Francesco Grillo
Il grillo parlante
21 Luglio Lug 2014 1043 21 luglio 2014

Una strategia per vincere la partita delle nomine europee e costruire una politica estera europea

“Il problema dell’Europa è che non ha un numero di telefono da chiamare se io o il Presidente volessimocapire qual è la sua posizione”. FuHenry Kissinger, il segretario di Stato americano che dominò la politica estera mondiale negli anni Settanta, il primo a dire qual è il limite più grande del progetto Europeo. Un gigante economico e un nano politico, perché sprovvisto di una figura in grado di esprimere -con velocità, chiarezza e a nome di tutti gli europei - una posizionedi fronte ad una qualsiasicrisi internazionale.

Dopo quarant’anni, la Comunità Europea è diventata Unione, si è dotata dell’unico Parlamento transnazionale del mondo e i suoi soci sono triplicati di numero. Tuttavia, quel numero di telefono ancora non c’è. E allora non si può evitare la domanda: vale la pena per l’Italia e per lo stesso Partito Democratico investire tutto il proprio capitale politico per avere un italiano seduto ad un telefono che non è mai squillato? Eche mai squillerà perché forse - aldilà delle dichiarazioni retoriche – è nella natura stessa di un’Organizzazione tra Stati l’impossibilità di avere una vera e propria politica estera comune?

In effetti, l’idea di Renzi può essere ancora vincente. Alla condizione però che la nomina venga fortemente legata alla proposta di una strategia in grado di alimentare un dibattito più ampio sul futuro dell’Europa come chiedeva ieri, da queste colonne, Romano Prodi e di restituire senso all’ipotesi stessa di avere un ministro degli esteri europeo. Strategia di cui possiamo provare a definire alcuni tratti.

Sembra che gli americani per saltare il problemadel telefono abbiano, come ha notato con sarcasmo il Financial Times, deciso di andare direttamente ad intercettare le comunicazioni telefoniche dei capi politici e militari europei, tra i quali al primo posto si è ritrovata ovviamente una furibonda Angela Merkel: è significativo però che tra le personalità spiate non si sia mai fatto il nome di Catherine Ashton, l’Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune, figura istituita nel 1999con l’esplicita intenzione di rispondere al disagio manifestato da Kissinger.In effetti, basta osservare le crisi di questi giorni – quella palestinese a pochi chilometri dalla Grecia, l’abbattimento di un aereo nel quale hanno perso la vita trecento olandesi, l’ennesima tragedia nel canale di Sicilia – per avere la conferma che l’Europa non esiste. Neppure quando in ballo ci sono la sicurezza del proprio territorio e dei propri cittadini. E che il suo “alto rappresentante” non abbia semplicemente nulla da rappresentare.

E allora a che serve avere un italiano in una posizione per la quale c’è meno lavoro di quanto non ce ne sia per il ministro che siede alla Farnesina a Roma? In realtà, la battaglia ha senso solo se essa diventa la dimostrazione più visibile di un metodo nuovo (e finora solo parzialmente applicato) che deve valere sia in Italia che in Europa: si nomina non per occupare una casella, ma per utilizzarla per proporre proprio ciò che tutti daRenzi si aspettano: un progetto di cambiamento. In questo caso, la logica dovrebbe essere quella – come sostiene anche il sottosegretario alle politiche europee Sandro Gozi - di affidare al nuovo “alto rappresentante” il compito di costruire un’ipotesi più avanzata, ma realistica di politica estera e sicurezza comune. Dimostrando che su alcuni specifici dossier l’unione fa davvero la forza e che una leadership comunitaria può aggiungere valore agli Stati.

Diventa, allora, fondamentale per il Governo italiano capire perché il progetto europeo è rimasto incompiuto fino a oggi. Questione di strumenti che mancano, sostiene qualcuno, invocando una revisione ulteriore dei trattati: di fatto quello di Lisbona ha però già aumentato le competenze dell’alto rappresentante prevedendo esplicitamente che sia lui a “condurre a nome dell’Unione il dialogo politico con gli altri Paesi”.  Dicono, allora altri, che è questione di personalità visto cheSolana che aveva ricoperto il ruolo prima della Ashton, riuscì ad esercitare – con meno poteri – molta più influenza della baronessa inglese. Il problemaè tuttavia che il criterio con il quale fu scelta la Ashton – all’epoca preferita al ben più ingombrante Blair – è quello che prevale nelle nomine europee e che è proprio quello di rendere minimo il rischio che la persona scelta ci metta del suo. Con il risultato di rendere scontato che – in caso di crisi – non venga considerata l’ipotesi che il mediatore sia consultato per assumere decisioni che competono agli azionisti che rimangono gli Stati.

Che fare allora? Quale la strada stretta - tra veti incrociati e mine diplomatiche di tutti i tipi –che un ministro degli esteri europei potrebbe percorrere per dare senso al proprio lavoro?

Tra le think tank europee circolano tre idee che candiderei a essere presenti in un manifesto di cambiamento che dovrebbe accompagnare la candidatura italiana a quella posizione.

Un’idea potrebbe essere quella di fare la scelta non convenzionale di mettere i buoi davanti al carro, proprio come fece Delors quando – con un “trucco” – riuscì a far rinunciare agli Stati ad una delle proprie prerogative fondamentali –stampare carta moneta – per far nascere l’EURO. Vent’anni fa si scelse di sostituire le monete e solo in alcuni dei Paesi europei, invece di aspettare un’impossibile convergenza delle politiche fiscali di tutti, nella convinzione che la moneta unica avrebbe, prima o poi, obbligato i Paesi a unificare anche le politiche economiche. Oggi un’idea concreta potrebbe essere quella di cominciare dalla parte relativamente più semplice – la condivisione del dispositivo e della tecnologia militare e di polizia e solo per i Paesi che vi aderissero – nell’ipotesi che la creazione di un esercito comune creinel tempo la necessità di condividere anche le politiche estere e i meccanismi di risposta alla crisi.

La seconda ideaè cominciare dalle organizzazioni internazionali. Il trattato di Lisbona – liberamente sottoscritto da tutti e ventotto i Paesi – prevede che sia l’Alto Rappresentante ad “esprimervi la posizione dell’Unione”: tale previsione è di fatto svuotata di significato dal particolare che in quelle Organizzazioni sono sempre presenti anche tutti gli Stati Nazionali e che talvolta - vale per il Consiglio di Sicurezza dell’ONU - siano gli Stati – in quel caso Regno Unito e Francia - e non l’Unione Europea a parteciparvi. Un fronte possibile è quello di definire per quali organizzazioni, per quali dei Paesi che aderiscono all’Unione, si può far partire un programma di semplificazioni con Stati membri che affidano il proprio seggio ad una rappresentanza comune.

La terza ipotesi – di buon senso in tempi di “revisione della spesa” – è quella del graduale assorbimento delle ambasciate nazionali da parte del “Servizio Europeo per l’azione esterna” che dipende dall’ Alto Rappresentante e che sarà con settemila dipendenti il più grande sistema diplomatico del mondo. Ciò, di nuovo, creerebbe non solo risparmi, ma un patrimonio di intelligenza e relazioni comuni che renderebbe più facile la convergenza delle politiche estere nazionali.

Ancora una volta, quello europeo si mostra un terreno nel quale il Renzi-Davide può vincere il duello con i Golia del Nord Europa non con un braccio di ferro ma con un’idea che risolva un problema comune: alla candidatura diprofili nuovi - come quello della Mogherini -deve corrispondere una proposta precisa capace di fornire idee, suscitare un dibattito tra gli Stati, dareuna prospettiva ad un’organizzazione che ha un disperato bisogno di uscire dall’inerzia.

Articolo pubblicato su Il Messaggero ed Il Gazzettino del 21 Luglio

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