Loris Guzzetti
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25 Luglio Lug 2014 1957 25 luglio 2014

L’INFERNO DI GAZA E LE COLPE DIMENTICATE

In questi giorni, l’inferno si chiama Gaza. Le devastanti operazioni militari dell’esercito israeliano contro questa piccola porzione di terra continuano senza sosta dallo scorso 8 luglio. Raid aerei, bombardamenti, razzi con leggerezza lanciati come fossero innocui e divertenti fuochi d’artificio da una parte e dall’altra del confine israeliano-palestinese, continuano a provocare nient’altro che disordine, distruzione e morte in quella parte di Medioriente perennemente scossa da improvvisi e roboanti scoppi di armi assassine. È l’ennesima parentesi di una guerra fra Israele e Palestina che da più di cinquant’anni, oramai, affligge quella terra e non cessa di creare tensione anche a livello internazionale.

Sono molte le ragioni all’origine del conflitto: spaventose mire espansionistiche israeliane, fomentate spesso dalla lotta contro un terrorismo sanguinoso e altrettanto ingiusto di alcune formazioni palestinesi estremizzate, si accompagnano ad altri obiettivi più sottili, da sempre identificabili con futili questioni politiche, economiche e strategico-militari. Se ne ebbe fin da subito dimostrazione con la crisi di Suez del 1956 quando, sulla spinta antisionista del colonello egiziano Nasser, il neonato Stato israeliano diede prova di avere la possibilità e l’interesse di allargare i suoi confini, estendendoli alla penisola del Sinai, salvo poi ritirarsi, in quel caso, un anno dopo. Seguirono la “guerra dei sei giorni” nel giugno 1967, con ulteriori spargimenti di sangue; la “guerra del Kippur” nel 1973 e tutta un serie poi di annessioni territoriali, per lo più a danno del popolo palestinese, con la creazione della Cisgiordania e della piccola, quasi insignificante Striscia di Gaza, affacciata sul Mediterraneo.

Certamente le colpe di simili scontri sono riconducibili (chi più, chi meno) alle parti direttamente coinvolte. Tuttavia, se storia e raziocinio valessero ancora qualcosa, si potrebbero identificare alcune pesanti responsabilità additabili a grandi paesi luminari di civiltà e definibili ambasciatori dei diritti umani quali, in primis, Inghilterra e Francia, o più in generale le potenze europee. Queste, infatti, furono fin da subito favorevoli alla costituzione di uno Stato d’Israele in quella parte di mondo (la Gran Bretagna addirittura già a partire dal primo dopoguerra con la cosiddetta “Dichiarazione Balfour”), senza pensare o riflettere, però, circa quali conseguenze sarebbero in seguito nate proprio dall’istituzione di una nuova autorità statuale laddove già era presente da tempo quella palestinese o, ancora, su quali sarebbero stati gli effetti di una convivenza forzata (almeno nell’immediato) di due culture e civiltà totalmente diverse e (forse) storicamente in contrasto. Il loro sostegno, o anche solo il loro beneplacito alla causa sionista, in particolare subito dopo l’immane tragedia dell’olocausto, ha comportato motivi di attrito anche solo indirettamente, fino a stabilire infine forte tensione e paura in quella terra tutt’oggi dilaniata da inutili massacri.

Errori e responsabilità dimenticate, frutto probabilmente di quella regola bestiale “della vittoria del più forte”, che hanno in qualche modo contribuito al decennale conflitto, molto probabilmente destinato a durare realisticamente altro tempo. Alla faccia degli ambasciatori di diritti e umanità…

Loris Guzzetti

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