Pierluigi Argoneto
Le Argonautiche
15 Luglio Lug 2014 1525 15 luglio 2014

Lo sconosciuto Doctor Tapping. Il radiologo che ha fatto impallidire persino Brian May.

Che pizzicando delle corde di lunghezza diversa si possano ottenere suoni diversi lo sappiamo da millenni. Uno dei primi a sperimentarlo fu Pitagora, che da questa constatazione partì per la tangente, nel senso figurato e non solo, immaginando che tutto poteva essere espresso in termini di rapporti di lunghezze e, quindi, di numeri. Il passaggio da qui all’utilizzo degli strumenti a corde come mezzo per esprimere l’animo umano, dalla lira di Apollo alla chitarra di Jimi Hendrix, ha richiesto non solo tempo, ma anche dedizione e, talvolta, pura genialità. Infatti la prima te la puoi imporre, la seconda o ce l’hai o non c’è niente da fare.

Quando però le due cose si combinano si ottengono dei risultati che lasciano interdetti, come quando ci si meraviglia del fatto che possano esistere delle ragazze non solo bellissime, ma anche estremamente intelligenti. Il fatto è che non siamo abituati alla cose improbabili, che però non sono impossibili.

E così può succedere che Joe Satriani rimanga stupito da un video trovato quasi per caso su Youtube, tanto stupito da inviarlo a Brian May, lo strepitoso chitarrista dei Queen, che a sua volta lo definisce “incredibile”. È la performance di un anonimo radiologo italiano che suona la chitarra usando la tecnica del tapping.

Siamo nel 1965 e Vittorio Camardese, questo il suo nome, non è di certo il primo a suonare in questo modo, né tantomeno sarà la persona più famosa ad averlo fatto. A partire da Roy Smeck nel film “Club house party” del 1932, allo stesso Joe Satriani, passando per Jimmie Webster, Van Halen e forse addirittura per Paganini, la tecnica era stata già sperimentata, sebbene a un livello molto rozzo. La questione quindi non è quella della primogenitura: si potrebbe andare a ritroso all’infinito su qualunque cosa succeda in questo mondo, finendo sempre con la stessa risposta tanto cara a Tommaso D’Aquino, che alla fine tutto ha origine da Dio.

Risposta tanto comoda quanto inutile, dimostrazione ne è il fatto che di azzuffate su chi abbia fatto per primo qualcosa ne è piena la storia: è stato davvero Colombo ad arrivare per primo in America? Il calcolo differenziale lo ha inventato per primo Leibniz o Newton? Michael Jackson è stato davvero il primo a fare il passo del moonwalk ? Ma chi se ne frega, tanto come lo faceva lui non lo ha mai fatto e non lo farà mai più nessuno.

Quello che è interessante è la storia di questo radiologo e musicista autodidatta, che ha il fascino delle ricchezze scoperte in soffitta, dimenticate da tutti. Camardese, estremamente schivo, ha infatti sempre rifiutato di suonare davanti ad un pubblico e di fare il grande salto nell’Olimpo degli dèi del jazz mondiale, pur avendone avuta la possibilità più volte.

In un periodo in cui in Italia imperavano Nilla Pizzi e Bobby Solo, Camardese non ha mai voluto registrare la sua musica perché pensava che non rendesse giustizia al suo stile, così come non ha mai voluto andare negli Stati Uniti a suonare con personaggi del calibro di Chet Baker, di cui era grande amico, perché aveva paura non tanto di volare con l’aereo, quanto di precipitare.

Chet Baker che, non perdendo mai la speranza di poter suonare con lui, gli scrive memorabili lettere in un italiano zoppicante: “Io spero che tu continua suonare vostra guitare perché ha un sacco di talento, senza altro”. Lettere che non solo ci raccontano della grande stima artistica del jazzista per Vittorio Camardese, ma che ricoprono un’importanza capitale perché rivelano, nel loro sgrammaticato autore, meno incertezze linguistiche di numerosi scrittori italiani. Incredibile.

Certo, è vero. Vittorio Camardese, per quel che se ne sa, non avrebbe mai voluto che venisse raccontata la sua storia. Perché nessuna persona sana di mente può pensare che la sua vita quotidiana, costellata di incertezze, fobie e una chitarra rattoppata alla meglio con dello scotch, possa interessare qualcuno.

Anche Kafka, ad esempio, la pensava così: tant’è vero che all’amico Max Brod aveva dato il preciso ordine di non pubblicare più nulla di lui dopo la sua morte e di bruciare tutti i suoi manoscritti. Per fortuna il suo desiderio non è stato rispettato, perché certe cose trascendono la volontà del singolo e riguardano tutti. Il mondo, senza Il castello o Il processo, sarebbe un posto decisamente peggiore.

È per tutti questi motivi che una piccola casa di produzione e una tanto coraggiosa quanto giovane regista italiana hanno deciso di realizzare un video documentario su questa storia, sconosciuta e straordinaria nella sua normalità.

Di cosa parlerà questo il film? Della vita di Camardese? Delle grandi occasioni solo sfiorate e poi perse in campo musicale? Di come un radiologo possa coniugare scienza e musica? A tutte queste domande si potrebbe rispondere come faceva Alberto Burri quando gli chiedevano dei suoi quadri: “Se avessi potuto spiegarli, non li avrei fatti”. La realtà è che qualsiasi risposta si possa dare, per quanto compiuta ed articolata, farà sembrare questo ambizioso progetto di documentario una grande stronzata.

È necessario andare oltre la trama per un’operazione del genere. Pensate ai romanzi: di cosa parla Quer pasticciaccio brutto de via Merulana? Viene uccisa una donna a Via Merulana, c'è un investigatore napoletano che indaga, alla fine non scopre il colpevole perché la realtà è un gran casino. Povero Gadda. A Queneau però andrebbe ancora peggio, con i suoi Fiori Blu: c’è uno che vive su una chiatta che quando dorme pensa di essere uno che vive nel passato, che quando sogna pensa di essere uno che vive su una chiatta che quando è sveglio scrive frasi ingiuriose sui muri di casa sua, che poi cancella.

Più interessante, invece, sarebbe chiedersi cosa può dire a noi, una storia così. E perchè vale la pena sostenerla e conoscerla. Può dirci di come la realtà travalica quasi sempre i confini tra notorietà e ordinarietà, tra talento musicale e scienza medica, tra racconto e autocelebrazione, tra genio e finzione. 

Narra la leggenda che Robert Johnson, il re del blues del Missisipi, strinse un patto nientemeno che col Diavolo in persona, vendendogli la sua anima in cambio della capacità di poter suonare la chitarra come nessun altro al mondo. Lo fece ad un incrocio, di notte. Un incrocio, una scelta su quale strada seguire, come il bivio desritto da Parmenide: tra ciò che è opinione comune ed apparente, Camardese? Un radiologo come tanti, e ciò che è nascosto ma che può essere svelato, Camardese? Il più dirompente musicista italiano degli ultimi decenni, nascosto sotto un camice da medico.

Lo sconosciuto Doctor Tapping.

@PArgoneto

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