Mirko Briganti
L’altro occidente
3 Luglio Lug 2014 0220 03 luglio 2014

L'Australia dopo il boom cinese

L’Australia dopo il Boom cinese

Il ventennio abbondante di crescita robusta e continua, di cui abbiamo già parlato, ha ingenerato in almeno una generazione di Australiani l’illusione che l’economia possa espandersi indefinitamente, che i valori immobiliari possano crescere all’infinito, che il tenore di vita possa tendere a quello dei nababbi mediorientali del petrolio.

Ma il rallentamento della galoppata cinese, al cui ciclo economico è ormai praticamente agganciata l’economia australiana, inizia a diffondere dubbi e nubi all’orizzonte. Il Governo Abbott si è lanciato in una drastica manovra di tagli alla spesa pubblica (soprattutto al Welfare) denunciando il presunto lassismo fiscale della precedente amministrazione laburista. Difficilmente la manovra restrittiva (che ricorda molto la strategia di austerity seguita da Cameron in Gran Bretagna) messa in campo dal Governo non avrà conseguenze congiunturali. In una fase di già marcato rallentamento della crescita economica, non potrà che avere un effetto recessivo.

Ma il dibattito di fondo è dominato dal rapporto con la crescita cinese. L’Australiano medio ritiene che le proprie fortune siano state dovute al boom cinese e alla colossale domanda di risorse energetiche e minerarie che ha generato. Di conseguenza, vede il rallentamento cinese come un vero e proprio incubo. I prezzi delle principali commodities, che hanno raggiunto un picco nel 2011, sono già sensibilmente calati, pur rimanendo a livelli importanti.

Man mano che l’influsso del boom minerario si attenuerà, l’Australia dovrà trovare nuove fonti di reddito e, soprattutto di export, per poter tenere in piedi la propria bilancia dei pagamenti. Ma tutta l’industria trasformativa è praticamente sparita o in fase di smantellamento, come abbiamo visto parlando del settore automotive.

Non solo, anche nei servizi, come ad esempio nel settore turistico, l’Australia dovrà recuperare competitività. Svalutando un Dollaro che, nell’ultimo decennio, essendosi pesantemente apprezzato grazie al massiccio export minerario ha reso viaggiare in Australia molto costoso per i turisti di ogni provenienza. Oppure svalutando i fattori della produzione, come il costo del lavoro. Il problema di fondo della crescita complessiva di produttività del sistema avrà un impatto di medio-lungo termine. Probabilmente la direzione sarà quella di andare sempre più verso un’economia terziarizzatissima, ma impegnata anche a conquistare spazi nella Knowledge Economy. Una direzione di marcia già intuibile.

La grande sfida per i governanti sarà riuscire a pilotare l’aggiustamento, senza cadere in una recessione. E senza illudersi che il tasso di cambio del dollaro possa fungere da stabilizzatore automatico e sufficiente. Occorrerà tanta leadership, tanta politica e una buona dose di politica industriale. Sfida ardua, anche perché il ciclo politico è brevissimo. Qui si vota il Parlamento Federale ogni tre anni.

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