Ernesto Gallo e Giovanni Biava
Giovine Europa now
14 Luglio Lug 2014 0951 14 luglio 2014

La guerra santa del Barbarossa ceceno

Può piacere o no, ma sulle mappe del Medio oriente è comparso un nuovo Stato, l’ISIL (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante). Il suo capo, Abu Bakr al-Baghdadi, si è autoproclamato califfo, e le sue armate, dopo aver catturato Mosul, sono arrivate alle porte di Baghdad. È questo dunque il risultato di oltre dieci anni di guerra in Iraq? Gli USA erano intervenuti per cacciare i fondamentalisti islamici (Saddam Hussein era peraltro un laico baathista…)…che ora, complice anche il caos siriano, sono a un passo dal prendersi tutto…  

Si ripete spesso che il Jihad è sponsorizzato da poteri pubblici e privati dell’area del Golfo, e che  siamo di fronte ad una guerra per procura tra Arabia Saudita e Iran, Sunniti e Sciiti. E l’Arabia Saudita, naturalmente, è un amico dell’occidente. Il punto però non è l’esistenza di ‘machiavellici’ complotti sull’asse Washington-Ryadh; il punto è che a Washington non sono proprio capaci. Non sono capaci di fare buona politica internazionale. In Medio oriente, come altrove, hanno fallito e sbagliato. Qualcuno credeva di ‘usarè i Jihadisti e ora si trova in un mare di schegge impazzite. L’Iraq, come l’Afghanistan, era un terreno difficile, e non è bastato neppure il piu’ accorto generale Petraeus. Ma gli USA hanno sbagliato anche in Siria e in Libia, dove i regimi di Assad e Gheddafi, per quanto autoritari, garantivano almeno un minimo di stabilità. In Libia poi la caduta di Gheddafi è stata cercata da Sarkozy e sostenuta dalle vuote ambizioni francesi…come se il Mediterraneo dovesse tornare (ma lo è mai stato?) nella sfera di influenza parigina…Quanto ai guai dell’Egitto e della ‘primavera arabà in generale, questo blog ne ha già scritto in passato (vedi qui).

Una novità, almeno di immagine, è l’entrata in scena di un Barbarossa, il georgiano (di origine cecena) Tarkhan Batirashvili, nome di battaglia Al-Shishani (‘Il cecenò). Uno tra i leader dell’ISIL, Al-Shishani rappresenta un’intera ‘legione stranierà di caucasici (e altri combattenti dell’Asia centrale), che al momento è guidata da un altro Al-Shishani e mantiene rapporti ambigui con l’ISIL stesso. Che ci fanno Ceceni, Daghestani, Azeri, Tajiki, e altri turcofoni o russofoni in questa guerra del Levante? Sono sfuggiti a Putin o magari infiltrati dal FSB (l’ex KGB), come a volte si mormora? O piuttosto inflitrati della CIA? Dopotutto, il nostro Barbarossa ha combattuto i russi come Ceceno e Georgiano, e indirettamente anche in Siria, dove ha raggiunto ‘notorietà’. E la BBC ha simpaticamente accesso alla sua famiglia nella temuta Gola di Pankisi in Georgia (vedi qui). Ma perchè mai un giovane georgiano, lasciato a casa dall’esercito del suo paese, dovrebbe andare a combattere in Medio oriente? Con il dovuto rispetto per le motivazioni religiose, altre sono spesso piu’ importanti – vuoi di tipo mercenario vuoi di supporto da parte di forze esterne, inclusi i media e le agenzie di intelligence.

L’occidente deve stare attento, perchè Caucaso e Asia centrale sono zone pericolose, in cui non conviene scherzare. Ora che la NATO si sta ritirando dall’Afghanistan, il rischio fondamentalismo potrebbe di nuovo tornare a galla; anzi, ciò viene ormai dato per scontato. Invece di creare altre “schegge impazzite”, gli USA e l’Europa dovrebbero tornare a fare politica, ma questo è un’altra storia.

Intanto, uno degli effetti del caos iraqeno è un ulteriore volo del prezzo del greggio. Già ora siamo oltre i 100$/barile, e potrebbe andare peggio se i guai nel Medio oriente si intensificassero.  Peggio per noi, ma non per i produttori del Golfo e l’Arabia Saudita che ne beneficiano.  L’Europa rischia come al solito di pagare piu’ di altri. Gli USA infatti dispongono dello shale, e la Russia ha petrolio e gas in abbondanza. Bisogna vedere come reagirà la Cina, che è anch’essa fortemente dipendente dalle importazioni di petrolio. Quest’ultima (tramite un gruppo privato) ha appena lanciato un progetto faraonico: la costruzione di un mega canale in Nicaragua, che dovrebbe essere pronto nel 2020 per un costo complessivo di 40 miliardi di dollari. L’America Latina (Brasile, Venezuela, etc.) ha grandi quantità di riserve ed energia e un canale tra gli oceani ne agevolerebbe il trasporto; oltre a umiliare il Canale di Panama e gli USA che lo controllano. Anche la Russia è molto attiva in Sud America, per ora spesso in sinergia con Pechino; in futuro, sarà piu’ difficile.

Tornando in Medio oriente, dal caos potrebbe emergere un vincitore: il Kurdistan. Il 2 luglio scorso, Massoud Barzani, presidente del Kurdistan meridionale, ha annunciato un referendum per l’indipendenza dall’Iraq.  Se si tenesse, il fronte per l’indipendenza vincerebbe, e il Kurdistan avrebbe un suo Stato. Il Kurdistan meridionale è de facto già indipendente, e ha approfittato del caos iraqeno per prendersi Kirkuk, da cui parte un importante oleodotto, diretto a Tbilisi e quindi a Ceyhan in Turchia. Il Kurdistan ha petrolio, e Israele vedrebbe bene un vicino non arabo. Ma che cosa ne penserebbe la Turchia, che è membro NATO e ospita circa 20 milioni di Curdi – le stime sono alquanto approssimative? Inoltre: dove i Curdi potrebbero vendere combustibile – a Ovest (che guarda sempre piu’ allo shale) o a Est? Al di là delle legittime aspirazioni curde, la creazione di un nuovo Stato porterebbe stabilità o rischia di dare il via a una reazione a catena di rivendicazioni – specialmente nelle aree vicine del Caucaso e dell’Asia centrale.

Nell’anno in cui la NATO si allontana dall’Afghanistan, soffiare sul fuoco del fondamentalismo e delle rivendicazioni etniche può essere molto rischioso. Cina e Russia lo sanno bene, l’Europa è sostanzialmente fuori gioco, e gli USA rischiano di pagare le conseguenze di anni di errori. Negli anni novanta umiliarono la Russia, e dopo l’undici settembre hanno creato disordine in Medio oriente. Ora ci ritroviamo con l’ISIL alle porte di Baghdad, e la figura ambigua del Barbarossa ceceno, quasi a ricordarci la forza esclusivamente mediatica di anni di politica mondiale priva di sostanza.

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