Il prossimo ex-precario
1 Agosto Ago 2014 1102 01 agosto 2014

Figaro, alla ricerca di un parrucchiere per bene

Vivo ormai da tre anni in centro a Torino e ho un problema: il parrucchiere. Cresciuto in periferia avevo trovato il mio nirvana tricotico da "Attilio", unico posto da dove ero sicuro di uscirne con un taglio che rispecchiasse in massima parte l'idea della mia testa che avevo visualizzata in mente. Il trasloco ha portato in dote tante buone cose (una moglie, per esempio), ma ha distrutto le mie certezze in fatto di piega. Per quanto un uomo possa affezionarsi a qualcosa che non sia un pallone, una marca di birra o la maglietta sdrucita ed impresentabile degli anni del liceo, il rapporto che lo lega all'idea di come dovrebbero presentarsi i suoi capelli è granitico. Così li portavo dieci anni fa, così saranno per sempre.

Considerato che il buon, vecchio Attilio è ormai dall'altra parte della città, per pigrizia ho provato qualcuno dei parrucchieri qui nel circondario, ma senza troppo successo. Beh, diciamo la verità, sono andato più di una volta nello stesso posto, uscendone furioso con me stesso e scontento del taglio, ma appagato dalla visione della parrucchierA, cubista di secondo lavoro. Detto tutto.
Oggi ho preso in mano le mie responsabilità di maschio e ho deciso di cambiare. Voglio un nuovo parrucchiere di fiducia che non sia a 30 minuti di auto, voglio di nuovo entrare in un ambiente famigliare, sedermi e dire "il solito".

Ho camminato convinto verso una bottega davanti alla quale sono passato per tre anni, ogni volta gettando uno sguardo furtivo prima di accelerare il passo, intimorito da una storia palesemente decennale. Oggi sono entrato, impavido. Unbarber polecoperto dallo smog sopra la porta. Arredamenti fine anni '60, già brutti all'epoca. Artigiani del capello più stagionati delle vecchie poltrone in ferro battuto. Quadri alle pareti di dubbio gusto, roba che Sgarbi li querelerebbe per molto meno. Però mi sono sentito subito a casa: niente asciugamani in vigogna morbidi come le nuvole, ma stracci da cucina riciclati (leggi ritagli di antiche lenzuola), con i capi uniti dietro il collo da uno spillo; una macchinetta antelucana più grossa, più rumorosa e più pericolosa del normale; la foto della nipote neo-laureata col tocco in testa a sinistra dello specchio, un bel ritratto di tutti i parrucchieri abbracciati a Carlo Verdone poco più in là. Per lavare i capelli niente schienale reclinabile, ma un invito a sedersi in punta alla poltrona, chinarsi in avanti e appoggiare il mento al lavandino. Fantastico.

Dal retrobottega all'improvviso escono due madamine, mi viene il dubbio che qui servano anche le signore, ma la risposta quasi sdegnata del mio tosatore mi toglie ogni dubbio: "Nooo, dietro facciamo solo la manicure, niente tagli per le donne qui" mi ammonisce con una voce tanto baritonale che Dino Zoff sembrerebbe un usignolo. Impagabile anche la sua faccia quando cerco di spiegargli come vorrei i capelli, ma posso capirlo. È probabile che l'ultima volta che qualcuno abbia pronunciato la parola "crestino" in quel luogo sia stato denunciato all'Ovra per vilipendio alla morale pubblica.

Taglio con forbici comunque ineccepibile, aggiustatina alla barba con un vero rasoio con manico d'osso e non quelle lamette usa e getta simbolo del demonio (in barba ad ogni norma sull'igiene, per altro...). Niente spazzolata salvifica in faccia, come a dire, i peli togliteli da solo se sei abbastanza uomo. Infine, ed è la notiza migliore di giornata, nessuno mi ha chiesto se volevo del gel. I capelli appena tagliati sono rimasti così come il mio nuovo dio delle forbici li ha creati, niente vagonata quasi imposta di gelatina per trasformarti in un modello di Calvin Klein. Aaahh, che liberazione.

"Fanno 25 euro". Il prezzo, quello sì, è al passo coi tempi.

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