaglia? A pochi chilometri dal Veneto c’è il confine con quella che era la ex Jugoslavia. Uno Stato le cui spinte secessioniste interne hanno portato ad una guerra civile devastante durata molti anni e con molti morti. Sono state molto rare le secessioni che non hanno conosciuto un bagno di sangue. Dovrebbero bastare queste lezioni della Storia a far ripensare e riflettere chi insegue certe chimere illudendosi di trovare la felicità.  

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