Andrea Cinalli
Serialità ignorata
11 Agosto Ago 2014 1739 11 agosto 2014

"Rectify": ma quant'è bello il prato dietro casa?

Finire in gattabuia è sinonimo di una vita mai più dignitosa. O almeno, per tanti è così.

Anche quando, scontata la pena, esci, sei attorniato da sguardi sprezzanti e carichi di disappunto. Resterai sempre 'l'assassino', il 'drogato', il 'criminale'. Nulla sembra riassestarsi più agli equilibri di una volta.

Se però a spalleggiarti sono una sorellona iperprotettiva, una mamma amorevole e un patrigno che ha fatto della placidità l'imperativo di vita, bé, il ritorno in libertà si ammorbidisce e gli epiteti sdegnosi giungono ovattati. Il reinserimento nella civiltà si fa concreto e il rischio di ricadere nelle losche attività è scongiurato. Ma per quanto a lungo le premure familiari tengono lontano lo sconforto di una prigionia ancora impattante sulla quotidianità, a fronte di una detenzione ventennale?

E' in cerca di risposte "Rectify", la limited series targata Sundance Channel dilatata in un racconto tv con tutti i crismi della long-running series.

Attraverso lo sguardo di Daniel Holden (Aden Young), 36enne momentaneamente rilasciato grazie a nuovi indizi sul caso in cui è invischiato, approdiamo nella provincia americana. Quella sporca, dimessa e obliata dal Signore. Qui passato e presente ingaggiano scontri fatti di malelingue, minacce e pestaggi. In palio c'è il futuro, che il primo abbellirebbe con Holden di nuovo dietro le sbarre e il secondo con le antiche diatribe dimenticate, per ricucire legami e guardare avanti. Tutti insieme.

La gara si disputa negli sguardi e nelle interazioni. All'amore screziato di dolore di mammà (J. Smith-Cameron) si accompagna la caparbietà di quell'amazzone della sorella (Abigail Spencer). Ma questi battagliano con l'ostilità paesana, per cui Daniel è un killer in libertà. E il portavoce di cotanto odio è nientedimeno che un membro del clan: il fratellastro Ted (Clayne Crawford) è il primo a riservargli un'accoglienza glaciale, marcando il territorio con la moglie evangelizzatrice avvinghiataglisi.

Lo scontro non è reso nelle sue più truci asperità. A livello visivo predomina una compostezza di forme e colori, perché i dissapori sono tutti incagliati sul piano del non-detto e affiorano molto, molto lentamente. Via il rosso sangue, banditi pure i grigiori di cantine sudice. E' un festival cromatico che celebra il ritorno in libertà, che inneggia ai miracoli del Creato e del vivere cotidie. Ciò che non siamo in grado di apprezzare, in soldoni. Perché irrimediabilmente calati nelle nostre routine. Ma che un uomo uscito di galera riscopre con la spontaneità del Fanciullino pascoliano, guardando piume vorticanti dal cuscino lacerato e tuffandosi su prati baciati dal sole. Il tutto magistralmente enfatizzato da stranianti angoli di ripresa obliqui e introspettivi primissimi piani, col beneplacito di recitazioni intense, preludi a spiazzanti climax interpretativi.

Fa tanto anche la scrittura, giostrata da Ray McKinnon. Un nome che potrebbe non dirvi nulla se digiuni di quality drama. Perché McKinnon oltre che dietro le quinte si è trastullato anche davanti alla macchina da presa delle cable series: in "Deadwood" era il Reverendo Smith, mentre in "Sons of Anarchy" indossava il giubbotto del centauro Lincoln Potter.

Di prefigurarsi cotanto clamore, attorno a "Rectify", neppure a parlarne. McKinnon sbroglia sulla pagina Hitfix.com il racconto di una realizzazione travagliata, punteggiata di rifiuti: il progetto era stato esibito prima alla Amc, rete di "The Walking Dead" e "Breaking Bad"; quando è salpato verso le frequenze di Sundance Channel, quasi non ci sperava più. Questo perché il focus sui personaggi, con la matassa narrativa che si dipana lentamente, lo avvicina al cinema indipendente, non certo catalizzatore di ascolti lusinghieri.

Ma Sundance, che proprio due anni fa meditava di immettersi nel mercato produttivo, sulla scorta di Amc, ShowtimeHboFx e Netflix, ha colto la palla al balzo: "Rectify" sarebbe assurto a manifesto della linea editoriale, tutta zigzagante fra serial di caratura cinematografica.

Addirittura il capoccia di rete, affezionatosi al concept e alle forme che andava assumendo sul set, ha irrotto in mezzo a cavi e mdp per ordinare la revisione dei copioni: "Rectify" non sarebbe più stata miniserie autoconclusiva di 6 puntate, ma avrebbe ottenuto una seconda stagione sancendo la promozione a serie tv.

Il secondo ciclo, composto da 10 puntate, è in onda proprio in queste settimane. A un anno dal primo season finale, non si segnalano vistosi scollamenti dal profilo qualitativo: le sceneggiature machiavelliche sono sempre lì, idem per la ponderazione di forme e colori. Vanno sottolineati solo viraggi sulle tinte grigie, che vanno a braccetto con la tematica del delitto irrisolto, relegato sullo sfondo del primo ciclo ma che ora affiora all'approssimarsi di accordi e nuovi processi. Colorazione che non prende il sopravvento, tornando ai lucori di cui sopra, ma che certo suggerisce un più accentuato pessimismo, forse alludendo a un plausibile finale amaro.

Ma sarà stato Daniel a uccidere la vittima? E chi lo sa. Ma soprattutto: ci importa davvero? Perché ciò che conta - come ha sentenziato qualche saggio - è il viaggio. E allora vale la pena lasciarsi traghettare verso la narrazione pulita e raffinata. Una via senza storture. Tutta recta.

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