Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
17 Luglio Lug 2014 1659 17 luglio 2014

Il Vangelo secondo Sieni commuove Venezia


Il "Vangelo secondo Matteo" di Virgilio Sieni

“Ma era l’Italia, l’Italia nuda e formicolante,/ coi suoi ragazzi, le sue donne,/i suoi odori di gelsomini e povere minestre,/i tramonti sui campi dell’Aniene, i mucchi di spazzature,/ e quanto a me,/i miei sogni integri di poesia”.

Non si può non tornare, con la memoria, a Pier Paolo Pasolini dopo aver assistito, straziati e commossi, al bellissimo Vangelo Secondo Matteo, con cui Virgilio Sieni ha chiuso la sua Biennale Danza. Il Vangelo di Sieni è un omaggio più pasoliniano che non biblico: un disegno – che sarebbe riduttivo definire semplicemente “coreografico” tale è la complessità e la profondità – di ampio respiro, un omaggio rivolto a quella “forza del passato” che è impregnata di immagini eterne, di quadri e affreschi che tornano, evocati, in gesta di gente comune. C’è dunque un fascino misterioso che intreccia archetipi e arcani, immagini antiche eppure presenti e vive, capaci di riemergere dalla memoria collettiva e individuale, e ogni volta capaci di far sognare o ridere come bambini: una fascinazione che dà singhiozzi trattenuti, lacrime di gioia e sorrisi d’emozione.

Lo spettacolo è esso stesso un affresco, una sacra rappresentazione – nella sua molteplicità di piani e contemporaneità – che invade il cinquecentesco spazio alle Tese, nell’arsenale di Venezia. L’esito scenico è frutto di un progetto lungo e articolato: 27 quadri scenografici, divisi in tre cicli da nove, elaborati da Virgilio Sieni e dai suoi assistenti in sei regioni italiane. Poi tutti, a Venezia, chiamati a dar vita a una prima mondiale (anche grazie al sostegno della Fondazione Prada) in cui il Vangelo secondo Matteo si fa corpo.

Ed è un corpo popolare, semplice, puro nella sua fragilità: corpi di uomini e donne, di quell’Italia “nuda e formicolante”, che sono di ogni giorno. Accanto alla struttura perfetta del danzatore e della danzatrice, infatti, ci sono le rughe, le gambe piegate, le pance: le verità quotidiane dei “non professionisti”, con cui Virgilio Sieni, da anni, ha intessuto un percorso di straordinaria creazione disseminando in tutto il paese le sue originali coreografie, in cui si respirano ancora la grande pittura fiorentina o quelle pathosformeln care a Warburg.

Difficile descrivere tutte le stazioni del ciclo cui ho assistito. Subito, non appena si entra, “un uomo e tre donne di Venezia”, in una piccola struttura contenente acqua fino alle caviglie, danzano il Battesimo. Accanto, a destra e sinistra, due Deposizioni: quella vorticosa, energica, fisica, di Jari Boldrini e Giulia Mureddu, oppure quella più ascetica, lineare, astratta di Nicola Cisternino e Sara Sguotti. Ma l’impatto più forte è con i quarantatré elementi del coro di Carpi che, cantando lo Stabat Mater, evocano la Crocifissione. Di fronte a loro, due Annunciazioni dell’Angelo a Giuseppe, diverse e simili per la commovente semplicità, affidata ai corpi non più giovani di due interpreti della Toscana e di altri due provenienti dal Trentino Alto Adige: piccole tenerezze, gesti accennati, sequenze lente e distillate. Ancora, verso il fondo della sala, ecco il numeroso gruppo trentino che si confronta con L’ultima cena, e proprio di fronte, sei donne di Taranto alle prese con La fuga in Egitto. Infine, a fondo sala, con una grazia e un leggiadria uniche, quattro anziane raccoglitrici di pomodori di Pezze di Greco, in Puglia, evocano le Beatitudini.

Ora non so: sarà stato per il coro, sarà stato per l’armonia che si spandeva su tutto e tutti, sarà stato per quei volti seri, per quei gesti così umili e poetici, ma io mi sono commosso. Giravo per quelle stazioni con un groppo in gola, trattenendo il respiro, con i lucciconi e il naso da soffiare, tanto da chiedere un fazzolettino in prestito a chi, come me, non si vergognava della propria emozione. Commosso ma felice, lieto di quel che vedevo, per quella struggente bellezza.

Se poi mi soffermavo, se lo sguardo indugiava su quelle mani segnate dal tempo e dal lavoro, sulle schiene, sui volti, sulle fedi o sugli anelli che molte signore indossavano, sugli occhiali o sugli sguardi, allora l’emozione assumeva anche un senso di consapevolezza, di quella evidenza d’immagine che – staccandosi dal dettato evangelico – affascinava anche Pasolini. Non tanto e non solo la figura solitaria del Cristo – nel Vangelo di Sieni pressoché assente – ma per quel pasoliniano sottoproletariato che diventa, nella danza umanissima del coreografo fiorentino, un affresco laico, laicissimo, all’Italia come è, fatta di uomini e donne, di carne e povertà, di quel mondo (erano emarginati e offesi per Pasolini) che è la realtà vera e viva di questo Paese oramai goffo e imbarbarito.

Sieni, con grazia, evoca i Maestri della pittura, dà vita a quei quadri, a quell’arte “sacra”: ma qui di sacro resta la natura, l’umanità appunto. Anche un osservatore non credente come me vi ritrova un senso di “appartenenza”, quella religiosità che – diceva Pasolini – “affratella e inginocchia”. Con questo ciclo dedicato al Vangelo Secondo Matteo Virgilio Sieni tocca certo un apice della sua ricerca artistica, che sta vivendo un periodo di grande felicità. Ha donato a Venezia la sua enorme capacità di coinvolgere e far danzare il mondo, mantenendo integri “i suoi sogni di poesia”. E quella poesia, toccando il pubblico, apre il cuore. 

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