Raja Elfani
Gloβ
1 Luglio Lug 2014 1303 01 luglio 2014

Caro direttore, rispondi a una blogger

Forse sta per chiudere Linkiesta. Il direttore Marco Alfieri è costretto a tirare le somme pubblicamente, colpa dei bilanci e di qualche provocazione.

Il suo editoriale ci ha emozionati tutti, la notizia ha rimbalzato qua e là, ma oltre alla solidarietà di qualche collega, il dibattito sul giornalismo non ha preso.

Forse perché qualcuno si deve ancora riprendere dal festival di Perugia, oppure perché Marco non ha detto abbastanza.

Nel 2013, allo shock della partenza di Tondelli e dei fondatori, la reazione è stata violenta su Linkiesta, perfino i blogger si sono coalizzati spontaneamente, scioperando a loro modo - anche se poi piano piano i nostri eroi sono tornati a pubblicare, con la coda fra le gambe.

E oggi che la notizia è ancora più grave, dove sono?

Ho aspettato ma da Linkiesta non è arrivato nessun post sulla crisi de Linkiesta. Eppure le domande in sospeso sono tante. E per me che non considero il mio contributo qui una cosa casuale, la crisi de Linkiesta mi riguarda.

Marco, nel tuo editoriale hai annoverato i blogger con i giornalisti e gli ingegneri, unendoli come i tre profili fondamentali del nuovo giornalismo. Quindi ammetti che sono delle competenze separate. Ma come evitare di cadere ancora nelle discriminazioni? Lasciamo che sia l’errore del cartaceo.

Sul Fatto, hai detto che Linkiesta aprirà le quote azionarie dal 5% al 30% per attirare le aziende e che resta un mese per trovare i fondi. E hai anche parlato di un piano editoriale nuovo, radicalmente innovativo. È lecito chiederti su che cosa stai scommettendo, se i blogger ne faranno ancora parte.

Un altro dato di fatto come nel 2013 sarebbe un errore e posso dimostrartelo, a te e a tutti i direttori in cerca di transizione.

Per un anno ho seguito la nascita del datagiornalismo con Assange e Snowden, ho riflettuto sul significato di un connubio Greenwald-Omidyar, ho scritto sui big data e sulle pressioni politiche di Google e gli altri. Non perché era di mia particolare competenza, ma perché lì si giocava il futuro dell’informazione e tanti non percepivano quanto. Anche perché i giornalisti professionisti ne dovevano parlare con molta, troppa cautela, oppure by-passare l’argomento lasciando così ai blogger e ai social il compito di trattare liberamente il problema. 

Eppure di mezzo c’era il futuro del Guardian e del NYT e quindi di tutti gli altri media. Poi infatti è arrivata la conferma: il Pulitzer ha incoronato l'inedita, travagliata coordinazione tra blogger, whistleblower e giornali sul datagate.

E ora persino Facebook lancia la sua testata, rinunciando alla homepage, installandosi direttamente sui social dove palpita l’informazione. Ma non basta.

Dov’è, allora, il salto per rivoluzionare il giornalismo senza rinunciare alla qualità?

Il salto, com’è stato chiaramente e clamorosamente indicato dal Pulitzer, è nella coordinazione: nell’era del digitale e della globalizzazione, il giornalista da solo non può trattare tutta l’informazione. Subentrano quindi ulteriori figure, che il giornalista lo voglia o no, necessarie e inevitabili. Sono i blogger, sono i whistleblower, sono i tweet: insomma tutti quei provveditori di dati casuali.

La cosa assurda è che nessuna testata, cartacea o online che sia, abbia ancora pensato a definire la funzione del “blogger”.

Chiamarci blogger mi costa, ma solo perché è discriminante: quello che ieri era chiamato vagamente blogger, oggi è una nuova figura intermediaria che va istituita.

Marco, hai pensato ai blogger nel tuo nuovo piano editoriale? Che funzione ha il blogger su Linkiesta? Quanto è utile, che guadagni rappresenta per la testata? Non ce l’ho con te, sono domande che vanno poste adesso, prima che vengano prese delle decisioni.

Per quanto gratis, il contributo dei blogger deve essere ottimizzato, pianificato, valorizzato: io devo sapere quando un mio post passerà nel rullo della home, se sarà cliccato dalla redazione o se sarà scartato, se sarà data la priorità a un giornalista, se sarà messo sul pezzo un altro. Non può essere una lotteria, devo poter valutare prima i miei interessi.

E per fare questo serve una coordinazione. Se davvero la visibilità è la moneta dei blogger non può essere un pagamento casuale. Anche se è occasionale qualsiasi prestazione deve poter essere valutata in anticipo, perché se non posso prevedere le mie mosse, di fatto (anche se non intenzionalmente) mi negate la possibilità di evolvere.

Mi rendo conto Marco che Linkiesta non è il Guardian, e che io non sono Greenwald, ma come loro dobbiamo trovare un compromesso. Perché le cose che non potete scrivere voi, io me le posso permettere.

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