Mark Esposito
Economic Reboot : Quo Vadimus?
11 Luglio Lug 2014 0404 11 luglio 2014

Divario Economico e disoccupazione giovanile

Grazie al successo del controverso libro di Thomas Piketty, “Il capitale nel ventunesimo secolo”, primo in classifica in diverse liste di best-seller, il divario economico – in aumento a partire degli anni ’70 – sta nuovamente attirando l’attenzione globale.

Il dibattito associato all’argomento ha coinvolto numerosi effetti connessi a questa tendenza, inclusa la diminuzione della coesione sociale, l’aumento delle baraccopoli, lo sfruttamento della forza lavoro, e l’indebolimento del ceto medio. Eppure, un argomento in particolare ha ricevuto relativamente poca attenzione: la disoccupazione giovanile e la sottoccupazione.

A partire dalla crisi economica globale, la disoccupazione giovanile è aumentata vertiginosamente a livello globale. Nei paesi sviluppati, 18% delle persone tra i 16 e i 24 anni sono senza un impiego. Parallelamente, il tasso della disoccupazione giovanile rimane al livello relativamente basso del 9% in Germania, del 16% negli Stati Uniti, del 20% nel Regno Unito, e supera il 50% in Spagna e in Grecia. Anche il Medio Oriente e il Nord Africa hanno un tasso di disoccupazione giovanile notevole, con rispettivamente una stima del 28% e 24%. Al contrario, solamente il 10% della popolazione giovanile in Asia Orientale, e il 9% in Sud Africa, è disoccupata.

In ogni caso, dal punto di vista istituzionale, gli interventi per affrontare il problema sono stati relativamente pochi. Il mondo attuale rischia di dare vita a quella che l’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha chiamato “Generazione Perduta”, prevedendo un livello di disoccupazione giovanile mondiale del 13% entro il 2018.

La causa primaria di questa tendenza non è riconducibile ad un unico fattore. In Cina, ad esempio, la disoccupazione giovanile trova le sue radici nella predominanza del settore manifatturiero, il quale offre molte più opportunità d’impiego agli studenti diplomati rispetto ai lavoratori laureati.

La disoccupazione giovanile può anche essere riconducibile ad un disallineamento del mercato. Il 72% degli educatori che hanno risposto ad un recente sondaggio condotto su nove paesi membri dell’Unione Europea, hanno affermato che i neolaureati attuali possiedono le qualifiche per rispondere positivamente alle necessità dei potenziali datori di lavoro. Tuttavia, 43% dei datori di lavoro sostiene che i candidati non possiedono le competenze richieste.

In ogni caso, a prescindere dalla principale componente responsabile dell’elevata disoccupazione giovanile, senza dubbio, il divario economico intensifica il problema. Francamente, molti impieghi - in particolar modo quelli più redditizi – sono accessibili quasi esclusivamente ai giovani provenienti da famiglie benestanti.

Nel Regno Unito, ad esempio, solamente il 7% dei ragazzi frequenta scuole private. Tuttavia, circa la metà dei dirigenti nel paese, e due terzi dei medici, hanno ricevuto un’educazione presso istituti privati. Si prevede che questa tendenza persista, con una futura generazione di dottori derivante verosimilmente da famiglie che si collocano tra il 20% più facoltoso della popolazione.  

Esistono molteplici ragioni che possono spiegare plausibilmente questo schema. In primo luogo, l’accesso alle posizioni sociali più elevate è riservato agli individui che hanno ricevuto l’educazione più prestigiosa – e ugualmente costosa. Inoltre, molti tirocini – che costituiscono un requisito fondamentale per il raggiungimento delle posizioni lavorative più ambite – non sono remunerati, il che li rende inaccessibili a quei laureati le cui famiglie non possono farsi carico dell’onere finanziario. 

Ad ogni modo, il denaro non rappresenta l’unico requisito. In molti casi, i posti di lavoro e i tirocini più ricercati – unitamente all’ammissione alle migliori istituzioni scolastiche – sono molto più accessibili a coloro che rientrano nel network professionale o sociale dell’imprenditore. Quando il mercato del lavoro tende a premiare più chi si conosce rispetto a cosa si conosce, i figli dei genitori con i giusti contatti sono sicuramente avvantaggiati.

L’intrinseca mancanza di obbiettività nelle attuali pratiche di selezione e di assunzione delle risorse aggrava ulteriormente questa iniquità. Mentre le aziende dovrebbero, in linea teorica, riconoscere il valore derivante dalle sinergie tra i differenti talenti provenienti da una moltitudine di svariati percorsi di studi ed esperienze lavorative, esse tendono a selezionare i candidati con un insieme predefinito di competenze, di esperienze e di qualifiche. Anche qualora qualche soggetto con un percorso di studi o esperienze lavorative inusuali riuscisse ad ottenere un colloquio con i responsabili dell’assunzione, gli esaminatori dovrebbero comunque superare il preconcetto che questi candidati possano rappresentare una scelta più rischiosa. 

Il fatto che i risultati accademici rappresentino uno dei fattori fondamentali nei criteri di assunzione accresce ulteriormente l’asimmetria.

Le persone che hanno avuto il privilegio di accedere ad un’educazione privata hanno una maggiore probabilità di frequentare le università rinomate. La piccola proporzione di studenti con un background meno facoltoso, che riesca comunque ad assicurarsi delle borse di studio per accedere alle migliori istituzioni scolastiche, spesso ottiene voti più bassi, specialmente durante i primi anni della loro educazione universitaria, a causa di un’inferiore preparazione.

In effetti, i vincoli finanziari impediscono a molti studenti di talento di frequentare qualsiasi università, come conseguenza della necessità di procurarsi un reddito che solo un impiego a tempo pieno può garantire. Pertanto, la loro possibilità di guadagno è severamente limitata, a prescindere dal loro talento o etica professionale.

Per realizzare eque condizioni di parità, i datori di lavoro dovrebbero rielaborare le loro strategie di selezione e considerare i candidati in base a una gamma di criteri più ampia. Le aziende possono soltanto trarre beneficio dalle prospettive innovative che una maggiore varietà di candidati può offrire.

A causa dell’utilizzo dello status finanziario come fattore determinante chiave per l’accesso alle opportunità, i giovani provenienti da contesti meno benestanti sono soggetti ad uno sconforto crescente – una situazione che può provocare disordini sociali. A meno che tutti i giovani abbiano la prospettiva legittima di poter migliorare il loro status sociale ed economico, il divario tra ricchi e poveri continuerà ad aumentare, creando un circolo vizioso a cui sarà sempre più difficile sottrarsi.

La buona notizia è che gli sforzi per alleviare la disoccupazione giovanile implicheranno anche la riduzione del divario economico, e vice versa. La società che ne risulterà sarà più stabile, unificata, e prospera – una prospettiva allettante per chiunque, sia ricchi che poveri.
 

N.B. Questo articolo, originalmente scritto da Mark Esposito e Terence Tse, ed apparso su Project Syndicate il 25/06/2014, e' stato tradotto in Italiano da Arianna Valezano, della Harvard Summer School.

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