Diego Corrado
Avenida Brasil
27 Luglio Lug 2014 0904 27 luglio 2014

Turbocapitalismo mediatico, religione e politica nel Brasile di oggi

Alla presenza della presidente e candidata alla rielezione Dilma Rousseff, Edir Macedo, fondatore e vescovo della Igreja Universal do Reino de Deus, patron della TV Record, la seconda del Brasile, inaugura oggi a San Paolo il Templo de Salomão, nuova sede della sua congregazione.

Un'opera da 680 milioni di reais (220 mln di euro), grande 3 volte e mezzo la maestosa basilica di Aparecida do Norte, dedicata alla patrona nazionale Nossa Senhora Aparecida, che sorge tra Rio e San Paolo. L'immensa costruzione potrà ospitare 10.000 fedeli, conta con un'area coperta di 74.000 mq e sorge nel bairro Brás, zona est della capitale paulista, dove ha sede tra l'altro la "rivale" Congregação Cristã no Brasil.

I contorni grandiosi dell'evento sono la conferma che, in un'epoca di crescente secolarizzazione in altri quadranti dell'Occidente, la religione continua a essere una forza di cambiamento potente in seno alla società brasiliana, svolgendo un importante ruolo di ausilio a istituzioni come la famiglia nel processo di trasmissione dei valori, rinforzo identitario, spinta al sacrificio che hanno consentito l’ascesa di decine di milioni di persone negli ultimi anni.

In questo la sfera religiosa conferma un’influenza che in anni recenti si è espressa insieme alle forze più avanzate della società nel chiedere e poi provocare la fine della dittatura, dando luogo a laboratori sociali che affondavano le loro radici nella Teologia della Liberazione, movimento di riforma poi represso dalle gerarchie vaticane, allora peraltro impersonate dal Cardinale Joseph Ratzinger.

A testimonianza di una sensibilità che ha nella fede cristiana il suo baricentro, temi come l’aborto e il fine vita sono anche in Brasile questioni sensibili attraverso cui le gerarchie ecclesiastiche influenzano il dibattito politico. Un esempio molto chiaro di ciò si è visto proprio in occasione delle elezioni presidenziali del 2010, dove a detta di molti osservatori la mancata vittoria al primo turno della candidata progressista e pupilla del presidente uscente Lula, Dilma Rousseff, è dovuta proprio a un’offensiva sui temi etici, promossa nelle ultime settimane di campagna elettorale da settori conservatori direttamente legati alla Chiesa.

Il radicamento del discorso religioso, la sua onnipresenza in seno alla società brasiliana è testimoniato da dati empirici, uno su tutti il tempo riservatogli dalle emittenti televisive. Con oltre il 10 per cento di tempo dedicatogli dalle reti a diffusione nazionale, i programmi a contenuto religioso hanno conquistato nel 2010 il quarto posto nelle rilevazioni di Obitel, un osservatorio internazionale dedicato ai paesi dell’America Latina. Sono gli stessi autori della ricerca a sottolineare la rilevanza del dato, superiore a quello dedicato a programmi sportivi anche in un anno in cui si è disputata la Coppa del Mondo di calcio, sport i cui appassionati non mancano in Brasile.

Ma se andiamo oltre la superficie scopriamo che il Brasile mostra una realtà peculiare, e per certi versi sorprendente. Il declino degli aderenti alla religione cattolica è continuo, e pare anzi accelerare in anni recenti, giacché il tasso di diminuzione mostrato negli ultimi sei anni è dieci volte maggiore di quello secolare, che vede il dato totale diminuire di un punto per ogni decade. Ma questo non si risolve in una pura e semplice secolarizzazione della società.

Di pari passo col declino dei cattolici, crescono gli aderenti a confessioni protestanti, sia tradizionali sia pentecostali, che passano dal 16,2 per cento al 20,2 per cento nel decennio appena conclusosi, e aumentano gli aderenti alle religioni minori, che in Brasile comprendono tra gli altri i seguaci di riti di derivazione africana (candomblé e umbanda) e gli spiritisti, i quali seguono un culto fondato nel XIX secolo dal filosofo francese Allan Kardec, di derivazione cristiana.

Uno dei dati più interessanti in questo ambito è quello che cerca la correlazione tra religiosità e reddito familiare: esso ci dice che le classi C e D (come sono definite nelle statistiche nazionali la piccola borghesia e i ceti popolari) sono quelle dove più alta è la percentuale di evangelici, mentre il cattolicesimo prevale tra ceti più ricchi (classi A e B) e i diseredati della classe E. I culti evangelici sembrano, sia pure a una prima lettura, costituire una parte importante dell’ideologia delle classi in ascesa.

Sarebbe però errato affermare che è il capitalismo che porta al neopentecostalismo, o che questo si muova nella stessa direzione dell’evento produttore dell’ascesa della classe C o coincida con esso. Ipotizzare correlazioni così nette e univoche sarebbe un’eccessiva semplificazione. Ciò che si può certamente osservare è che il Lulismo è pervaso dalla crisi del cattolicesimo tradizionale, ne è anzi in un certo senso un epifenomeno. Non a caso, Lula è figlio della Teologia della Liberazione ed è a partire dalle comunità ecclesiastiche di base che il nuovo sindacalismo e il Partido dos Trabalhadores sono cresciuti, sino a diventare la spina dorsale della sinistra al potere in Brasile. Ma le gerarchie cattoliche hanno storicamente reagito a questo cattolicesimo rinnovato preferendo (sia pure con importanti eccezioni) rinchiudersi su posizioni conservatrici, che alla lunga si sono rivelate incapaci di comprendere il Brasile di inizio millennio. Questo è fortemente  caratterizzato dall’accelerazione di un mix di dinamiche collettive quali urbanizzazione, caduta della natalità, perdita di ruolo della famiglia tradizionale, che ha portato a una miscela esplosiva tra sradicamento identitario e disgregazione sociale, propri del capitalismo 2.0. Al contrario della Chiesa di Roma, le chiese neopentecostali, flessibili e ramificate nell’epicentro di questi fenomeni, hanno saputo cogliere con ben maggiore efficacia tutti questi fenomeni. I dati del Censimento 2010, del resto, mostrano chiaramente la polverizzazione di questi culti, particolarmente evidente nella città di San Paolo, che ha visto negli ultimi dieci anni il fiorire di numerose chiese slegate dalle maggiori congregazioni, la Igreja Universal do Reino de Deus di Edir Macedo e la Congregação Cristã no Brasil. «È un fenomeno che rivela come questo mondo sia dominato da logiche che potremmo paradossalmente definire di mercato: i fedeli plasmano la propria esperienza religiosa rivolgendosi di volta in volta alla chiesa che meglio soddisfa le loro esigenze del momento, che possono variare da un messaggio spirituale più intenso, a una pastorale più legata a bisogni materiali, a un culto più scenografico e coinvolgente», osserva l’antropologo Ronaldo de Almeida, della Unicamp. «La religione è un aiuto concreto nella vita delle persone, ma non risolve molte delle sfide che una vita nella periferia urbana pone, così i fedeli si spostano di chiesa in chiesa alla ricerca di soluzioni», aggiunge Diana Nogueira, della Universidade Estadual de Rio de Janeiro. Sorgono così chiese di nicchia, alcune davvero curiose, come la Crash Church Underground Ministry, che nel suo tempio nel bairro Ipiranga di San Paolo attrae appassionati di musica trash metal, altre che rispondono a esigenze che evidentemente la chiesa cattolica non può soddisfare, come la Igreja da Comunidade Metropolitana, nel quartiere Santa Cecília, che si rivolge a un pubblico omosessuale.

Con queste premesse, non sorprende che la candidata Dilma cerchi una photo opportunity a fianco di Edir Macedo, a capo di un conglomerato che fonda la sua forza sul mix tra presenza mediatica e capillarità dei luoghi di culto, e che dunque di questo universo è forse l'esempio più emblematico.

(parte del testo si basa su una rielaborazione del Cap. VI di Brasile senza maschere. Politica, economia e società fuori dai luoghi comuni, Università Bocconi Editore, 2013)

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