Raja Elfani
Gloβ
9 Luglio Lug 2014 1418 09 luglio 2014

Digital Venice: da Leonardo da Vinci a Steve Jobs

Primo appuntamento della Presidenza Europea italiana, il summit Digital Venice che ha raggruppato intorno allo stesso tavolo ieri le Telco e le mega aziende come Google, IBM o Samsung. Renzi ha concluso la roundtable con un discorso in inglese su cui ancora si scherza oggi, ma i contenuti c’erano nonostante la giovialità.

A margine della riunione di ieri, workshop e conferenze fino al 12 luglio con start-up e innovatori venuti ad arricchire l’Agenda digitale europea con le loro proposte. Presenti anche le parti civili che premono per un open government, in Italia rappresentato da Anna Masera che lotta per il riconoscimento del FOIA dal governo.

Strano non si sia parlato del summit brasiliano Net Mundial di maggio scorso pressappoco uguale negli obiettivi e al quale hanno partecipato gli stessi attori, fra cui la commissaria Ue Neelie Kroes. Certo questa volta il contesto è soprattutto europeo anche se le Big americane erano ovviamente invitate. Ma ciò non toglie che l’assenza di continuità sorprende, e con Digital Venice siamo al terzo vertice del genere a partire da Dubai nel 2012 (vedi WCIT).

A Venezia l’organizzazione era meno caotica che a Sao Paolo, e i discorsi più formali, tranne che per la telecom spagnola Telefonica decisamente più vivace con l’intervento di Cesar Alierta sulla Privacy, spina nel fianco della diplomazia USA-Ue. E l’arresto della spia CIA in Germania ha riaperto il dibattito sulla sorveglianza. Ma ieri non c’è stato spazio per un dibattito politico, il punto era di pianificare la coesione digitale a livello economico.

Stamattina Les Echos, il giornale economico francese, annuncia una partnership tra Alcatel e Vodafone, ma la bilateralità non può più essere risolutiva. Tutti concordano per una riforma più radicale, si parla di “terza rivoluzione industriale”, il digitale ha inglobato tutti i settori, ma Renzi resta realista: all’Italia serve tempo per entrare nella competizione high-tech.

Insomma è sempre la stessa storia: in Italia mancano le aziende per potersi difendere dalle Big. E come Franceschini per la cultura, Renzi chiama i privati ad investire nelle infrastrutture digitali, a scommettere cioè (intanto che la tecnologia made in Italy prenda piede) sugli enti nazionali.

Nel frattempo, Renzi propone di lottare per il riconoscimento (anche retroattivo) del Made in Italy su scala globale.

Ieri tutti hanno pensato che l’esempio di Meucci fosse un aneddoto di Renzi in conclusione del suo discorso: “Mi dispiace per gli Americani, ma l’inventore del telefono è un Italiano.” (Guarda il video) Ma in questa battuta c’è tutta la strategia economica del governo. E come tale va interpretata.

Avrete notato che - anche in prospettiva dell’Expo - i musei italiani stanno accelerando l’istitualizzazione degli artisti storici (Manzoni, Fontana, etc.). È un processo necessario alle quotazioni italiane nel mercato internazionale. E Renzi vuole la stessa strategia sul fronte Tech.

L’Italia scopre che può trarre guadagno nel rivendicare i suoi primati passati. Il concetto è semplice: in mancanza di innovazione, si rispolvera il passato. Il consiglio di Renzi è quindi di frugare nei cassetti e tentare di brevettare le scoperte che sono state ignorate. Se l’i-Phone non è un’invenzione italiana, si può sempre speculare sull’antenato dell’i-Phone.

Questo spiega le compiaciute premesse di Renzi in apertura del suo discorso sulla location del Digital Venice, l’Arsenale. La scelta di partire da Venezia non è solo simbolica, la laguna è il polo culturale d’Italia, l’ente Biennale di Venezia riunisce infatti i principali eventi culturali alternando tra Arte, Cinema e Architettura.

Con Renzi il patrimonio smette di essere cornice passiva, diventa un certificato storico che indica origine e futuro delle più grandi invenzioni. È così che al Digital Venice Leonardo da Vinci diventa addirittura il precursore di Internet.

Anacronismo in pieno stile post-moderno. D'altronde è dagli anni '80 che si mescolano epoche e stili diversi, e a quanto pare questa tendenza è ancora dominante, anzi pervasiva dall’arte alla politica. Lo stesso slogan di Renzi, “rottamare”, non è altro che un sintomo postmoderno.

L’obiettività di Renzi sui limiti dell’Italia ci piace, è utile ridimensionare le reali possibilità del paese. Ma rottamare il passato mentre gli altri innovano, è un altro modo di auto-squalificarsi.

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