Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
10 Luglio Lug 2014 1158 10 luglio 2014

Peter Pan ha una certa età


Peter Pan, regia Bob Wilson

Di fronte al perfetto meccanismo del Peter Pan, diretto da Bob Wilson con lo straordinario Berliner Ensemble, visto al Festival dei Due Mondi di Spoleto, potremmo dunque pensare che la “vita” fosse pressoché assente, lontana, ingabbiata e raggelata in quelle maschere stralunate, minuziosamente formalizzate che rendevano vieppiù grotteschi i volti degli attori. Lo spettacolo è di un nitore adamantino, è un sublime meccanismo scenico di rarefatta perfezione.

Wilson, si sa, è un genio della “distanza”, del distillato, del controluce che staglia nette le figure di personaggi tanto da farli diventare – per l’appunto – funzioni sceniche quasi de-psicologizzate. Figuriamoci, poi, cosa succede nel fortunato (e a questo punto lungo) incontro del regista texano con i paladini dello straniamento brecthiano: ovvero con gli attori del Berliner, tutti razionalità e politica, alfieri orgogliosi di un rigore interpretativo che sfugge qualsiasi sentimentalismo.

Lo spettacolo, visto nella bella cornice di un affollatissimo teatro Menotti di Spoleto, merita ogni attenzione. In questo storico festival - che sembra destinata a omaggiare i grandi maestri della scena internazionale, lasciando poco o nulla spazio alla scoperta e all’innovazione – il Peter Pan del Berliner era un evento atteso.

Il testo di Barrie, infatti, è universalmente noto, e suscitava certo legittima curiosità l’edizione wilsoniana.

Al primo impatto, che si protrae per quasi tutto il primo atto, si avverte strisciante il disagio dell’ecesso di “forma”. Tutto meraviglioso, per carità, però qualcosa sfugge, sembra non prendibile: lo spettacolo rimane là, dietro l’arco scenico, come in una vetrina scintillante.

Però, almeno io, cominciavo ad avvertire strani segni di disagio. Erano diversi, infatti, gli elementi davvero “stranianti”. Intanto Wilson alza decisamente l’età media dei protagonisti di questa favola. Non credo sia questione di “casting”, ma di una scelta estetico-poetica fondante.

Peter Pan è chiaramente un adulto; i coniugi Darling sono praticamente due anziani; i loro figli, Wendy in testa, hanno da tempo passato la maggiore età. E ancora: sull’Isola-che-non-c’è, i Ragazzi perduti non sono certo più ragazzi, ma strane, allampanate o tarchiate figure doppie; la tribù di Giglio Dorato (qui un panciuto e imponente uomo) è fatta da allucinanti e totemiche maschere. Capitan Uncino, con quei capelli melliflui e unti, è a capo di una ciurma che sembra uscita da un convegno di attempati e macabri becchini.

La musiche del duo CocoRosie spingono poi su terreni ulteriori, quelli del musical che assieme strizza l’occhio a Walt Disney e a Kurt Weill: allegrette, ma di quell’allegria spiccia che si vive nell’imminenza della fine. Allora, pian piano, il disegno registico si fa chiaro, ed esplode struggente nel secondo atto. La vita, sbattuta fuori dall’eccesso di forma, fa capolino nella sua veste più barocca: ovvero in forma di morte. L’espressionismo delle maschere svela il suo lato macabro e definitivo, raggelante oltre che raggelato.

Il leitmotiv, musicale e non solo, di questo Peter Pan è la morte. “To die is the greatest adventure”, cantano in coro o in assolo i protagonisti. E a pensarci bene, ogni personaggio è la morte – presunta, attesa, temuta – per un altro. Peter potrebbe far morire (nell’eterna giovinezza) Wendy; lei potrebbe far morire (facendolo crescere) Peter; i figli Darling possono far morire (di dolore) i genitori abbandonati; Capitan Uncino muore senza Peter, ma vuole ucciderlo. E il coccodrillo, poi, con quella sveglia che batte il tempo dell’incessante morte, è la fine di tutto: quando la sua sveglia cesserà di ticchettare, i giochi saranno fatti. Lo spettacolo, dunque, sottilmente si muta in una dolente danza di morte (strindberghiana quanto quella messa in scena da Ronconi nello stesso festival), che ha il suo acuto nello morboso e amaro assolo di Capitan Uncino, sull’amore e odio che lo lega a Peter Pan. E l’avventura della morte diventa esplicita, feroce, privata e collettiva assieme.

Quell’allegro motivetto, ripetuto anche ai saluti finali, evoca il “bye bye life” di un film come All that jazz: è l’addio alle scene, è l’addio alla vita. Non so se Bob Wilson abbia voluto, in questo spettacolo, fare i conti con il futuro che tutti noi attende. Ormai non si tratta più di fare gli eterni adolescenti, di fuggire sempre, di non crescere (cosa facile e conclamata, per molti di noi). Si tratta di affrontare l’avventura della vera isola-che-non-c’è: quella landa desolata, dal cielo multicolore e sempre cangiante, che è il regno del coccodrillo oscuro. Viene in mente – mi perdoni Wilson l’accostamento – quella sublime scena di Amore e Guerra di Woody Allen, in cui lui danzava goffo e leggiadro con l’oscura signora.

Cantiamo, balliamo, facciamo smorfie e linguacce, mascheriamoci, sogniamo, amiamo e godiamo, sfidiamoci a duello e esploriamo terre sconosciute: ma la vita, prima o poi, cala il sipario, tra gli applausi commossi di chi resta.

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