Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
3 Agosto Ago 2014 1110 03 agosto 2014

Critici in scena


La statua di Gioacchino Belli a Roma

È sempre curioso – a volte irrisolto – il rapporto di un critico con la propria arte di riferimento. La vulgata comune vorrebbe il critico come un artista fallito, rancoroso, invidioso. Non è così.

Certo ci sono – e ci sono sempre stati – scavallamenti di fronte, contatti, frequentazioni, legami anche “incestuosi”: ci sono critici che fanno, bene, i drammaturghi, gli autori, i traduttori, i direttori artistici, addirittura gli attori…

A ciascuno, poi, il compito non facile di tenere alta l’asticella della deontologia, della lucidità d’analisi e di giudizio del lavoro altrui.

Diverte comunque, e affascina, vedere colleghi e amici critici raccogliere la sfida non facile di salire su un palcoscenico e darsi in pasto al pubblico.

È il caso di Simone Nebbia e Graziano Graziani che con molta (auto)ironia hanno dato vita a uno spettacolo brillante e raffinato, al tempo stesso amaro e coinvolgente. La formula scenica è molto semplice, immediata: I sonetti der corvaccio, questo il titolo, nasce da due percorsi solisti già avviati che si intrecciano e fanno scaturire una novità.

Da un lato, infatti, Simone Nebbia (firma di “Teatro e Critica”, autore di libri) da tempo ha intrapreso un percorso cantautorale che affonda a piene mani nella tradizione degli stornelli romaneschi; dall’altro Graziano Graziani (voce di RaiRadio3, saggista, critico) ha scritto un libro di sonetti in romanesco dal titolo, appunto, di I sonetti der corvaccio.

Il sonetto, si sa, è una cosina complicata, ha una struttura precisa, raffinata: una gabbia di endecasillabi in rima (alternata o incrociata) strutturata in due quartine.

Graziani lavora di cesello con il romanesco, la sua ricerca linguistica guarda certo al sommo Belli, ma anche al Pasolini delle borgate. Perché questi suoi oltre 100 Sonetti sono una “spoon river” della marginalità, del piccolo mondo che si arrabbatta in mestieri umili, evocati in morte. Un viaggio cimiteriale, insomma, guidati dal becchino-corvaccio, a seguire quella livella che rende tutti uguali.

Ecco allora la portinaia, la mignotta, l’ombrellaio, e tanti altri, còlti in ritratti folgoranti, dissacranti, a tratti commoventi per la loro semplicità e schiettezza. Ci sono anche i “mestieri” moderni: il politico, ad esempio.

Questa carrellata di ritratti, letti in scena da Graziani, trova un contrappunto – ancora più laico e dissacratore – nelle incursioni canore di Nebbia, a sua volta capace di dar voce a piccoli affreschi di una Roma com’era: quella del prenestino – tra l’altro eravamo al Festival Convergenze Urbane, diretto da Dario Aggioli, che ha reinventato un parco proprio all’inizio della via Prenestina – di quel Pigneto, cioè, dove andava a girare Pier Paolo Pasolini.

Nebbia introduce i suoi stornelli come fosse nelle vecchie “fraschette” romane: strizza l’occhio a Mannarino ma anche – e forse di più – alla delicata ironia di Fiorenzo Fiorentini e della sua Osteria del Tempo Perso. Lo spettacolo, dunque, è un incalzante dialogo tra lettura e canto, è uno spaccato ironico, sornione, di una umanità che non c’è più. C’è sempre una morale, un far le somme, una lezione: non c’è mai indifferenza nell’evocare il passato, semmai un tentativo di sottile insegnamento.

Ed è interessante proprio questo guardare all’indietro, al passato, quasi Angelus Novus benjaminiano: di fronte alle macerie del presente, con dolcezza e disincanto si canta un passato ormai mitico, fatto di povera gente, di schiettezza, di dimenticata semplicità. Assumendo su se stessi il peso di quella tradizione popolare – i sonetti e gli stornelli – Graziani e Nebbia sembrano agire di scarto, dribblare acutamente lo scontro frontale con la pochezza dell’oggi: eppure, lasciano l’ascoltatore con il sorriso amaro di chi si sente arrivare il contraccolpo della verità.

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