Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
29 Luglio Lug 2014 2116 29 luglio 2014

Santo Genet delle rose e dei carcerati


"Santo Genet" della Compagnia della Fortezza

Ci sono tornato due volte, a vedere Santo Genet, della Compagnia della Fortezza. Ho avuto il privilegio di non fermarmi alla prima impressione, ma di continuare a interrogarmi, a scontrarmi, a emozionarmi con lo spettacolo firmato da Armando Punzo con i detenuti del carcere di Volterra. Il primo giorno mi ero confuso, irritato, sperso in quel labirinto di corpi, di specchi, di parole, di eccessi: quei marinaretti, più che a Querelle, mi facevano pensare a una pubblicità di Moschino.

E invece, Santo Genet è un viaggio in una spirale di ossessioni e perdizioni, è la messa in vita non solo di infiniti frammenti che compongono una nuova e sorprendente unità, ma è anche una concrezione, reale immediata sublime, dell’opera e dell’esistenza dello scrittore francese. C’è un legame antico tra Jean Genet e la Compagnia della Fortezza: non poteva essere altrimenti. Sarà anche perché lui, l’autore de Le serve, conobbe per la prima volta il carcere a 16 anni, alla Petite Roquette, per “vagabondaggio, contravvenzione del regolamento ferroviario e appropriazione indebita”. A quel primo arresto, ne seguiranno altri: entrava e usciva dal carcere ma, a un certo punto della sua carriera di piccolo criminale, Jean Genet si mette a scrivere. Possiamo dire, anzi – seguendo Chantal Dahan – che “comunque, dalla sua cella, da un “buco”, emergerà una scrittura, un universo immaginario così potente, dalle ripercussioni così forti, che questo mondo non cesserà di dire il suo nome”.

Dal delinquente allo scrittore: ecco la genealogia che accompagna da anni – a partire da I Negri, storico allestimento di Punzo del 1996 – il percorso frastagliato, difficile, a tratti contraddittorio della Fortezza di Volterra.

Non poteva essere altrimenti: e forse non poteva esserci autore più adatto per toccare il culmine (strutturale, drammaturgico, poetico, individuale) della teatralità recente del gruppo. Quasi che gli spettacoli precedenti, non solo lo studio dello scorso anno, fossero in qualche modo “propedeutici” a questa amara e spettacolare epifania.

È lo stesso Punzo ad accogliere il gruppo degli spettatori: dopo i controlli di rito, accompagnati e sorvegliati dai disponibilissimi agenti di custoria; dopo la lunga attesa dovuta alle incerte condizioni metereologiche, saliamo la rampa che immette nel cortile della fortezza medicea che si staglia sopra Volterra. Troviamo lui, giullare, giocoliere, funambolo del sentimento: maitresse – dirà il regista di sé sul finale, seguendo le suggestioni genettiane – di un bordello disperato e umanissimo.

Accogliendoci sulla soglia simbolica di quel mondo a parte, Punzo sospende il tempo, porta gli spettatori in una dimensione che esula da qualsiasi coordinata. Siamo là, di fronte al tutto e al nulla: seguiamo quell’incantatore, passiamo attraverso due file di marinai alla Querelle de Brest che assumono pose classiche e grottesche (i marinaretti che non mi avevano convinto).

Infine entriamo nello spazio bianco di un cimitero monumentale e posticcio, che occupa tutta l’area del cortile del carcere. Qui troviamo le prime figure di attori-narratori dai vestiti eccentrici; una donna giovane sposa velata a lutto; quattro bambini-angeli con i loro strumenti musicali; un pianista cui spetta il compito di dare l’emozione della musica (il bravo Andrea Salvadori). In questo intro è subito chiarito il clima emotivo: lo struggimento, il lirismo decadente, quella commistione blasfema di sacro e profano, quell’amore impossibile – carnale e poetico – evocato e ricercato, che brucerà sottopelle per tutto lo spettacolo.

A far da cifra ai costumi (meravigliosamente esagerati di Emanuela Dall’Aglio) ecco una frase dalla seconda edizione del Journal du voleur: “Vi è dunqe uno stretto rapporto tra i fiori e gli ergastolani. La fragilità, la delicatezza dei primi sono della stessa natura della brutale insensibilità dei secondi. Il mio turbamento è nell’oscillazione tra gli uni e gli altri. Se dovessi rappresentare un forzato – o un criminale – lo adornerei di tanti fiori che lui stesso sparirebbe sotto di loro divenendo un altro, gigantesco racconto”. Dunque fiori ovunque, rose e delicati anemoni, che verranno lanciati, alla fine, in un omaggio lirico e mortifero.

Poi il gruppo di spettatori – come prassi degli ultimi allestimenti – si sposta all’interno, nello stretto corridoio, nelle piccole celle, nella saletta in cui è ricavato il minimo teatro della compagnia. Lo spazio è reso ancora più claustrofobico dalla miriade di specchi, di ogni forma e dimensione, appesi ovunque, e dalle pareti ricoperte di teli neri. E poi un’infinità di oggetti, di paccottiglia da devozione pop (madonne e altarini), cineserie, candele, ancora fiori: in una cella, infine, gli aspri ritratti di Genet – elaborati dal genio pittorico di Mario Francesconi – cui fa da contraltare un San Sebastiano in carne e ossa, pronto a essere segnato a colpi di rossetto. In mezzo a queste infinite wunderkammer macabre, ecco una teca in cui giace la sposa-Querelle; ecco i tanti personaggi che si aggirano dando voce ai frammenti delle opere di Genet: Le balcon, Notre-dame-des-Fleurs, Miracle de la rose… Gli accenti, le lingue sono diverse: come in una Java d’antan, danzano insieme mondi di marginalità, di perversione, di criminalità.

Ci si perde, in quel labirinto umano: gira la testa, cresce la confusione, manca l’aria. È tutto qui il mondo di Genet: in queste bellezze maschie e femmine, in questi sogni raccontati a sfottò, in quelle solitudini, in quel dolore, nell’orrore e nel delitto: “io credo al mondo delle prigioni – scriveva in Notre-Dame – alle sue abitudini deprecate. Accetto di viverci come, morto, accetterei di vivere in un cimitero…”.

Ma ecco, improvviso e dolente, un valzerino, che fa ballare detenuti e spettatori. Poi tutti fuori, ancora, per il finale solenne e amaro come una messa funebre: è il cimitero, l’unico teatro possibile, dice Genet, l’unico luogo della poesia: “Poesia, io vivrò, guardandomi morire” scriveva da qualche parte. E quei travestiti, quest’immaginario ostentatamente macho e omosessuale, declina rapidamente in una festa macabra, in un compianto, dove – come in un rito popolare – si inneggia a feticci di carta, copie appena abbozzate di quegli stessi personaggi che avevamo incontrato sino a quel momento. Statue, portate a braccia, in un lungo epilogo dove noi, spettatori ormai sperduti nelle nostre identità fragili, abbagliati da un sole improvviso che fende le nuvole di un luglio troppo piovoso, cerchiamo frastornati di mettere assieme i tasselli di questo enorme gioco, andato in frantumi, che è la vita.

La vediamo, la nostra e la loro vita, celebrata proprio, paradossalmente, nell’amore. Eccola, alla fine, l’altra parola chiave: l’amore. Si avverte, in ogni istante, in ogni gesto, in ogni sguardo, il bisogno esasperato d’amore, di presenza, di calore. L’amore e l’erotismo che sono eternamente legati alla morte, e qui – in questo carcere come altrove – al delitto, alla violenza, al sopruso. Reclusione e mancanza vanno assieme a desiderio e ansia di libertà. Eppure, nonostante tutto, si compie ancora il miracolo della rosa, la poesia: per usare ancora le parole di Genet di Notre-Dame, “la poesia, sempre fa che il terreno vi venga a mancare sotto i piedi, e vi risucchia nel cuore di una meravigliosa notte”.

Si lanciano i fiori, qualcuno è commosso, tutti applaudono. Ce ne andiamo, speranzosi e disperati.

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