E ora qualcosa di completamente diverso
29 Luglio Lug 2014 1334 29 luglio 2014

La Grande Guerra è oggi!

Ieri si è celebrato l'inizio della Grande Guerra, con il ricordo della dichiarazione di guerra dell'Impero austro-ungarico al Regno di Serbia, seguito dell'uccisione dell'arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo e della moglie.

L'anniversario, ora più che mai, è di importanza storica: a cent'anni dall'inizio della Guerra, a 99 dall'entrata in guerra dell'Italia, e a 96 dalla sua fine, il mondo è cambiato meno di quanto possa sembrare. Anzi, molte delle questioni che hanno portato allo scontro e molte delle problematiche emerse alla fine degli scontri le ritroviamo facilmente oggi.

Diverse sono le cause che portarono alla Grande Guerra. Molte hanno a che fare con un mondo, quello dei grandi imperi, che non esiste più. Il mondo è molto più grande, anzi molto più piatto di allora. E molto più frammentato. I movimenti indipendisti e nazionalisti spinsero per la creazione di nuove nazioni contro le istituzioni internazionali di allora. In quel contesto, dopo le grandi rivoluzioni scientifiche, economiche, culturali, sociali e, per la prima volta, industriali, che cambiarono il volto dell'Europa e del mondo fra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, le grandi potenze Europee, i dominatori del mondo di allora, arrivarono a uno scontro militare che fece circa 50 milioni di vittime. I militari italiani morti furono 650.000. Guerra bastarda, guerra di trincea: qualcosa di irripetibile, forse.

Però, a riflettere bene sull'oggi, non possiamo certo dire che manchino le spinte egemoniche i cui paralleli sarebbe bene tracciare e discutere anche con l'aiuto della Storia, di quello che allora accadde e che portò a irrorare la terra di sangue. Viviamo in un'epoca senza uno Stato o una coalizioni di Stati veramente egemone. Viviamo in uno stallo economico che sarebbe il caso di smettere di chiamare crisi: dopo 6 anni non è crisi, è cambiamento. Le parole sono importanti in tal senso.

Come allora il mondo stava cambiando, e in fretta: finiva un'epoca storica culminata con la Belle Époque, un'epoca contraddistinta dalla prima ondata di globalizzazione, il cui tasso di espansione è stato ben superiore a qualsiasi analogo fenomeno dopo la 2° guerra mondale. Come allora viviamo una grande trasformazione economica, un ritorno ai protezionismi, passaggi epocali dal punto di vista tecnologico: lì la catena di montaggio, le lotte di classe e la diffusione dei mezzi di comunicazione a distanza (telegrafo, telefono, treni, navi e i primi aerei); qui i social network, le multinazionali e una scarsa indignazione.

Come allora, poi, vediamo ogni giorno fenomeni di Revanscismo che alimentano frizioni, scontri, chiusure, caccie alle streghe, violenze di stato. Ora, come allora, i più stanno a guardare.

E cosa accadde alla fine delle Guerra? Basta ricordare pochi eventi per aver i brividi.

Nel 1917 abbiamo la Rivoluzione d'Ottobre che sancisce la nascita dell'Impero Sovietico, subito caduto in mano a Stalin.

L'Italia nel 1922, cioè 4 anni dopo la fine delle ostilità, vivrà l'incancellabile infamia della svolta fascista e autoritaria comandata da Mussolini.

In America la sbornia nata dalla diffusione del Dollaro al posto della Sterlina come nuova moneta di riferimento del mondo grazie alla Guerra porta le economie mondiali al collasso nel 1929.

In Germania, come predetto da Keynes nelle Conseguenze Economiche della Pace, dopo un disastroso tentativo di rinascita noto come Repubblica di Weimar, Hitler prende il Potere. E oggi Gaza è lì a ricordarcene le conseguenze.

Uno storico potrebbe forse continuare con i parallelismi. Oppure, potrebbe argomentare che le differenze sono molte meno di quanto vogliamo vedere oggi.

Sarebbe un bel dibattito, un dibattito che getterebbe luce sul senso della nostra Storia che viviamo ogni giorno.

Un momento in cui abbiamo un ritorno delle destre xenofobe e violente, così come dei movimenti indipendentisti. Un periodo in cui i nuovi latifondisti finanziari continuano la loro battaglia per soggiogare le masse oramai quasi proletarie. Una fase di mirabolanti novità che nessuno è capace di governare né di capire fino in fondo.

Insomma, di motivi di studio, riflessione e analisi sul mondo 100 anni fa e oggi se ne trovano.

Eppure, per ora, le "celebrazioni" si limitano a qualche concerto commemorativo (vedi Muti al Sacrario di  Redipuglia); qualche discorso o lettera da parte di importanti organi istituzionali e molto turismo di guerra.

Proprio il turismo di guerra pare essere la modalità preferita per ricordare gli infausti momenti. Dopo aver dipinto qualche reperto bellico antico, pulito qualche sentiero e scavato un po' per far emergere qualche trincea, abbiamo fatto un bel sito con gli itinerari di guerra: già mi immagino i ragazzini che entrano nelle trincee e si immaginano di poter vivere in un episodio di Call of Duty!

Cosa mai si potrà capire o imparare dal visitare le gallerie o le trincee che non fosse già comprensibile prima delle celebrazioni? Non stiamo parlando di luoghi chiusi e di nuovo aperti al pubblico. Credo che agli occhi dei più, quei luoghi siamo più che altro elementi di folclore, spazi che hanno una storia di 100 anni fa, alla stessa stregua di altri reperti storici.

Sono luoghi e storie troppo distanti nel tempo per poterli vivere coscientemente in mancanza di un dialogo aperto e di ampio respiro su quel periodo storico, un dialogo che possa aiutare a capire come mai abbiamo iniziato ad ammazzarci come cani per pochi metri di terra.

Magari, proprio dall'analisi di quel mondo in contrapposizione col nostro presente ci può aiutare a capire cosa fare per evitare che questo impoverimento collettivo, questo nuovo classismo economico e sociale, possa generare fenomeni di violenza incontrollabile.

Altrimenti, celebrare una guerra, la distruzione dell'uomo da parte dell'uomo, non può che essere l'ennesima occasione persa.

(ringrazio Antonello Dinapoli e Francesco Chert per molti degli spunti riportati)

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