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9 Luglio Lug 2014 1057 09 luglio 2014

Uomini del fare, gufi e rosiconi comunque in un Paese forse sfigato

…Continua il torneo delle parole e delle ipotesi sulla legge elettorale, sul senato elettivo o non, sulle riforme della P.A., della giustizia, sul lavoro e sulla disoccupazione giovanile. C’è un gran fervore nelle varie commissioni parlamentari, indubbiamente. In esse, si discute ogni traccia di riforma ed i partiti si dividono al proprio interno e tra di loro, facendo lievitare la gioia della trasversalità e delle comunelle.

Punto certo delle relazioni partitiche è comunque la ricerca del consenso e di alleanze pro-riforma. Comprensibilissimo.

Ma gli italiani in silenzio si chiedono:se il governo vuole restare in sella fino al 2018 perché accelera sulla legge elettorale e sulla nuova forma del senato , ricercando ansiosamente alleanze politiche?Si risponderà che esse sono importanti e devono avere assolutamente il parere e forse l’adesione della maggioranza dei partiti.

Ciò nonostante, ognuno avverte che c’è un ma…e teme che si avveri che il Paese vada alle urne già il prossimo anno, con molte questioni irrisolte o lasciate a metà. Sarebbe il peggior sbocco di una situazione già fragile e precaria.

Molti italiani hanno avuto e ripongono fiducia nella fresca ventata che il nuovo governo ha portato nel Paese, sperando che essa sia un buon viatico per politiche di stabilità finanziaria , di bilancio, di defiscalizzazione nonché per la crescita economica. Ma se una parte di quanto promesso nel programma non si realizzasse, ritornerebbero a criticare e a mugugnare. E ciò che per l’alleanza di governo ora è un successo si trasformerebbe in una clamorosa debacle con tutte le negative conseguenze. Infatti, si sa che i nostri concittadini nei momenti cruciali esigono un qualunque Principe su cui riversare tutte le proprie responsabilità ed auspici, ma se Egli non riesce, sarebbero i primi a scalzarlo e a demonizzarlo. Sebbene si ritenga da molti, per vari motivi , che non sia così ora per il caso di Renzi poiché la situazione è delicatissima e cruciale.

Perché una apertura così pessimista?

Soprattutto perché si dubita che le riforme più significative si facciano , troppe chiacchiere e strategie divergenti nella politica, troppi decisori nei posti e nei momenti sbagliati(sindacati, politici, sedicenti leader, poteri forti e deboli, cupole burocratiche ed affaristiche , conservatorismo, pressappochismo, prerogative e privilegi, ecc.), troppa confusione e spintoni nella stanza dei bottoni e nessuno che in tale marasma abbia la forza ed il coraggio di premerli, inoltre perché se anche si confezionassero gli esiti ed i benefici non sarebbero immediati. Ci vorrebbero almeno tre anni per avvertirne gli influssi, sarebbero solo un’apertura di credito dell’Europa e dei mercati nei nostri confronti. Un fido che potrebbe rientrare dall’oggi al domani anche se comunque esso è meno di niente.

Il pessimismo dipende anche dal fatto che nell’Eurozona ci sono troppe differenze nei fattori produttivi, amministrativi, fiscali ed in altri settori della vita sociale, che è difficile in fase di stagnazione deflattiva armonizzarli ed avvicinarli ad un unico standard. Per avvicinare i vari e diversi “istituti” ci vogliono i soldi e molti Stati per fare le riforme dovrebbero ricorrere ora al debito vietato. Inoltre, se alle differenze nella UE si aggiungono quelle economiche, politiche, giuridiche e fiscali del mondo globale, allora le attese che la situazione si raddrizzi si diradano e alla speranza si sostituisce la rassegnazione , pregando altresì che nell’eurozona qualche inghippo possa anchilosare la marcia dei Paesi virtuosi. Come potrebbe verificarsi in presenza di una deflazione persistente ed insidiosa o qualsiasi altro evento imprevisto a livello mondiale che scardini e squassi i più elementari indicatori economici e commerciali.

Dunque l’affresco delineato non è dei più promettenti perché ci sono molte differenze tra gli Stati, difficilmente appianabili nel periodo di transizione alla integrazione effettiva dell’eurozona. Nel frattempo , la situazione sull’occupazione e sull’economia in alcuni di essi si deteriorerebbe se non ci fosse una crescita robusta in tutta la UE. Ma la crescita europea non è automatica ed avverrebbe ad alcune condizioni , finora contrastate dagli Stati virtuosi, come gli eurobond, la BCE come banca di ultima istanza oppure politiche sostanziali di sostegno nei settori dell’industria e del commercio come avviene per la PAC agricola , con cui si restituisce alle imprese un quota ponderata delle spese di gestione. Infatti, una crescita sostanziale supererebbe la situazione di dualismo economico , e non solo, che si registra ora come eredità del passato soprattutto nei Paesi che non hanno concretizzato le riforme strutturali dell’amministrazione statale e del mercato del lavoro. Comunque, mentre tutti i dati si aggravano, tra gli studiosi non c’è concordia sulle terapie adottabili per uscire dall’impasse. Nella realtà i Paesi forti-virtuosi non intendono mettere i propri soldi per sostenere i Paesi deboli-cicale. E non avrebbero tutti i torti. Chi è quel fesso che pagherebbe i debiti di un amico troppo tranquillo e spendaccione mentre incombe una tempesta finanziaria, rischiando di andare anch’egli alla deriva?

Perciò, nei consessi europei se i partner, cosiddetti virtuosi, dicono di no a varie sollecitazioni transitorie, come :

-no agli eurobond sulle infrastrutture sebbene sostenuti dalla B.E.I.(T.A.V., centri intermodali, porti , autostrade, tunnel, ricerca innovativa, scambi di progetti e di imprese, ecc.);

-no ai pagamenti degli interessi del debito sovrano dei singoli Stati entro il 60% con lo spread ed il tasso ai minimi mentre il restante a rispettivo carico con prezzi di mercato;

-no alla BCE come banca di ultima istanza

-no al reddito europeo di cittadinanza per abbassare la disoccupazione ed incentivare la via all’impiego

-no agli eurobond per le ristrutturazioni aziendali pubbliche e private(riorganizzazioni, statuti e regolamenti, macchinari, processi e reti)

-no ad un temporaneo ed immediato sostegno di qualsiasi tipo utile ai Paesi in difficoltà per mettersi in carreggiata(flessibilità contabile e riconsiderazione delle opzioni e della agenda operativa )

-no a qualsiasi scorciatoia deviante ai patti sottoscritti.

Perciò, se nelle riunioni i medesimi partner auspicano con severo rigore, e dicono si:

- a riforme rapide di razionalizzazione amministrativa, soprattutto nella P.A e negli enti territoriali

- ad una consistente flessibilità organizzativa nel sistema del lavoro, ad una maggiore competitività e qualità nei processi produttivi

-si , alle privatizzazioni dei gioielli statali eni, enel, finmeccanica

-si , a sopportare nell’immediato un calo dei consumi ed un tasso di disoccupazione fino alla riallocazione delle maestranze riqualificate professionalmente

-si , alle tappe forzate delle armonizzazioni fiscali, regolamentari, istituzionali e bancarie, per la stabilizzazione monetaria

-si, a tali misure che inducono alla recessione ed alla deflazione, distruggendo il welfare e l’industria dei Paesi coinvolti, asserendo con convinzione che tali decisioni sono pianificate per il bene dei Paesi disorganizzati e strutturalmente deboli , incapaci di fronteggiare i propri debiti.

-se asseriscono che tali Paesi si meritino l’Europa politica ed integrata, varando delle regole e delle istituzioni assai armonizzate con i Paesi eccellenti.

Allora…siamo prigionieri di una logica senza fantasia e senza solidale compassione…risucchiati in un cerchio fatato di incomunicabilità chiassosa e di gretto e neghittoso calcolo di sopravvivenza. Immersi in un risorto nazionalismo egoistico, non si può parlare del sogno di Stati europei all’occorrenza tra loro complici ed uniti nella realizzazione di un progetto comune, ma di un ragionieristico tirare a campare, ciascuno per la propria strada , ciascuno nel proprio orticello murato senza la vista di ciò che sta al di là. Ciascun Stato in attesa dell’invisibile nemico dell’eurozona che su di essa si abbatterà disastrosamente.

Appare chiaro, se le cose stanno così, che ogni singolo Paese deve agire di conseguenza, affrettarsi a mettere in sicurezza le proprie istituzioni e la relativa economia, ma con responsabilità per non inguaiare gli altri partner. Nel caso dell’Italia, sappiamo che quelle riforme, che ci chiede la UE, non arrecheranno frutti immediati, e che nel breve periodo comportano solo un effetto placebo per arginare la fibrillante pressione degli uragani finanziari internazionali, quando non sono le stesse banche europee che speculano per meschini giochi politici o tornaconti assai poco chiari e solidali. Le grandi banche europee infatti si gestiscono autonomamente -come è giusto- ed hanno statuti e regole operative che non sono coordinati né dai rispettivi Stati né dalla BCE né dalla UE. Tale disarticolazione eccentrica provoca a livello europeo quanto meno un oggettivo gap di controllo ed una variabilità di condotta che potrebbe essere alla lunga deleteria per i risparmiatori, per i cittadini e per la sopravvivenza della stessa Europa.Infatti, paradossalmente, i colossi finanziari finora hanno agito all’unisono coi flussi speculativi , delocalizzando i propri interessi , ad esempio, nei Paesi dove minori sono i costi produttivi , diretti ed indiretti, minori i controlli sulle proprie attività e minore tassazione, dove maggiore è la redditività anche a scapito dei più elementari diritti dei lavoratori e dei consumatori , per no riferire degli scempi all’ambiente. Come tutte le altre multinazionali hanno preteso dalle varie autorità politiche, imprenditoriali e monetarie solo il rispetto di vaghi e generici parametri di qualità e di sicurezza dei prodotti sia artificiali sia finanziari. Nulla di più.

Di fronte a questi casi di enorme, quasi incolmabili differenze, come agire per il bene comune e per le soddisfazioni del singolo cittadino , che oggi si sente inerme davanti all’imperscrutabile, ad un mondo che non offre più certezze? Che devono fare un governo, gli uomini di buona volontà e lo stuolo di accademici presenti nelle università? Se anche le riforme conclamate, sono ritardate a causa dei troppi gap burocratico-operativi, delle defatiganti discussioni , di energici e conflittuali veti reciproci, a mio avviso, si impone qualcosa di nuovo, una strategia diversa per agire in modo differente rispetto al passato. Indubbiamente le riforme o le razionalizzazioni, con un termine più pragmatico, si devono fare sia che ce le chieda l’Europa o meno:esse servono a noi , ai nostri figli e al nostro futuro. Ma non sono tutto il da farsi, perché se si vuole contare sul residuo di solidarietà europea e sulla fiducia della finanza mondiale, dovrebbero essere accompagnate e sostenute da ulteriori metodi di analisi e di lavoro a livello di Paese. Un Paese , però, che , contrariamente a ciò che avviene oggi, deve essere partecipe e concordare culturalmente con le scelte del proprio governo affinché le riforme siano realizzate e praticate con coraggio , applicando una via inedita e concorde. Si giocherebbe sia a livello pratico sia teorico sempre sulle “differenze di costo” riscontrabili rispetto ad un modello di funzionamento standard, che questa volta si applicherebbe sia al settore pubblico sia a quello privato.

Sappiamo, ad esempio, che nel privato il costo di una medesima polizza varia da una Compagnia assicuratrice all’altra perché in essa sono calcolati elementi differenti quali il territorio, l’inganno furbesco, il numero degli incidenti e l’organizzazione interna delle agenzie e dei collaboratori, ecc. Ma conosciamo altresì che esistono dei modi per contenere tali costi al netto dei fattori determinanti sopradescritti. Sul web frequentemente vengono reclamizzate tali opportunità e gli indirizzi cui rivolgersi. Ci vuole quindi elaborazione e analisi dei processi e dei contenuti della polizza da parte degli attori per diminuirne il costo.

Perciò, concordati i costi standard , compresa la tassazione, si potrebbe utilizzare la “varianza dei prezzi di mercato”(per carità, nulla per ora di statistico), come contributo netto ai vari servizi del welfare, -sanità in primis-, facendo pagare meno tasse ai cittadini ed alle imprese a copertura degli stessi servizi erogati. Per equità, alle aziende che contribuirebbero maggiormente verrebbero riconosciuti ulteriori benefici fiscali.

Nel concreto , si pattuirebbe con le Compagnie un “ipotetico e ponderato costo standard nazionale” e con le relative differenze si contribuirebbe in un caso-quello più complesso- alle eventuali spese ospedaliere e diagnostiche del contraente o di qualche suo famigliare. Oppure come sostenuto prima, previo accordo, allo Stato andrebbe tout -court la parte eccedente il costo del modello standard di tutte le Compagnie, da usufruire in toto per le necessità prioritarie del welfare, così avendo dei soldi correnti per pagare l’ospedalizzazione dei cittadini senza oberarli di balzelli. E tutto sarebbe raggiunto con i prezzi delle polizze in mercato, che verrebbero solo in un certo modo calmierate ed omogeneizzate.

Qualcuno obietterà che comunque non ci sarebbero margini di profitto e di competitività per le aziende, perché ciascuna conosce le proprie potenzialità e debolezze, ma l’obiezione sarebbe facilmente superabile aumentando del 10% o del 15% il costo del servizio standard stabilito affinché entro questi margini ogni impresa inizi a fare qualità e quantità. In questo modo, tutte la aziende, pubbliche e private, sarebbero stimolate a qualificare l’organizzazione e l’offerta di servizio, facendo meno sprechi ed anche meno corruzione.

Altre obiezioni più marcate a tale ipotesi sarebbero:

1)Lo Stato non può intervenire per principio sul mercato dei prezzi concorrenti, sarebbe una indebita incursione sul libero mercato a scapito dell’efficienza e della libertà di scelta;

2)con il suo intervento stabilizzerebbe un innaturale oligopolio conservatore mentre la concorrenza libererebbe i costi ed i servizi a vantaggio del consumatore.

3)cittadini ricchi e poveri con l’intero prezzo della polizza pagherebbero comunque i servizi e sarebbe ingiusto

Queste critiche sarebbero facilmente eludibili perché la situazione del sistema Italia è precaria ed esposta ai capricci finanziari, non si scorgono altre imprese assicuratrici nello scenario a causa della crisi economica, inoltre la condizione di necessità è talmente grave e gracile che, rimanendo inalterato il quadro di riferimento, senza coraggiosi interventi e riforme , sarebbero soprattutto a rischio per tutti il minimo ed essenziale servizio sanitario come quelli di altri importanti settori.

Continuando con gli esempi, si potrebbe operare con la medesima logica e metodologia anche nei servizi pubblici quali le municipalizzate:trasporti, acqua, rifiuti, gas, elettricità, linee digitali, internet, e-commerce, che presentano tra essi dei prezzi e dei costi enormemente differenti. In una prima fase, -ad esempio un biennio-, in questi settori si utilizzerebbero gli introiti superiori ai costi standard stabiliti da parte delle aziende per le riorganizzazioni e per gli obiettivi di efficienza interni, successivamente si concederebbero allo Stato per l’assolvimento delle sue priorità , considerato che gli effetti positivi delle riforme non sarebbero immediati. Anche in questo caso liquidità immediata per sostenere il welfare statale e la razionalizzazione progressiva dei servizi.

Operazioni troppo complicate e farraginose? Non si crede, perché la situazione italiana poggia su un equilibrio economico fragilissimo ed è finora sorretta dalla calma apparente della speculazione finanziaria mondiale , quindi in tali frangenti è utile e doveroso da parte delle autorità, ma anche delle risorse economiche, professionali ed intellettuali del Paese intero, studiare le possibilità e l’efficacia di nuovi metodi operativi da affiancare ai tradizionali. Il premio della scommessa di questi inediti impegni sono la democrazia, la tutela dell’essenziale del nostro Stato sociale, la libertà dei cittadini e la tenuta dell’Europa.

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