Cosimo Pacciani
La City dei Tartari
6 Luglio Lug 2014 0104 05 luglio 2014

Alla ricerca dei nipoti

Scrive Antal Szerb, nel suo The Third Tower – Journeys in Italy (Pushkin Press, 2014),  che nella vita delle persone ci sono due cose che creano stupore, la prima quando si viene sbalestrati da qualcosa che non ci si aspetta, la seconda, quando invece le cose sono proprio come sono immaginate. Per lui, lo stupore e’ quella verosimiglianza fra la sua attesa e la realta’ del caldo appiccicoso ed insistente dell’estate italiana. Forse, una metafora, anche semplice, per lui, ebreo in una specie di Grand Tour nell’Italia Mussoliniana, di quel momento di oppressione e di dittatura nascosto da grandi architetture e grandi opere. Szerb cammina e visita il Bel Paese, ne racconta i monumenti, anche minori, e trova nelle strade ancora una volta quei segni di un paese che e’ sotto una cappa di controllo, assenza di volonta’ che non sia mediata dagli organi centrali e da un’amministrazione ormai, nel 1936, gia’ pronta ad una guerra ineluttabile. E Szerb parla di questo popolo italiano, ammansito dai media, dove tutti si credono e pensano di vivere nel migliore dei mondi possibili, dove si trova sempre la maniera di viaggiare gratis in treno, un popolo di uomini-bambini, solari, entusiasti, al punto di non voler essere stupiti non altro che dall’idea propria di paese, di benessere e glorie posticce. “L’Italia, la terra di Dante e di Cellini, un tempo dominio dell’orgoglio personale ed individuale e’ ora un paese di autosoddisfazione delle masse”, dice Szerb mentre riparte in treno da Milano verso la sua Ungheria. La autosoddisfazione che rasenta e sfocia nella autocelebrazione quando le cose vanno bene e nella autocommiserazione quando vanno male, perche’ e’ sempre colpa di qualcun’altro, di paesi ostili, di informazioni o traduzioni sbagliate, di un passo falso seguito da una serie storica di passi falsi.

Ci volle una guerra disastrosa per rimettere il paese sulla giusta rotta, dove sono riesplose le individualita’, le competenze personali e le aspirazioni alte, altissime, di alcuni, di tanti, probabilmente, che hanno ricostruito citta’ per citta’, villaggio per villaggio, dalle macerie. L’individuo, come nel Rinascimento, ha creato le premesse per la societa’, ma non un individuo che si nascondeva dietro la folla, dietro, necessariamente, il consenso, ma davanti, in prima fila. Nello studio, nella ricerca, nella comprensione del resto del mondo, senza quel sentimento di paura che sembra dominare molti, troppi, oggi, come se ci fosse, in fondo, un timore reverenziale, astruso, verso il resto del mondo. La a-globalizzazione, si potrebbe definire cosi’ quell’isolamento incoerente e basato su informazioni, piuttosto che su conoscenza vera, verso un mondo che sta affrontando sfide millenarie. Esiste quello scambio necessario, come se dettato da un mercato allo scoperto, fra informazione e conoscenza, e conoscenza e saggezza, quella saggezza che si origina nel lavoro, nell’esperienza, nel provare e riprovare, nel cadere, ricadere e poi nel rialzarsi in piedi.

Oggi siamo ad un bivio, fra quell’Italia dell’autosoddisfazione, dell’affermazione mediatica di massa, dove ognuno ha non tanto una parte, ma un’ipoteca su quella celebrazione di un paese di cui creiamo un’immagine che vogliamo ed esigiamo di rispettare (anche stupendoci, come dice Szerb), ed un’Italia dove tutto sia probabilmente, all’inizio, piu’ faticoso, piu’ oneroso, ma dove gli individui, piuttosto che le masse, i flussi elettorali, le maggioranze qualificate, possano ricostruire un’identita’ unitaria. Il merito, lo chiama Adriano Olivetti, nella sua ‘Le Fabbriche di Bene’, la competenza. ‘Ogni soluzione che non desse assoluta autorita’ e responsabilita’ a uomini di altissima preparazione e’ da considerarsi un inganno’. E non necessariamente dobbiamo cercare i nostri padri, per raggiungere questa dimensione di capacita’ creativa, di impresa, di un mondo nuovo, non dobbiamo, forse, confonderci piu’ con il passato anche corrente, di un paese in cui il potere, subdolamente, detta le regole create decenni fa, ma imporsi una soggettivizzazione nuova del sapere, della saggezza come esperienza che diventa non nuova regola, ma invito a cercarsi uno spazio  nuovo, una provocazione a ricreare in ogni istante le regole della societa'. Come metodo, la parassia foucatiana, non celandosi dietro a nulla e non celando niente di quello che si pensa: per una trasparenza dei fini e dei percorsi per raggiungerli. Il diktat di una riconciliazione con un mondo dei padri, con quell'ossessione retroattiva/retrogusto di voler reinterpretare il passato, di voler recuperare quei genitori morali, culturali, che ci hanno occupato ogni spazio vitale, di crescita, non ha ragione di esistere in un mondo completamente aperto, un pianeta dove siamo esposti ad ogni possibile influenza. Si pone il problema, serio, generale, di quale sia la vera radice della nostra cultura. E allora, libertarismo, sia. In qualche maniera, come mai prima nella storia del pianeta, ogni possibilita' si dischiude e si rivela, tranne quella poco lungimirante di voler rivivere un passato, od un rapporto con generazioni che hanno fallito.  L'imperativo non dovra' essere riconciliazione con i nostri padri, ma con i nostri nipoti.

Soundtrack

Funeral Suits – All those friendly people

http://youtu.be/XoD7mX6xTZw

The Tallest Man on Earth – The Dreamer

http://youtu.be/z7VJIlfKy3c

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